Nulla da eccepire sul piano legale, vale a dire sulla coerenza della sentenza con i suoi riferimenti di legge ed il dibattimento intervenuto. Ma questo non basta per giustificare un caso che interroga, per le sue implicazioni, la coscienza civile dell’intera nazione. Ed è allora che il tema diventa metagiuridico, ai confini dell’etica. L’opinione di Gianfranco Polillo
In generale le sentenze della magistratura non si commentano. Le ragioni sono evidenti: a monte di quei pronunciamenti c’è una lunga istruttoria. Il confronto tra le parti è continuo. L’interpretazione della legge, il più delle volte, non si presta ad equivoci. Sennonché, a parte gli errori clamorosi, come nella vicenda Garlasco, o, peggio, ipotesi di dolo, non è detto che il solo rispetto della legge sia in grado di rendere giustizia. Sembra questo, almeno a chi scrive, il caso Roggero. Nulla da eccepire, per carità, sul piano legale, vale a dire sulla coerenza della sentenza con i suoi riferimenti di legge ed il dibattimento intervenuto. Ma questo non basta per giustificare un caso che interroga, per le sue implicazioni, la coscienza civile dell’intera nazione. Ed è allora che il tema diventa metagiuridico, ai confini dell’etica.
Mario Roggero è stato condannato, in via definitiva, a 14 anni e 9 mesi di reclusione, ed all’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici. In appello quello che ha potuto ottenere è stato uno sconto di pena di poco più di 2 anni, rispetto ai 17 della prima sentenza. Per una persona di 72 anni è quasi una condanna a morte. Ed ecco allora un primo problema: ne valeva la pena? Valeva la pena cercare di difendersi, correndo tutti i rischi relativi? Quanto potevano valere quei valori che gli erano stati sottratti? I 780 mila euro che dovrà risarcire, stando ai primi calcoli, compenseranno quel valore, oppure, quasi certamente saranno superiori all’importo della refurtiva? Il tutto senza considerare il resto: gli anni di galera, il rimorso, il maledire se stesso per aver agito sotto un impulso irrefrenabile destinato ad incidere così profondamente sul resto della sua vita e di quella dei suoi familiari. Che probabilmente cesseranno di essere dei benestanti, per conoscere le angustie di chi ha perso un status precedente.
I giudici, nella sentenza, dicono invece ch’egli abbia agito “lucidamente”. Difficile esserne sicuri. Ogni calcolo razionale, ponderando il rischio, avrebbe escluso un simile comportamento. Tanto più che gli stessi rapinatori erano armati, seppure con una pistola giocattolo (dalle sembianze più che realistiche) e con un coltello. Ed a quell’età, almeno di non essere Rambo, è difficile buttarsi “lucidamente” in una simile avventura. Non è la sola incertezza che si riscontra nel ripercorrere quei drammatici momenti. Nel conto definitivo, i 17 anni e tre mesi, sono il riflesso di una condanna che riguarda l’uccisione di due rapinatori ed il ferimento di un terzo. Sei mesi, invece, sono dovuti al fatto che il gioielliere aveva portato fuori dal negozio l’arma con cui colpì i rapinatori, senza essere titolare del prescritto “porto d’armi”. Arma che comunque era stata denunciata, alle autorità, anche se non tutta la relativa certificazione era in ordine.
Qui si apre un caso più generale. Se il gioielliere invece di uscire dal negozio avesse sparato dall’interno? E se le vittime fossero state nei pressi dell’edificio. O addirittura sull’uscio? Queste circostanze avrebbero forse modificato il decorso del processo? Sarebbe caduto il reato di possesso illegale dell’arma? Vi sarebbe stata quella contestualità tra il pericolo imminente e la risposta, in termini di legittima difesa, tale da salvare l’imputato? Si tratta di domande retoriche rispetto alla fattispecie analizzata, considerato il diverso svolgimento dei fatti. Tuttavia da un punto di vista generale queste diverse circostanze contribuiscono a circoscrivere ulteriormente il perimetro della legittima difesa.
Verrebbe, allora, da dire che la vittima, prima di reagire, dovrebbe fare tante di quelle operazioni, per cui, alla fine, è meglio lasciar perdere e cedere alla violenza. Come del resto suggeriscono molti esperti di Security.
Questo risolve il problema? Ne dubitiamo. “Sed lex dura lex” (la legge è dura ma è la legge) è un principio fondamentale del diritto. Ma da solo non basta. La legge è anche architrave giuridica di una società democratica. Deve orientare il comportamento futuro dei cittadini. Avere quindi una funzione pedagogica. Se questo viene meno tutto diventa imprevedibile. Ed in alcuni casi può trasformarsi in un assist per i potenziali delinquenti. Se reagire comporta rischi maggiori rispetto ai danni della rapina, meglio lasciar perdere. Sennonché l’eventuale diffondersi di questa consapevolezza, non fa altro che incentivare comportamenti delittuosi. Come in larga misura sta avvenendo nella realtà non solo italiana.
Si risponde: ma c’è la polizia. Vero. Ma per questo va sostenuta anche quando, come ciascuno di noi, può commettere uno sbaglio. Del tutto ingiustificato, pertanto, l’invito del sindaco di Bologna, Matteo Lepore, a scendere in piazza, per protestare per la morte (al momento accidentale) di Fakir.
Si ripete giustamente che il monopolio della forza è prerogativa esclusiva dello Stato. Ma a meno di non sognare una società completamente militarizzata (la Russia sovietica? L’Iran degli ayatollah?) è necessario scoraggiare in ogni modo i comportamenti delittuosi. Evitando, quanto meno, di facilitare il gioco dei lestofanti o di coloro che, “lucidamente” hanno compreso che il calcolo delle probabilità, tanto nei rapporti privati, che in quelli con le Autorità, (le scarcerazioni facili) gioca a loro vantaggio.
Da questo punto di vista il caso Roggero è esemplare. Due poveretti ci hanno lasciato la pelle. Probabilmente ritenevano che il rischio fosse limitato. Che una volta fuori dal teatro della loro azione criminosa, sarebbero stati in salvo, essendo preclusa, da parte del derubato, ogni azione violenta nei loro confronti. Fuori da quel confine, infatti, per tutti (salvo che per le forze dell’ordine) cessavano di essere rapinatori, per divenire semplici cittadini. E se aggrediti, portatori di un diritto al risarcimento, che poteva variare a seconda delle eventuali lesioni. O trasformarsi, come purtroppo si è verificato in quel caso, in un ristoro (i 780 mila euro) per i propri familiari. Un’assurdità talmente evidente da fare a pugni con qualsiasi logica esistente. Che non sia lo stato confusionale che alberga in tante anime belle della sinistra italiana.
















