Cyber, ricerca e riserva sono i principali banchi di prova della trasformazione dello strumento militare italiano. Il disegno di legge crea alcune condizioni utili, ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità di reperire personale qualificato, costruire nuove strutture e mettere a disposizione risorse adeguate. Più che un punto d’arrivo, il provvedimento rappresenta l’avvio di un percorso ancora lungo e complesso. Conversazione con il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa
La riforma della Difesa rappresenta un primo passo per adattare lo strumento militare italiano a un contesto strategico profondamente cambiato. Airpress ne ha parlato con Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa, secondo cui il provvedimento crea alcune condizioni necessarie, ma la sua attuazione dipenderà dalla capacità di costruire nuove strutture, reclutare competenze e trovare risorse oggi ancora insufficienti.
Generale Camporini, quanto è urgente riformare oggi la Difesa italiana e il disegno di legge approvato in consiglio dei ministri può rappresentare un punto di partenza?
L’urgenza è determinata dalla rapidissima evoluzione del quadro strategico. La nostra Difesa è strutturata razionalmente sulla base di concetti classici di conflitto, ma oggi ci troviamo di fronte a una situazione nella quale il conflitto non è più soltanto classico. Si articola in moltissime forme, delle quali il combattimento sul campo di battaglia è solo una delle espressioni e, qualche volta, non è neppure la più pericolosa. Occorre quindi controllare e verificare ciò che accade nello spazio cibernetico, comunicativo e informativo. Su questi fronti bisogna necessariamente creare strutture in grado di consentire al Paese di affrontare le crisi che possono verificarsi.
Il provvedimento rafforza il ruolo del cyber, attribuisce nuove responsabilità nella gestione dei dati e consolida il raccordo con l’intelligence militare. Questi cambiamenti possono avvicinare la Difesa alle nuove minacce e a un ambiente operativo sempre più digitale?
Il provvedimento crea le condizioni per farlo, ma, una volta approvato, bisognerà procedere non soltanto alla costruzione delle strutture, ma anche al reclutamento del personale. Parliamo di figure particolarmente qualificate e molto richieste anche in ambito civile. Costruire queste strutture e dotarle, in primo luogo, delle necessarie risorse umane non sarà un’impresa semplice. Si tratta di procedure che richiedono un seguito. Questo è soltanto l’avvio e c’è ancora molto lavoro da fare, soprattutto per verificare la disponibilità delle risorse umane e finanziarie. Dal punto di vista economico, il provvedimento dice abbastanza poco. L’incremento degli organici e la costruzione di una riserva per le situazioni di emergenza sono infatti demandati a un intervento futuro. In questo periodo si è sviluppato un dibattito molto acceso sull’idea che le spese militari non debbano andare a detrimento di quelle sociali o delle altre esigenze del Paese. La realtà, però, è che finora non vi sono state spese militari aggiuntive, se non in misura assolutamente marginale. La concretizzazione di questo nuovo disegno deve quindi attendere una disponibilità economica che al momento non c’è.
Il ddl interviene sull’organizzazione dei vertici e rafforza la dimensione interforze. Questo riassetto può rendere più semplice il funzionamento interno e più efficace il processo decisionale?
Parlerei soprattutto di una precisazione della struttura dei vertici, perché si tratta di adattare le norme attuali alle evoluzioni intervenute negli ultimi tempi. La figura del segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti è stata divisa in due incarichi distinti, mentre in precedenza erano riuniti nella stessa persona. Era quindi necessario chiarire, nella definizione del Comitato dei capi, la presenza di due figure differenti con funzioni diverse. C’è poi un’ulteriore definizione del ruolo del sottocapo di Stato maggiore della Difesa. Anche in questo caso si tratta più di un aggiustamento formale che sostanziale, soprattutto dopo l’attribuzione al sottocapo, così come al comandante del Comando operativo di vertice interforze, della quarta stella funzionale. Una scelta che pone queste due figure, dal punto di vista dell’uniforme, sullo stesso livello dei capi di Stato maggiore delle Forze armate.
Sul piano tecnologico viene istituito un fondo da 10 milioni di euro annui per la ricerca e lo sviluppo sperimentale, insieme a strumenti per accelerare test e prototipi. È una base adeguata e quali sono i settori nei quali la Difesa deve innovare con maggiore urgenza?
Il principio è positivo, ma stiamo parlando davvero di una cifra molto limitata. Ricordo che, quando ero ancora in servizio, circa vent’anni fa, la direttrice della Darpa statunitense mi illustrò un bilancio per la ricerca pari a cinque miliardi di dollari. Questi dieci milioni sono soprattutto un segnale per affermare che bisogna investire nella ricerca per la difesa. È un problema che riguarda tutta l’Europa, dove esiste una grande carenza di fondi. A suo tempo era stato stimato che i Paesi europei, nel loro complesso, spendessero per la ricerca nel settore della difesa circa un terzo di quanto investivano gli Stati Uniti. È inevitabile che questa differenza produca conseguenze sullo sviluppo delle capacità tecnologiche. È positivo che sia stata prevista questa voce, ma dovrà essere utilizzata in modo razionale. Anche in questo settore, tuttavia, vedo una grande frammentazione a livello europeo. Ogni Paese porta avanti il proprio programma di ricerca e spesso i diversi progetti si sovrappongono. Tutti cercano di reinventare l’acqua calda, mentre lavorando insieme potrebbero sviluppare qualcosa di diverso. Un vero programma comune europeo per la ricerca resta finora un sogno, nonostante esistano strutture che potrebbero crearlo e gestirlo. L’Agenzia europea per la difesa potrebbe certamente svolgere questo ruolo. Oggi, però, non accade e ne deriva un grande spreco di risorse.
Questo ddl apre soltanto la prima fase della riforma. Quali altri aspetti dello strumento militare devono essere affrontati nei prossimi interventi e non possono più essere rinviati?
La questione della riserva è assolutamente indispensabile, perché ancora oggi, nonostante le tecnologie, i numeri sul campo di battaglia contano. Faccio spesso l’esempio dei nostri colleghi finlandesi. La Finlandia dispone di Forze armate con circa 21 mila effettivi su una popolazione di sei milioni di abitanti, una proporzione grossomodo simile alla nostra. Il loro capo di Stato maggiore mi spiegava però che, nell’arco di due o tre settimane, attraverso la mobilitazione della riserva, possono passare da 21 mila a 300 mila uomini. Significa disporre di una capacità operativa sul terreno della quale bisogna necessariamente tenere conto e che affonda le proprie radici in esperienze storiche molto significative. Lo sforzo che ha portato all’elaborazione di questo provvedimento deve quindi avere necessariamente un seguito. Avendo letto le ultimissime dichiarazioni di alcuni esponenti politici, senza fare nomi per carità di patria, credo però che l’orizzonte non sia privo di nubi.
















