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Una svolta copernicana. Cosa sta cambiando nell’invecchiamento della popolazione

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Nei Paesi ricchi la quota di anziani colpiti da demenza si sta riducendo, secondo una nuova generazione di studi demografici. Il calo, del 13% per decennio in sei paesi tra Nord America ed Europa, ridimensiona le proiezioni più allarmistiche e sposta l’attenzione dalla ricerca sui farmaci – ancora incerta – alla prevenzione: istruzione, salute cardiovascolare e persino la vaccinazione anti-zoster si confermano leve concrete per la sanità pubblica

Per decenni la narrazione dominante è stata quella dell’epidemia inarrestabile: più anziani, più demenza, più costi per i sistemi sanitari. Una nuova generazione di studi demografici racconta però una storia diversa – e per certi versi sorprendente. Nei Paesi ricchi, la quota di anziani colpiti da demenza si sta riducendo, e in modo significativo, come emerge da una recente analisi dell’Economist basata su una serie di studi demografici e clinici pubblicati negli ultimi anni.

Un crollo che ha sorpreso gli stessi ricercatori

Eric Stallard, attuario ed epidemiologo, ha impiegato due anni e mezzo a verificare i propri dati prima di pubblicarli, tanto i risultati contraddicevano le aspettative. Il suo studio, uscito sul Journal of the American Medical Association, mostra che la quota di americani tra 85 e 89 anni con demenza è passata da circa il 30% di quarant’anni fa a circa il 10% nel 2024.

Non è un caso isolato. Una ricerca coordinata da Frank Wolters dell’Erasmus Medical Centre di Rotterdam, su quasi 50mila persone in sei paesi tra Nord America ed Europa, ha rilevato un calo dell’incidenza pari al 13% per decennio tra il 1988 e il 2015. Il Framingham Heart Study, che segue tre generazioni in una cittadina statunitense, arriva a stime ancora più marcate: chi ha raggiunto la vecchiaia nei primi anni 2010 ha mostrato un rischio di demenza inferiore di circa il 44% rispetto a chi vi arrivava alla fine degli anni Settanta.

Il metodo conta: gli studi più recenti confrontano coorti di età ristrette anno per anno, invece di limitarsi ad aggiustamenti statistici sull’età media della popolazione. Stallard parla di una svolta “copernicana” nell’interpretazione dei dati epidemiologici sulla demenza.

Perché le proiezioni allarmistiche vanno riviste

Le stime più citate sui costi futuri della demenza – tra cui una proiezione che porterebbe la popolazione mondiale con demenza da 57 milioni nel 2019 a 153 milioni nel 2050 – si basano quasi sempre su un’ipotesi implicita: che il tasso di incidenza per fascia d’età resti costante nel tempo. È un’assunzione che i nuovi dati mettono in discussione.

Una simulazione dell’Erasmus Medical Centre su 10 milioni di cittadini olandesi ha confrontato due scenari: senza alcuna riduzione del rischio, i casi di demenza più che raddoppierebbero entro il 2050; applicando invece il trend di calo del 13% per decennio osservato da Wolters, la crescita dei casi si fermerebbe al 43% – comunque in aumento per via dell’invecchiamento della popolazione, ma con un impatto assai più gestibile sui sistemi sanitari.

Per la sanità pubblica italiana ed europea, alle prese con la sostenibilità della spesa nel lungo periodo, la differenza tra questi due scenari non è un dettaglio statistico.

I fattori di rischio modificabili: la vera leva di policy

La Lancet Commission on Dementia, che riunisce esperti internazionali, stima che fino al 45% dei casi di demenza nel mondo potrebbe essere prevenuto o ritardato intervenendo su 14 fattori di rischio modificabili lungo l’intero corso della vita: istruzione insufficiente in età infantile, ipertensione, obesità, sedentarietà, perdita dell’udito non trattata, colesterolo alto, depressione, isolamento sociale in età avanzata. Nel 2024 la Commissione ha aggiunto anche la perdita della vista non corretta e i livelli elevati di colesterolo Ldl.

Un’indicazione utile per chi disegna politiche sanitarie: non conviene concentrarsi solo sui fattori con l’associazione più forte al rischio, come la depressione non trattata. Intervenire su fattori più diffusi nella popolazione, anche se singolarmente meno “pericolosi” – come la perdita dell’udito o il colesterolo alto – può avere un impatto aggregato maggiore. Solo il trattamento di ipoacusia e ipercolesterolemia, secondo la Commissione, potrebbe ridurre i casi totali del 14%.

Il caso del vaccino contro l’herpes zoster

Tra i risultati più interessanti per chi si occupa di politiche vaccinali c’è uno studio di Pascal Geldsetzer (Stanford) su un esperimento naturale in Galles. Nel 2013 il Paese ha introdotto la vaccinazione gratuita contro l’herpes zoster per la fascia 70-79 anni, con una soglia di eleggibilità basata sull’età che ha permesso un confronto quasi randomizzato tra vaccinati e non vaccinati. Risultato: una riduzione del rischio di demenza del 20% per almeno sette anni, confermata da studi analoghi in Australia e Canada.

È un dato che merita attenzione anche in chiave di programmazione sanitaria italiana: un intervento a basso costo, già disponibile, con un beneficio secondario documentato che va ben oltre l’indicazione originaria.

Le terapie specifiche restano un capitolo aperto

Sul fronte farmacologico il quadro è più incerto. Gli anticorpi anti-amiloide come lecanemab e donanemab mostrano benefici clinici modesti a fronte di rischi non trascurabili di sanguinamento o edema cerebrale, in particolare nei portatori del gene Apoe4 – proprio i pazienti che, in teoria, ne avrebbero più bisogno. Anche i farmaci Glp-1, oggetto di grande attenzione mediatica per altre indicazioni, non hanno mostrato benefici in un trial randomizzato su pazienti già affetti da Alzheimer, pur con alcuni segnali positivi da studi osservazionali sulla prevenzione.

Restano aperti diversi trial, tra cui uno studio internazionale che combina interventi sullo stile di vita con metformina, farmaco antidiabetico, per verificarne l’effetto preventivo su varie forme di demenza.

Perché è una notizia di policy, non solo di scienza

Il punto politico è che ritardare l’esordio medio della demenza di soli cinque anni – dato che l’incidenza raddoppia circa ogni cinque anni dopo i 70 – taglierebbe il numero complessivo di casi di circa la metà. È un obiettivo che passa da istruzione, prevenzione cardiovascolare, contrasto alla sedentarietà, programmi di screening su vista e udito, politiche vaccinali per gli anziani: leve in larga parte già nella disponibilità dei decisori pubblici, senza attendere il farmaco risolutivo.

Per un sistema sanitario come quello italiano, che deve pianificare oggi la sostenibilità della long-term care di qui al 2050, la lezione è che l’andamento della demenza non è un destino demografico scritto, ma il risultato cumulativo di scelte di prevenzione fatte decenni prima.


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