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Aumentare la rapidità senza indebolire la sicurezza. La scommessa industriale del Pentagono

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La Difesa statunitense ha avviato un nuovo programma affidato alla Defense innovation unit per snellire i tempi delle procedure di adozione di sistemi commerciali da parte delle Forze armate. L’obiettivo è passare da anni a mesi, e i numeri del conflitto nel Golfo spiegano il perché di tanta fretta, ma il vero rivale è più a Est. Gli Stati Uniti scommettono dunque sul mondo privato per contrastare il modello dirigista cinese

Il Pentagono ha lanciato una nuova iniziativa per accorciare i tempi con cui le tecnologie commerciali vengono adottate dalle Forze armate. Si chiama Bridge Program, sarà gestita dalla Defense innovation unit (Diu) e punta a comprimere da anni a mesi l’accreditamento delle infrastrutture classificate, le autorizzazioni di sicurezza e i test necessari a portare un prodotto civile sul campo di battaglia. È solo la più recente di una serie di iniziative che, dall’insediamento dell’amministrazione Trump, ha l’ambizioso obiettivo di rivoluzionare il tessuto industriale della difesa Usa. Una corsa che va avanti da quasi due anni e che vuole schierare l’innovazione americana contro il dirigismo cinese. Per farlo, l’amministrazione vuole comprimere come mai prima d’ora le lungaggini burocratiche, esponendosi però anche a dei rischi.

Tre corsie per abbattere i bottleneck

Sviluppato nell’ultimo anno da Sarah Pearson (ex ufficiale della Marina oggi a capo delle iniziative strategiche della Diu), il Bridge Program ha dunque l’obiettivo di accelerare l’acquisizione di soluzioni commerciali da parte delle Forze armate Usa e per farlo lavorerà su tre direttrici. La prima riguarda gli “spazi classificati”, cioè le stanze o gli edifici schermati e ad accesso controllato in cui si possono trattare dati e progetti coperti da segreto. Senza uno di questi ambienti, un’azienda non può nemmeno cominciare a lavorare su un programma classificato per il Pentagono. Costruirne uno nuovo e farlo accreditare dal governo, tra i requisiti di schermatura elettronica e i controlli di sicurezza, è un processo che finora ha richiesto anni. Adesso, l’obiettivo è farlo in pochi mesi, snellendo le procedure burocratiche e impiegando nuove tecnologie non meglio specificate.

La seconda direttrice riguarda l’accreditamento, cioè il processo con cui un sistema o un software vengono certificati come abbastanza sicuri da poter essere collegati alle reti della Difesa. Si tratta di un passaggio obbligato (noto in gergo come Risk Management Framework) senza il quale nessuna tecnologia può entrare in servizio presso lo US Military. Il problema è che oggi questa verifica arriva perlopiù a sviluppo quasi concluso, quando un difetto scoperto tardivamente può costringere a tornare indietro e perdere mesi. Il nuovo programma vuole spostare questi controlli all’inizio del ciclo di sviluppo e impiegare l’intelligenza artificiale per velocizzare le verifiche.

La terza direttrice riguarda la fase di test e valutazione dei sistemi. Anche questa è una vecchia grana dell’R&D militare: gli impianti governativi in cui condurre i test sono pochi e gli slot di utilizzo da parte delle aziende sono limitati. Su questo collo di bottiglia, l’obiettivo è garantire alle aziende un accesso continuativo a queste strutture per tutta la durata del contratto, invece di un’unica finestra di prova a sviluppo concluso.

Perché tanta fretta?

Non si tratta della prima iniziativa del genere, e difficilmente sarà l’ultima. Da quando si è insediata, l’amministrazione Trump ha fatto della rapidità una priorità, come ricavabile dai numerosi documenti programmatici, tour istituzionali e progetti di riforma del sistema di procurement. La National defense strategy 2026 include, non a caso, il potenziamento della base industriale tra le sue quattro linee d’azione e il segretario della Difesa Pete Hegseth ne ha fatto un cavallo di battaglia personale con il suo “Arsenal of Freedom Tour” tra gli stabilimenti industriali del Paese.

A contribuire a questo clima di “fretta” concorrono anche i timori americani di aver, inavvertitamente, aiutato Pechino. La vicenda dei robot quadrupedi cinesi di Unitree, sviluppati anche a partire da tecnologie e ricerche finanziate negli Stati Uniti, ne è un esempio. Il modello statunitense di innovazione è un ecosistema aperto e basato sullo scambio di informazioni, brevetti e ricercatori. Questo sistema, la cui vivacità rappresenta il suo punto di forza, può essere però permeato. Che si tratti di vero e proprio spionaggio industriale o di inserimenti “paralleli” nell’ecosistema di ricerca, la Cina ha avuto a disposizione per anni una miniera di idee e progetti a cui attingere per poi impostare una sua produzione domestica in massa. Attività peraltro agevolata dal dirigismo industriale del regime, che rispetto al modello americano, basato sul business e la massimizzazione del profitto, viene pianificato e impostato su cicli lunghi e numericamente importanti per mano dello Stato. Impossibilitati dunque a rivedere completamente il proprio modello economico, politico e industriale, gli Usa ora puntano sulla loro carta migliore: il tessuto imprenditoriale.

Si scrive Iran, si legge Cina

Se fino a non troppo tempo fa le preoccupazioni americane erano di natura più ipotetica, i numeri del conflitto nel Golfo le hanno rese molto pratiche. Secondo le stime del Center for Strategic and International Studies (Csis), dall’inizio delle ostilità gli Stati Uniti hanno consumato circa due terzi delle scorte di intercettori Patriot e metà di quelle Thaad, scendendo a poche centinaia di unità disponibili. Il 22 luglio Hegseth, riferendo al Congresso, ha comunicato che il costo del conflitto è salito a circa 37,5 miliardi di dollari, con una richiesta di ulteriori 87 miliardi, in gran parte destinati a ricostituire le scorte. Più delle cifre assolute, in questo caso, conta l’asimmetria. Un drone Shahed, producibile in massa, costa poche decine di migliaia di dollari, mentre gli intercettori adoperati dalle Forze Usa sono nell’ordine dei milioni e, soprattutto, vengono prodotti in quantità ben più modeste. Di conseguenza, ogni attacco saturante riduce le scorte di intercettori e, sul medio-lungo termine, la capacità di difendersi. 

Ecco perché l’Iran, in questo senso, è un campanello d’allarme più che il problema in sé. La tattica della saturazione è basata sulla stessa dottrina su cui la Cina ha costruito la propria Forza missilistica, la Plarf. Un’inchiesta della CNN ha individuato oltre 136 strutture legate all’industria missilistica cinese, più del 60% delle quali in ampliamento dal 2020. Un rapporto dell’Hudson Institute, che simula un’invasione di Taiwan attorno al 2035, ipotizza che la Cina possa condurre migliaia di attacchi di precisione al giorno contro l’isola e le basi Usa nel Pacifico. La domanda che i pianificatori militari, tanto a Washington quanto a Pechino, si pongono è semplice: se un attore militare relativamente marginale come l’Iran ha messo sotto pressione le scorte di intercettori Usa in poche settimane, cosa accadrebbe in un confronto regionale con la Cina, un avversario di tutt’altra scala industriale, nel Mar Cinese Meridionale o attorno a Taiwan? 

La scommessa di Washington

Il Bridge Program (così come le iniziative analoghe di questi ultimi anni) va inquadrato come una risposta, probabilmente necessaria, a un problema reale e che riguarda un sistema di procurement pensato per un’epoca di conflitti a bassa intensità che oggi non rispecchia più le esigenze della Difesa americana. Ma ogni scommessa porta con sé dei rischi. I processi del Pentagono (così come di ogni altra struttura militare) non sono “lenti” solo per inefficienza burocratica, ma anche perché controlli maggiori servono a mantenere standard di sicurezza molto elevati. Comprimere i tempi di simili procedimenti da anni a mesi (e adottare troppo alla lettera le procedure del settore commerciale) rischia di aprire pericolose falle di sicurezza che potrebbero esporre tecnologie e programmi sensibili. Il successo di questo approccio dipenderà dalla capacità di bilanciare la rapidità di adozione con l’affidabilità di lungo termine.


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