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Mentre Rubio prepara la visita di Xi, lo scontro Usa-Cina sull’AI cresce

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Mentre Washington e Pechino lavorano per preparare una visita di Xi Jinping alla Casa Bianca a settembre, l’amministrazione Trump porta la competizione sull’intelligenza artificiale su un terreno ancora più sensibile, accusando una società cinese di essersi appropriata illegalmente di tecnologia americana. Il messaggio è chiaro: il dialogo serve a gestire la rivalità, non ad attenuarla

Il segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, e il capo della diplomazia cinese, Wang Yi, hanno dedicato gran parte del loro incontro a Manila alla preparazione della visita negli Stati Uniti del presidente Xi Jinping, prevista per fine settembre. Al termine del colloquio, durato circa novanta minuti a margine della ministeriale dell’Asean, Rubio ha parlato della necessità di costruire le condizioni per una visita “molto positiva”, sottolineando come il compito delle due diplomazie sia quello di gestire le profonde divergenze tra Washington e Pechino evitando che sfuggano al controllo. Wang ha ribadito la richiesta che gli Stati Uniti rispettino gli interessi fondamentali della Cina e ha definito il confronto “pragmatico, positivo e costruttivo”.

Il lavoro diplomatico procede mentre la competizione tra le due maggiori economie continua però ad allargarsi sui dossier più delicati. Nelle stesse ore in cui Rubio e Wang cercavano di consolidare un canale politico in vista del summit tra Donald Trump e Xi, che seguirà la visita dell’americano a Pechino (la prima, dai tempi del primo mandato trumpiano), dalla Casa Bianca arrivava una delle accuse più pesanti rivolte finora contro un’azienda cinese nel settore dell’intelligenza artificiale.

Michael Kratsios, direttore dell’Office of Science and Technology Policy, ha affermato che Moonshot AI avrebbe utilizzato tecniche di distillazione su larga scala “contro” i modelli di Anthropic per sviluppare Kimi-3, presentato nei giorni scorsi e considerato da molti osservatori uno dei sistemi di AI più avanzati oggi disponibili. Secondo Kratsios, la società cinese avrebbe costruito un’infrastruttura dedicata per effettuare operazioni di “large scale distillation”, cambiando ripetutamente modalità di accesso a modelli americani come Fable 5 per evitare di essere individuata, oltre ad aver acquisito capacità computazionali di ultima generazione per l’addestramento dei propri sistemi.

Per Kratsios, Moonshot AI avrebbe inoltre acquisito server equipaggiati con GB300 e avrebbe avuto accesso a sistemi GB300 in Thailandia, probabilmente per addestrare i propri modelli di intelligenza artificiale. I GB300 sono piattaforme hardware di ultima generazione basate su GPU avanzate progettate per il training di modelli di AI su larga scala, considerate tra le più potenti disponibili sul mercato. Il riferimento dell’alto funzionario della Casa Bianca è puntuale: queste tecnologie, prodotte da Nvidia, rientrano nel perimetro dei controlli all’export imposti dagli Stati Uniti per limitare l’accesso della Cina a capacità computazionali avanzate. L’eventuale utilizzo di infrastrutture GB300 al di fuori del territorio cinese suggerirebbe quindi un possibile aggiramento di tali restrizioni, rafforzando le preoccupazioni di Washington sulla capacità delle aziende cinesi di accedere comunque a risorse critiche per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Il punto centrale della dichiarazione non è soltanto l’accusa tecnica. Kratsios distingue infatti tra la distillazione come pratica legittima, utilizzata per sviluppare modelli più piccoli ed efficienti all’interno di un ecosistema competitivo, e quella che definisce una campagna industriale clandestina finalizzata a sottrarre tecnologia proprietaria americana – detto in modo implicito: con l’obiettivo di primeggiare nella competizione tecnologica. In questa lettura, la questione non riguarda esclusivamente la proprietà intellettuale, ma investe direttamente la capacità degli Stati Uniti di mantenere il vantaggio nell’AI, ritenuta decisiva per la prossima fase della competizione strategica.

Il tono si irrigidisce ulteriormente nelle parole del sottosegretario Jacob Helberg, motore politico-diplomatico dell’iniziativa Pax Silica. Per Helberg, l’episodio rappresenterebbe “più di un furto di inestimabile proprietà intellettuale americana”: sarebbe ”un assalto a ogni economia che valorizza l’imprenditorialità, il capitale privato e una concorrenza leale”. La sua conclusione è altrettanto esplicita: “Mentire, imbrogliare e rubare non è innovazione né un approccio win-win”. È un linguaggio che segnala come l’intelligenza artificiale venga ormai trattata sempre meno come un semplice settore industriale e sempre più come un’infrastruttura di sicurezza economica e nazionale.

Le accuse contro Moonshot AI si inseriscono in un dibattito più ampio che attraversa Washington. Pur competendo direttamente sul mercato, OpenAI e Anthropic stanno convergendo su un punto: mettere in guardia l’amministrazione rispetto ai rischi posti dai modelli cinesi e dall’utilizzo della distillazione per replicare capacità sviluppate negli Stati Uniti. Anthropic sostiene da tempo che i modelli open-weight siano più difficili da controllare una volta resi pubblici, mentre OpenAI ha espresso preoccupazione per l’uso della distillazione come strumento per trasferire capacità tecnologiche verso concorrenti cinesi.

Questa posizione, tuttavia, non è condivisa da tutto l’ecosistema americano. Una parte della comunità tecnologica teme che un’eventuale regolamentazione dei modelli aperti finisca per rafforzare la posizione delle grandi aziende già dominanti nel settore, trasformando la sicurezza in uno strumento di consolidamento del mercato. Il confronto interno sulla governance dell’intelligenza artificiale procede quindi in parallelo alla crescente rivalità con la Cina. Va anche detto che Kimi K3 era già in fase di valutazione interna tra aprile e maggio, prima che Fable 5 fosse disponibile da abbastanza tempo da poter essere plausibilmente distillato. Questo elemento suggerisce che la spiegazione dell’ottimo risultato raggiunto dal modello cinese non possa ridursi alla sola distillazione.

Allo stesso tempo, il fatto che l’amministrazione scelga di esporsi pubblicamente con accuse di questo tipo lascia intendere che disponga di elementi a supporto della propria posizione. In questa chiave, la tempistica e il tono delle dichiarazioni possono essere letti anche come parte di una più ampia strategia di signaling: preparare il terreno a un possibile irrigidimento dell’ecosistema tecnologico cinese. Secondo quanto riportato dal Financial Times, infatti, Pechino starebbe valutando di imporre alle aziende nazionali più avanzate restrizioni sull’accesso internazionale ai propri modelli open-weight, in netto contrasto con la narrativa aperturista promossa da Xi Jinping durante la recente World Artificial Intelligence Conference di Shanghai.

È proprio questa sovrapposizione tra politica estera, sicurezza economica e politica industriale a offrire la chiave di lettura dell’attuale fase delle relazioni tra Washington e Pechino. La coesistenza tra il lavoro diplomatico di Rubio e le accuse formulate da Kratsios e Helberg restituisce così l’immagine di una relazione che non oscilla più tra dialogo e confronto, ma li esercita simultaneamente. Preparare la visita di Xi alla Casa Bianca significa costruire meccanismi di gestione del rischio in una relazione destinata a rimanere conflittuale.

E tra tutti i dossier, l’intelligenza artificiale sembra destinata a occupare un posto sempre più centrale in questo equilibrio. Se negli ultimi anni il confronto si è concentrato su commercio, dazi, semiconduttori ed export control, oggi Washington sembra voler attribuire all’AI un valore ancora più sensibile, assimilando il controllo delle capacità di frontiera a un tema di sicurezza nazionale.

 


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