La nuova National Security Science and Technology Strategy fotografa un’America consapevole di non poter primeggiare da sola su tutte le tecnologie critiche. Per mantenere la superiorità occidentale, Washington punta con decisione sulla cooperazione con alleati e partner
Anche se non si può dire che la tecnologia sia l’unica chiave per avere la meglio sui campi di battaglia moderni (il professor Stepehn Biddle, teorico del “modern combat system” avrebbe qualcosa da ridire al riguardo), essa rappresenta in ogni caso una variabile fondamentale. E il conflitto in Ucraina è stata solo l’ennesima dimostrazione di quanto tale fattore sia importante. Come sanno bene a Washington.
“Gli Stati Uniti daranno priorità al vantaggio tecnologico nelle aree essenziali per dissuadere un attacco e prevalere in un conflitto contro avversari sofisticati e capaci, facendo leva sui vantaggi già esistenti degli Stati Uniti in settori chiave. […] Gli Stati Uniti faranno progredire la leadership generale in queste aree e, nell’ambito della sicurezza nazionale, ne daranno priorità allo sviluppo e all’applicazione per garantire che l’esercito americano rimanga il più avanzato tecnologicamente al mondo” si legge nella appena rilasciata edizione 2026 della National Security Science and Technology Strategy, pubblicata dall’Office of Science and Technology Policy per dare attuazione alla National Security Strategy del 2025. Il documento ha un impianto che ruota attorno a quattro pilastri: concentrare la competizione tecno-strategica, costruire resilienza tecnologica, accelerare il ritmo dell’innovazione e proteggere l’ecosistema S&T da furto e sfruttamento stranieri. Quattro categorie che, ovviamente, pesano tanto sulla dimensione civile quanto militare.
Il mantenimento della superiorità tecnologica in ambito bellico rappresenta, sin dalla seconda metà del secolo scorso, uno dei capisaldi della power projection statunitense. Ma in questo particolare momento storico gli Stati Uniti non possono, per ovvi motivi, assicurarsi di mantenere l’egida assoluta nei molteplici settori che oggi vengono considerati essere tecnologia d’avanguardia, dal quantum alle biotecnologie, dall’IA allo spazio, e così via. Le risorse di cui Washington dispone, seppure elevate, non sono infinite. Per riuscire a mantenere la “superiroità tecnologica occidentale”, gli Usa devono assolutamente cooperare con i partner. La stessa strategia lo riconosce apertamente, quando individua in alleati e partner un “moltiplicatore di forza” capace di far avanzare gli obiettivi di sicurezza nazionale e di battere sul piano competitivo gli avversari.
I modi per farlo sono molti. Distribuire i costi della ricerca, mettere in comune infrastrutture e talenti, e colmare i vuoti di capacità là dove un partner ha maturato un vantaggio che sarebbe dispendioso (se non impossibile) replicare da zero. In un contesto in cui la Cina persegue una strategia di fusione civile-militare per orientare l’intera catena dell’innovazione verso la supremazia tecnologica, l’aggregazione delle capacità occidentali non è un lusso, ma una necessità strutturale.
Il documento traduce questo principio in indicazioni concrete come i “prosperity deals”, accordi bilaterali attraverso cui l’amministrazione sta ampliando la cooperazione in aree come IA, energia nucleare, quantum, comunicazioni avanzate, e spazio, oltre che sugli aspetti protettivi come la sicurezza della ricerca, degli investimenti e delle catene di approvvigionamento. Sul versante industriale, la strategia richiama la collaborazione con Australia e Regno Unito all’interno di Aukus per rafforzare la base industriale dei sottomarini statunitensi e sviluppare congiuntamente tecnologie critiche, minerali strategici ed energia. O ancora, snellire i controlli sull’export di droni verso alleati e partner dotati di regimi di controllo solidi, in attuazione dell’ordine esecutivo 14307 sulla drone dominance.
Una svolta che può andare anche in direzione opposta. Il documento invita a “osservare come la tecnologia viene usata e adattata nel combattimento moderno”, con chiaro riferimento all’Ucraina. Nel dominio dei droni Kyiv ha sviluppato sotto la pressione della guerra un ecosistema di innovazione e produzione che, per rapidità dei cicli di adattamento e per costo-efficacia, non ha eguali tra i Paesi Nato. Il vero salto di maturità della cooperazione occidentale sta nella capacità di riconoscere quando è un alleato, e non Washington, a detenere lo stato dell’arte, e di adeguarsi di conseguenza. Sfruttare la partnership con l’Ucraina non per esportarle tecnologia, ma per assorbirne le competenze e allinearsi ai suoi standard operativi, è una mossa chiave per gli Usa nel mantenimento della loro superiore capacità militare. E Wahsington non può lasciarsi sfuggire questa occasione.
















