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Aspettando ottobre. Il dibattito europeo sulla Cina entra in una nuova fase

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Mentre la posizione tedesca si irrigidisce e il negoziato con Pechino si avvicina a un passaggio decisivo, ottobre si profila come il primo vero banco di prova del nuovo consenso europeo sulla Cina

Per Bruxelles, ottobre non rappresenta più soltanto una tappa del calendario europeo. Entro allora, mesi di negoziati con Pechino dovranno aver prodotto quei “risultati tangibili” di cui si è parlato nell’ultimo summit sino-europeo di alto livello, mentre una nuova serie di incontri politici di alto livello servirà a verificare se il dialogo sia ancora sufficiente a stabilizzare un rapporto economico sempre più complesso. Solo a quel punto i leader europei saranno chiamati a decidere se proseguire sulla strada dell’engagement o iniziare a costruire una strategia più difensiva.

Una finestra diplomatica che si restringe

Negli ultimi mesi, l’Unione europea ha cercato di mantenere un equilibrio delicato: rispondere alle crescenti preoccupazioni per l’impatto delle esportazioni industriali cinesi senza alimentare una vera e propria escalation commerciale. Oggi, però, quell’equilibrio appare sempre più difficile da sostenere.

Tra funzionari europei e diplomatici coinvolti nel dossier si sta facendo strada la convinzione che il dibattito abbia ormai cambiato natura. La questione non è più se le politiche industriali cinesi rappresentino un problema per l’economia europea — un punto ormai largamente condiviso — bensì quali strumenti l’Unione sia disposta a mettere in campo qualora il dialogo con Pechino non produca risultati concreti.

Il cambiamento sta avvenendo in Europa

L’attenzione continua naturalmente a concentrarsi sull’azione della Cina. Pechino respinge le accuse europee di sovraccapacità produttiva, sostenendo che la forza del proprio settore manifatturiero sia il risultato della competitività e dell’innovazione tecnologica, non di distorsioni generate dallo Stato. Finché le due parti continueranno a partire da diagnosi così diverse, difficilmente potranno convergere sulle possibili soluzioni.

Anche la risposta cinese all’ultimo pacchetto di sanzioni europee contro la Russia ha contribuito ad alimentare le preoccupazioni di Bruxelles. Dopo che l’Unione ha inserito alcune aziende cinesi tra i soggetti sanzionati per il loro presunto sostegno allo sforzo bellico russo, Pechino ha reagito imponendo controlli all’export nei confronti di diverse aziende europee della difesa e organizzazioni collegate. Una risposta sensibilmente più dura rispetto ai precedenti episodi e interpretata, in diversi ambienti europei, come il segnale di una crescente disponibilità cinese ad accettare un certo grado di escalation economica.

Eppure il cambiamento più significativo non sembra avvenire a Pechino, ma sta piuttosto avvenendo in Europa. Per anni la Germania ha per esempio rappresentato il principale freno a qualsiasi tentativo di irrigidire la politica commerciale europea nei confronti della Cina. I governi tedeschi, sostenuti da un sistema industriale fortemente orientato all’export e soprattutto dal settore automobilistico, hanno costantemente privilegiato la tutela dell’accesso al mercato cinese rispetto ai rischi derivanti dalla crescente competizione industriale. Oggi questo equilibrio sembra lentamente modificarsi.

Le principali organizzazioni dell’industria tedesca hanno iniziato ad assumere toni sensibilmente più duri, avvertendo che continuare ad affidarsi esclusivamente al dialogo rischia di esporre ulteriormente il tessuto industriale europeo. Ancora più significativo è il cambiamento che sembra emergere all’interno di parte porto di quell’industria automobilistica, storicamente tra i principali sostenitori di un approccio prudente verso Pechino, dove gli strumenti di difesa commerciale iniziano a raccogliere un consenso che fino a poco tempo fa sarebbe stato difficilmente immaginabile.

Parallelamente, indiscrezioni circolate negli ambienti europei indicano che Berlino starebbe anche valutando le vulnerabilità economiche della stessa Cina nell’eventualità di un confronto commerciale prolungato. Indipendentemente dall’esito di queste analisi, il dato politicamente rilevante è che la Germania non discute più soltanto dei costi di uno scontro con la Cina, ma soprattutto dei costi di un suo continuo rinvio.

È un cambiamento che modifica gradualmente gli equilibri interni dell’Unione. Per oltre un decennio la cautela tedesca ha rappresentato uno dei principali limiti alla capacità di Bruxelles di adottare una linea più assertiva. Se quella cautela continuerà ad attenuarsi, anche i margini di manovra delle istituzioni europee finiranno inevitabilmente per ampliarsi.

Verso una risposta selettiva

Questo non significa che Bruxelles stia preparando una guerra commerciale. Anzi, le valutazioni che circolano negli ambienti europei convergono piuttosto sull’ipotesi di una risposta calibrata e limitata.

Qualora gli Stati membri dovessero ritenere necessario intervenire, gli strumenti oggi considerati più probabili sono le cosiddette safeguard measures: quote all’importazione accompagnate da dazi applicati soltanto oltre determinate soglie. Si tratta di strumenti più rapidi da introdurre, giuridicamente più semplici da giustificare e politicamente meno conflittuali rispetto a nuovi dazi generalizzati o all’attivazione di meccanismi più coercitivi.

Anche in questo caso, tuttavia, l’orientamento prevalente sembrerebbe essere quello di un’applicazione molto circoscritta, limitata a pochi comparti particolarmente esposti alla competizione cinese, come la chimica o alcuni segmenti della metallurgia.

Parallelamente, Bruxelles continua a discutere la creazione di nuovi strumenti permanenti di difesa commerciale. La loro eventuale approvazione richiederebbe però tempi molto più lunghi, lasciando intendere che eventuali decisioni adottate in autunno rappresenterebbero soprattutto l’inizio di un nuovo orientamento strategico, più che un’immediata trasformazione della politica commerciale europea.

Il test di ottobre

È per questo che ottobre assume un significato che va ben oltre l’eventuale introduzione di nuove misure commerciali. Da un lato rappresenterà il momento della verifica politica dei negoziati con Pechino; dall’altro offrirà ai leader europei l’occasione per decidere se il dialogo abbia ancora margini sufficienti per riequilibrare il rapporto economico con la Cina oppure se sia arrivato il momento di affiancargli una strategia più orientata alla protezione dell’industria europea.

Che da ottobre escano nuove misure o semplicemente una proroga del negoziato potrebbe, alla fine, rivelarsi l’aspetto meno importante. La vera novità è un’altra: per anni la politica europea verso la Cina è stata condizionata tanto dalle divergenze interne all’Unione quanto dalle scelte di Pechino. Oggi quelle divergenze sembrano progressivamente ridursi. In questo senso, ottobre rischia di rappresentare meno una scadenza negoziale che il primo vero test di un nuovo consenso europeo sulla Cina.


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