Il tribunale superiore di Stoccarda ha condannato a quindici mesi un cittadino ucraino per attività di intelligence finalizzata a possibili sabotaggi per conto di un attore statale russo. Assolti gli altri due imputati. Non è stata invece dimostrata l’esistenza di un piano concreto per spedire pacchi incendiari. Una sentenza che ridimensiona parte dell’impianto accusatorio, ma conferma l’interesse russo per le rotte logistiche tra Germania e Ucraina
Due pacchi, alcuni ricambi per automobili e altrettanti localizzatori Gps. È su questa operazione, apparentemente marginale, che si è chiuso martedì 18 agosto, davanti al tribunale superiore regionale di Stoccarda, uno dei procedimenti tedeschi più recenti sulle attività russe di intelligence e sabotaggio in Europa.
Uno dei tre imputati, un cittadino ucraino di trent’anni, è stato condannato a un anno e tre mesi di carcere per attività di intelligence finalizzata al sabotaggio. Gli altri due, di 22 e 25 anni, sono stati assolti. La sentenza non è definitiva e può essere impugnata davanti alla Corte federale di giustizia. A riportarne nel dettaglio le motivazioni è Ukrinform; il verdetto è stato confermato anche da Reuters e Associated Press.
Il processo non ha confermato nella sua interezza la ricostruzione iniziale della Procura federale tedesca. Se è stata riconosciuta la responsabilità del principale imputato nella raccolta di informazioni utili a individuare possibili obiettivi e vulnerabilità logistiche, non sono emerse prove sufficienti per dimostrare che i tre avessero concordato una successiva operazione con ordigni incendiari.
I pacchi-test tra Colonia e l’Ucraina
La vicenda risale alla fine di marzo del 2025. Secondo quanto accertato dal tribunale, i tre cittadini ucraini parteciparono, con ruoli diversi, alla spedizione dalla Germania verso l’Ucraina di due pacchi contenenti localizzatori Gps attivati e componenti per automobili.
L’obiettivo era seguire il percorso delle spedizioni e comprendere tempi, modalità e infrastrutture utilizzate dal servizio di consegna. Nella ricostruzione dell’accusa, l’incarico proveniva da un servizio di intelligence russo ed era stato trasmesso attraverso intermediari a Mariupol, città ucraina occupata dalle forze russe.
Era questa anche la tesi esposta dal Generalbundesanwalt, la Procura federale tedesca, nelle imputazioni depositate tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Secondo gli inquirenti, la ricognizione attraverso i Gps avrebbe dovuto precedere una fase successiva: l’invio lungo le stesse rotte di pacchi contenenti dispositivi incendiari, destinati ad attivarsi durante il trasporto.
Le testimonianze raccolte, le perquisizioni nelle abitazioni e l’analisi del materiale sequestrato non hanno consentito ai giudici di dimostrare né l’esistenza di un accordo tra i tre per commettere incendi né la preparazione concreta di un’operazione di questo tipo. Non è stato inoltre possibile provare che i due imputati più giovani sapessero di partecipare a un’attività di intelligence o avessero consapevolezza delle finalità attribuite all’operazione.
Da qui l’assoluzione e la revoca dei rispettivi mandati di arresto.
Diversa la valutazione sul principale imputato, estradato dalla Svizzera in Germania nel dicembre scorso dopo l’arresto nel cantone di Turgovia.
Secondo i giudici, il trentenne disponeva di un quadro informativo più ampio e sapeva che l’attività serviva a individuare possibili obiettivi per successive azioni di sabotaggio. Avrebbe ricevuto le indicazioni attraverso un conoscente residente nella Mariupol occupata e organizzato la consegna dei localizzatori, coinvolgendo successivamente gli altri due uomini.
I dispositivi passarono prima nelle mani del ventiduenne e arrivarono quindi a Colonia, da dove il terzo imputato li spedì in Ucraina attraverso un operatore logistico ucraino. Secondo la corte, il trentenne doveva essere consapevole anche del fatto che dietro l’incarico vi fosse un soggetto riconducibile allo Stato russo.
La “zona grigia” tedesca
A fare da sfondo al processo di Stoccarda c’è un quadro che va ormai oltre il singolo procedimento giudiziario. Elisabeth Braw, su Foreign Policy, annovera la Germania tra i Paesi europei maggiormente esposti alle operazioni nella cosiddetta zona grigia. Attività difficili da attribuire con immediatezza, sufficientemente limitate da non provocare una risposta militare ma capaci di mettere alla prova infrastrutture, apparati di sicurezza e tempi di reazione. L’analisi richiama, tra gli episodi più recenti, il ritrovamento di un drone sofisticato all’interno di un aeroporto tedesco e la collisione di un velivolo con un oggetto non identificato nelle vicinanze dello stesso scalo.
È in questa cornice che acquista interesse anche la vicenda dei pacchi con i localizzatori Gps: non perché la sentenza abbia provato l’esistenza del più ampio piano incendiario ipotizzato dall’accusa – circostanza che i giudici hanno invece escluso – ma poiché mostra quanto possa essere elementare la prima fase di un’operazione ostile. Individuare una rotta, seguirne i passaggi, misurare tempi e vulnerabilità. Una ricognizione a basso costo che, proprio perché confusa con attività ordinarie e affidata a intermediari, conserva uno dei principali vantaggi delle operazioni sotto soglia: rendere più difficile stabilire dove finisca lo spionaggio e dove cominci la preparazione di un sabotaggio.
La logistica come obiettivo
Al di là della parte dell’accusa che non ha superato la prova del dibattimento, la sentenza mantiene un elemento rilevante: l’interesse per la catena logistica che collega la Germania all’Ucraina.
Non servivano, in questa fase, informazioni classificate o accessi a infrastrutture militari. Era sufficiente ricostruire il percorso di un normale pacco: dove transita, per quanto tempo rimane in un centro logistico, quali snodi attraversa prima di raggiungere l’Ucraina. Informazioni ordinarie che, inserite nella preparazione di un’operazione di sabotaggio, possono acquisire un valore diverso.
Il procedimento era partito nel maggio del 2025 con gli arresti effettuati a Colonia, Costanza e nel cantone svizzero di Turgovia. Già allora la Procura federale aveva spiegato che i Gps contenuti nei pacchi-test sarebbero serviti proprio a ricostruire le rotte di trasporto.
Il caso si inserisce peraltro in un contesto che da tempo preoccupa i servizi europei. Nel 2024 alcuni pacchi contenenti dispositivi incendiari si erano attivati in centri logistici in Germania e nel Regno Unito; funzionari occidentali e investigatori hanno indicato in quel caso un possibile coinvolgimento dell’intelligence russa. Si tratta di un’indagine distinta da quella conclusa a Stoccarda e il collegamento non è stato stabilito dalla sentenza del 18 agosto.
È una distinzione importante. Il verdetto tedesco non certifica il più esteso piano di attentati ipotizzato inizialmente dagli inquirenti e assolve due dei tre uomini portati a processo. Conferma però che almeno uno degli imputati lavorò consapevolmente alla raccolta di informazioni su rotte e infrastrutture logistiche per conto di un soggetto statale russo e con una finalità legata al sabotaggio.
Una vicenda più circoscritta rispetto all’impianto originario dell’accusa, dunque. Ma proprio per questo utile a leggere con maggiore precisione una delle modalità con cui oggi può essere condotta un’attività ostile sotto la soglia dell’azione militare: piccoli incarichi, intermediari, infrastrutture civili e persone reclutate per compiti limitati, senza che necessariamente dispongano dell’intero quadro dell’operazione.
















