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Così Washington (con gli alleati) vuole plasmare la competizione scientifica e tecnologica

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La nuova strategia americana per scienza e tecnologia lega esplicitamente innovazione, sicurezza nazionale e competizione internazionale. Washington punta a scegliere i terreni dello scontro tecnologico e a costruire attorno al proprio vantaggio un ecosistema di alleati, capitali, standard e supply chain

Gli Stati Uniti hanno messo nero su bianco una strategia per trasformare la propria capacità scientifica e tecnologica in uno strumento di sicurezza nazionale e proiezione internazionale. Pubblicata lunedì 17 agosto, la nuova “National Security Science & Technology Strategy” definisce come Washington intende utilizzare il proprio ecosistema di ricerca e innovazione per sostenere gli obiettivi della National Security Strategy del 2025. La premessa è esplicita: mantenere la leadership scientifica e tecnologica americana è diventato esso stesso un obiettivo di sicurezza nazionale.

Il documento individua quattro pilastri: concentrare la competizione tecno-strategica sui terreni più favorevoli agli Stati Uniti, costruire resilienza tecnologica, accelerare innovazione e adozione delle nuove capacità, proteggere l’ecosistema scientifico americano da furto, diversione e sfruttamento da parte degli avversari.

Ma la sua rilevanza va oltre l’elenco delle tecnologie considerate prioritarie, dall’intelligenza artificiale al quantum, dai semiconduttori allo spazio, dalla biotecnologia al nucleare. La strategia suggerisce una concezione più ampia del rapporto tra tecnologia e potenza: Washington non vuole semplicemente vincere una serie di corse tecnologiche. Vuole, per quanto possibile, decidere su quali terreni quelle corse debbano svolgersi.

È il significato della scelta di “shape technology competition toward areas of U.S. strength (traduzione letterale: “orientare la competizione tecnologica verso le aree di forza degli Stati Uniti”)”. Gli Stati Uniti non intendono replicare automaticamente ogni capacità offensiva sviluppata da un avversario quando il proprio vantaggio tecnologico consente una risposta difensiva più economica. Né vogliono entrare in competizioni nelle quali un concorrente possa rispondere alle mosse americane sostenendo costi inferiori.

La logica è in effetti quella dell’imposizione dei costi. Il documento cita il caso di sofisticate capacità di attacco americane integrate con un numero elevato di sistemi meno costosi: una combinazione che potrebbe obbligare i competitor a destinare maggiori risorse a costose difese aeree e antimissile, sottraendole ad altre capacità offensive. La superiorità tecnologica, in questa lettura, conta anche per la sua capacità di condizionare le decisioni dell’avversario.

È una distinzione significativa: il vantaggio non deriva necessariamente dal possedere il sistema più avanzato in ogni settore, ma dalla capacità di combinare piattaforme sofisticate, sistemi sacrificabili e soluzioni relativamente economiche in modo da produrre un problema strategico più costoso per i rivali. Dove questa dinamica si rovescia e favorisce l’avversario (tra le righe, chiaramente, si intravvede la Cina), Washington dovrebbe invece evitare una competizione simmetrica.

La stessa logica si estende oltre il campo di battaglia. La strategia lega la leadership tecnologica alla protezione delle infrastrutture, alla sicurezza delle catene di approvvigionamento, agli investimenti, ai controlli sulle esportazioni, alla disponibilità di talenti e alla capacità di influenzare standard e governance internazionali. La competizione tecnologica diventa così una competizione sull’ecosistema nel quale l’innovazione viene finanziata, sviluppata, protetta e infine diffusa.

È qui che gli alleati acquistano un peso particolarmente rilevante. La strategia definisce esplicitamente le loro capacità scientifiche e tecnologiche un “moltiplicatore di forza”. Washington vuole ampliare la cooperazione nelle tecnologie critiche, coordinare la sicurezza della ricerca e degli investimenti, rafforzare le supply chain condivise e rendere più semplice il contributo dei partner alla difesa collettiva.

Ma l’integrazione ha una seconda faccia: gli Stati Uniti intendono anche lavorare con governi affini per orientare norme, standard e governance delle tecnologie critiche in modo favorevole alla competitività americana. Qui l’esempio è l’AI – e il sistema connesso di alleanze tecnologiche e infrastrutture condivise che Washington sta costruendo attorno a Pax Silica, una cornice di cooperazione tra Paesi partner pensata per coordinare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dai modelli ai chip fino, appunto, agli standard di sicurezza e interoperabilità.

Sul fronte degli investimenti, il documento prevede inoltre di facilitare quelli provenienti da alleati e partner nella misura in cui gli investitori mantengano una distanza verificabile dagli avversari e allineino le proprie attività alle priorità di sicurezza nazionale statunitensi.

Ne emerge il tentativo di costruire un sistema tecnologico relativamente aperto al suo interno e più selettivo verso l’esterno. La strategia insiste sull’attrazione dei migliori talenti globali, sulla collaborazione con università e imprese e sulla capacità di mobilitare capitali e innovazione privata. Allo stesso tempo rafforza research security, screening degli investimenti, restrizioni agli investimenti americani all’estero, controlli sulle esportazioni, protezione dei dati e sicurezza delle catene tecnologiche.

La tensione è deliberata. Washington riconosce che l’apertura dell’ecosistema americano è una delle fonti della sua superiorità, ma considera quella stessa apertura una vulnerabilità quando permette agli avversari di acquisire tecnologia, proprietà intellettuale, dati o capacità industriali. L’obiettivo diventa quindi preservare la circolazione che alimenta l’innovazione restringendo quella che può rafforzare i concorrenti.

In questa architettura, AI, quantum, biotecnologia, semiconduttori e spazio sono meno una lista di settori da dominare che nodi di una strategia più vasta. La posta in gioco è la capacità di collegare ricerca, industria, capitale, difesa e alleanze abbastanza rapidamente da mantenere un vantaggio che nessuna singola scoperta tecnologica può garantire nel tempo.

La proiezione internazionale degli Stati Uniti passa così anche dalla capacità di organizzare un ecosistema scientifico e tecnologico più ampio dei propri confini. Se la strategia funzionerà secondo le intenzioni di Washington, il vantaggio americano non dipenderà soltanto da chi svilupperà per primo la prossima tecnologia decisiva. Dipenderà da chi riuscirà a costruire attorno a quella tecnologia le supply chain, i capitali, gli standard e le alleanze che ne determinano il peso strategico.


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