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Cacciatori di tecnologia. Chi sono gli scout che armano l’Ucraina contro Mosca

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Con una manodopera inferiore a quella russa, l’Ucraina affida a operatori esperti il compito di individuare e integrare i sistemi capaci di cambiare il fronte. Un reportage del Cepa ricostruisce il ruolo degli scout tecnologici e il contrasto con il modello centralizzato di Mosca

Nella guerra di logoramento tecnologico che oppone Ucraina e Russia, il vantaggio non si misura più soltanto in uomini e proiettili, ma nella velocità con cui un’idea o una tecnologia diventano un sistema d’arma sul campo. È in questo spazio che si muovono i cosiddetti scout tecnologici, figure fondamentali nel processo di adattamento bellico, soprattutto in chiave bottom-up.

Una figura molto peculiare, descritta bene da David Kirichenko nel suo ultimo report per il Center for European Policy Analysis. Con un bacino di reclute ridotto rispetto all’avversario, Kyiv cerca vantaggi asimmetrici ovunque possano trovarsi. L’innovazione ucraina è decentralizzata, distribuita tra molte unità e alimentata dal lavoro congiunto di volontari, ingegneri e soldati. Ma i comandanti non possono permettersi di ritirare truppe dal fronte per addestrarle su nuovi equipaggiamenti o inviarle all’estero a valutare le soluzioni migliori. A colmare il divario intervengono spesso combattenti stranieri, integrati nei reparti d’élite e nella stessa intelligence militare, che dispone di un gruppo dedicato alla ricerca di tecnologie estere.

Il flusso è però bidirezionale. Se da un lato le unità ucraine cercano attivamente sistemi all’estero, dall’altro sono le aziende occidentali a proporsi, chiedendo di testare i propri prodotti in condizioni reali. Molti costruttori preferiscono interfacciarsi con interlocutori di madrelingua inglese, e gli scout diventano così un ponte tra produttori e reparti operativi. Il valore di queste figure risiede nella loro provenienza dal campo, poiché essendo stati operatori essi conoscono le esigenze reali del combattimento. Una dimostrazione non basta a stabilire come un equipaggiamento si comporti sotto il fuoco, se risolva un problema concreto o se introduca nuovi rischi. Per questo la maggior parte del lavoro di uno scout non consiste nell’impiegare i sistemi, bensì nel valutarli e integrarli, fornendo ai comandanti un giudizio tecnico maturato sul terreno.

La guerra è ormai una gara di attrito tecnologico. I cicli di innovazione, soprattutto per i sistemi senza pilota, si comprimono in poche settimane, aprendo finestre di opportunità altrettanto brevi. Con il calo dei costi cresce la capacità di scalare sistemi economici ed efficaci, come dimostrato dall’Ucraina prima con i droni Fpv e poi con velivoli unmanned che assomigliano sempre più a missili.  Il modello ucraino, tuttavia, presenta attriti interni. Alle prese con la carenza di piloti, molti comandanti sono restii ad ampliare il numero di ingegneri e scout, percepiti come una sottrazione di risorse dal fronte. E quando un reparto individua un sistema particolarmente efficace, tende a tenerlo per sé, per timore di generare carenze logistiche qualora tutti iniziassero a richiederlo. La stessa decentralizzazione che accelera l’adattamento rischia così di frammentarne i benefici.

Anche Mosca ha imparato la lezione. Ha istituito il centro Rubikon per accelerare l’adattamento tecnologico, sebbene il suo modello più centralizzato tenda a innovare più lentamente. Una volta però che una capacità si dimostra efficace, la Russia riesce spesso a replicarla e distribuirla su gran parte delle proprie forze, come avvenuto con i droni Shahed di progettazione iraniana. È il rovescio speculare del dilemma ucraino: dove Kyiv eccelle nella sperimentazione ma fatica a generalizzarla, Mosca adotta con lentezza ma diffonde in profondità. E in questo contrasto si gioca una partita cruciale. Con una manodopera limitata, la capacità di scovare, testare e integrare rapidamente la tecnologia proveniente da tutto il mondo dovrà farsi carico di una quota crescente dello sforzo bellico ucraino.


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