A Colleferro l’esplosione si è sentita a trenta chilometri. La seconda, quella fatta di parole, ha viaggiato molto più lontano. Ed è quella su cui vale la pena ragionare. Il commento di Raffaele Volpi
Il 13 agosto, alle due e quaranta del pomeriggio, mezza Italia era in ferie. A Colleferro no. Prima è salita una colonna di fumo bianco, poi una fiammata arancione alta come una casa, poi è arrivato il colpo: finestre spalancate da sole, gente in strada, qualcuno che ha pensato al terremoto. La prima cosa da dire, prima di qualsiasi analisi, è che non è morto nessuno. La fabbrica era ferma per chiusura estiva e i ventiquattro manutentori presenti si trovavano lontani dal reparto saltato in aria. In un altro giorno dell’anno staremmo scrivendo un altro articolo, e nessuno avrebbe voglia di scriverlo.
A Colleferro quel rumore non è un rumore qualsiasi. La città è nata attorno alla fabbrica, non il contrario, e ha una strada intitolata ai Caduti del ’38, l’anno in cui la vecchia Bombrini Parodi Delfino saltò in aria lasciando sessanta morti; nel 2007 un’altra esplosione uccise un operaio. Chi vive lì non ha bisogno della geopolitica per avere paura: ha le sue date, e se le ricorda tutte.
Poi è successa la seconda cosa. Mentre i vigili del fuoco stavano ancora spegnendo, l’esplosione è avvenuta una seconda volta, altrove, sugli schermi. In poche ore sono arrivati l’accostamento con un incendio in un deposito bulgaro tre giorni prima, le ipotesi di sabotaggio, le televisioni di Mosca che dedicavano alla vicenda uno spazio curiosamente generoso, gli account che festeggiavano. Un capannone della provincia romana era diventato un fronte prima ancora che si sapesse che cosa avesse preso fuoco.
Su che cosa sia accaduto dentro quel capannone non ho nulla da aggiungere, e chi vi dice di saperlo già vi sta vendendo qualcosa. C’è una procura che indaga, ci sono i carabinieri del RIS che hanno campionato ogni cosa, ci sono i nostri apparati di informazione e sicurezza che stanno facendo, in silenzio, esattamente il mestiere per cui esistono: ho avuto modo di vederli da vicino e la stima che ne ho non è di circostanza.
Ma su un altro punto — e qui il commentatore ha il dovere di essere meno diplomatico del cronista — non ho esitazioni di sorta. Da tre anni la Federazione Russa conduce in Europa una campagna che non ha più nulla di ipotetico: depositi logistici andati a fuoco in Germania e nel Regno Unito, pacchi incendiari infilati nella rete dei corrieri aerei, cavi tranciati sul fondo del Baltico, droni comparsi sopra basi e aeroporti, manovalanza di bassa lega reclutata su Telegram e pagata in criptovaluta, spesso senza sapere per chi lavorasse. Non sono suggestioni: sono fatti accertati da polizie e magistrature europee, con processi e condanne. Chi finge che non esistano fa al proprio Paese un danno maggiore di chi esagera.
E qui viene l’osservazione che mi pare la più utile. In quella campagna la negabilità non è un effetto collaterale: è il prodotto. L’obiettivo non è che l’atto venga riconosciuto, ma che resti per sempre possibile. Ogni episodio, preso da solo, sarà sempre spiegabile come un guasto o una fatalità industriale: è proprio questo che lo rende impiegabile. Ne discende una regola di lettura che vale anche per noi: non si giudica l’episodio, si guarda la serie. La domanda seria non è se sia stata Mosca a Colleferro, ma quante volte, in quanti mesi, in quanti Paesi e con quale calendario accadano cose come questa. E il calendario dice qualcosa: metà agosto, un Paese in ferie, le istituzioni sospese, l’attenzione ai minimi. Chi studia le nostre finestre di vulnerabilità studia anche questo.
Il che, però, rende la speculazione un regalo e non una difesa. Perché se a Colleferro c’è stato un incidente, e noi lo raccontiamo per una settimana come un attacco riuscito, l’attacco c’è stato lo stesso: solo che a portarlo a termine siamo stati noi, gratuitamente, per conto di qualcun altro. Gli avremo consegnato una vittoria che non aveva ottenuto e un’immagine di fragilità che non ci corrisponde, senza fargliela pagare un euro.
È il motivo per cui il campo di battaglia non è più la notizia, ma l’uso che se ne fa. Un tempo, per ingannare un’opinione pubblica, occorreva fabbricare un fatto falso: costava fatica e prima o poi si scopriva. Oggi basta prendere un fatto vero — un incendio, un cratere, un video girato dal balcone — e caricarlo del significato desiderato. L’immagine è autentica, e il lavoro sporco lo facciamo noi riempiendo il vuoto fra l’evento e la spiegazione. La guerra cognitiva non ci chiede di credere a una menzogna: ci chiede qualcosa di più economico e più pericoloso, cioè di non credere più a niente e di sospettare sempre di tutto.
Prudenza, dunque, ma non ingenuità. Gli impianti che oggi producono per la sicurezza europea vanno protetti sul serio, e la loro vulnerabilità — fisica, industriale, umana — è materia di interesse nazionale. Vigilare, però, è un mestiere con le sue regole: sospettare non è vigilare, e insinuare non è indagare.
Sapremo che cosa è successo, con i tempi delle perizie e non con quelli dei commenti. Intanto teniamoci stretta la sola certezza disponibile, che a Colleferro non è morto nessuno. E teniamocene stretta un’altra, che si vede meno ma pesa uguale: la capacità di aspettare una verità invece di sceglierne una. È l’unica difesa che non si compra, non si appalta e non può essere delegata. Il boato lo abbiamo sentito tutti. Il rumore che conta viene dopo, ed è quello che decidiamo di fare noi.
















