Skip to main content

Scatta la nuova offensiva Usa contro l’Iran. E Teheran è più sola che mai

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

L’imponente ripresa delle ostilità contro l’Iran coinvolge i gruppi filo-iraniani in Iraq e Yemen e sembra aver infranto le speranze di una rapida ripresa dei negoziati tra le parti. Ma quella di Trump è diventata anche una sfida contro il tempo dell’agibilità politica interna. L’analisi di Gianfranco D’Anna

Sempre più isolata dai Paesi del Golfo, Teheran affronta le gravi conseguenze della scelta suicida dei pasdaran di continuare la guerra attaccando le forze americane.

Il Comando centrale delle forze armate statunitensi in Medio Oriente (Centcom) ha annunciato all’alba di aver completato una massiccia ondata di bombardamenti notturni contro obiettivi militari in Iran, in risposta all’attacco missilistico a sorpresa contro le forze Usa di stanza in Giordania. Colpiti decine di obiettivi dei Guardiani della rivoluzione, tra cui centri di comando, installazioni missilistiche e per droni, siti di sorveglianza e difesa costiera e capacità navali. Il Centcom ha inoltre precisato che oltre 50.000 militari statunitensi dispiegati nella regione restano in stato di massima allerta e pronti a intervenire.

Un bollettino di guerra destinato ad essere quotidianamente aggiornato per una o due settimane, perché a Washington il presidente Donald Trump sta valutando il dettagliato piano per lanciare una massiccia offensiva contro l’Iran predisposto dall’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom.

Secondo il Wall Street Journal prevederebbe 10-14 giorni di intensi bombardamenti aerei mirati alla distruzione delle capacità missilistiche del regime degli ayatollah. Ma aggiunge il WSJ, qualora Trump non decidesse di proseguire con il piano dell’ammiraglio, potrebbe optare per un attacco militare più limitato, nella speranza di favorire un percorso diplomatico.
Un alto funzionario dell’amministrazione ha tuttavia dichiarato che il presidente “è in una fase favorevole all’escalation, ma sta ancora valutando la profondità della risposta”.

La Casa Bianca punta ad un’azione militare efficace che azzeri la minaccia missilistica iraniana, nel tentativo di rompere lo stallo del conflitto. Il “go big”, il colpire duro, tra le varie opzioni elaborate dall’ammiraglio Cooper, ridurrebbe la necessità per gli Stati Uniti di utilizzare sistemi difensivi, perché l’Iran avrebbe minori capacità di attacco.

In attesa di scoprire cosa c’è dietro la svolta oltranzista imposta a Teheran dai pasdaran, Trump ha necessità di chiudere quanto prima il conflitto con l’Iran. Oltre ai sondaggi in picchiata per l’aumento dei prezzi, in particolare dei carburanti, le crescenti difficoltà del presidente col Congresso sono tali che il Senato ha rinviato il voto sulla nomina dell’attuale procuratore generale ad interim Todd Blanche a capo del dipartimento della Giustizia, dopo che alcuni senatori repubblicani hanno annunciato la loro opposizione.

Il tutto mentre in Medio Oriente la guerra entra in una nuova fase espansiva, con l’Arabia Saudita che partecipa direttamente con gli Stati Uniti agli attacchi contro le milizie filo-iraniane in Iraq e nello Yemen e il premier israeliano Netanyahu che in visita a Washington ha assicurato a Trump la partecipazione diretta dell’Israel defense Forces ai piani d’attacco contro l’Iran.
Per il tycoon il conflitto ha ormai due fronti, uno nello Stretto d’Ormuz e l’altro sulle rive del fiume Potomac.


×

Iscriviti alla newsletter