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Medio Oriente, così le crisi convergono in un unico teatro strategico. L’analisi di Dentice

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Washington sta cercando di contenere l’escalation a Gaza, mantenendo al tempo stesso in riserva la pressione militare sull’Iran. Ma sotto la superficie delle manovre diplomatiche, la geografia della sicurezza regionale sta cambiando: Golfo Persico, Mar Rosso e Mediterraneo orientale sono sempre più connessi all’interno di un unico teatro strategico, spiega Giuseppe Dentice, analista dell’Osmed

Il Medio Oriente sta attraversando una fase di apparente de-escalation, ma non necessariamente di stabilizzazione. Washington sta cercando di gestire contemporaneamente due dei fronti più rilevanti della regione. A Gaza, l’amministrazione Trump prova a mantenere aperto un percorso verso il disarmo di Hamas e il ritiro israeliano, nonostante le divergenze con il primo ministro Benjamin Netanyahu su modalità e tempistiche. Con l’Iran, il presidente Donald Trump segnala invece di essere disposto, almeno per ora, a evitare di riprendere le operazioni militari su larga scala, accettando i risultati di ciò che sta chiamando “un semi-negoziato” – ossia costruire un ritorno alla stabilità per il flusso commerciale lungo il chokepoint di Hormuz, consapevole che questo comporti l’esclusione del dossier nucleare iraniano dalle trattative.

Dossier sovrapposti

I dossier Gaza-Iran sono diplomaticamente distinti solo in modo apparente. Considerati insieme mostrano il problema più ampio: Washington non riesce a contenere singole crisi, perché sul piano strategico esse sono diventate difficili da separare.

Netanyahu ha parlato nelle scorse ore con l’inviato statunitense Jared Kushner e si è impegnato a dare una possibilità al piano in 15 punti di Trump per Gaza, dopo avere pubblicamente respinto alcuni elementi centrali della proposta durante la riunione di governo di domenica, mentre il presidente spiegava ai media americani la “partita a scacchi” con Teheran, in cui è coinvolta anche Tel Aviv.

Al centro della divergenza c’è la sequenza. Il piano elaborato dal Board of Peace sostenuto da Trump prevede che Hamas consegni progressivamente le proprie armi al nuovo comitato incaricato di amministrare Gaza nel dopoguerra, mentre Israele inizia a ritirarsi dall’ampia porzione della Striscia che ancora controlla. Netanyahu insiste sull’ordine inverso. “Le Forze di Difesa Israeliane non si ritireranno fino a quando Hamas non sarà realmente disarmata”, ha detto, precisando che il disarmo dovrà comprendere sia le armi pesanti sia quelle leggere: “Parliamo di un vero disarmo, non di una farsa”.

Washington rilassata (forse)

Washington, tuttavia, considera la divergenza gestibile, piuttosto che una rottura sostanziale con Israele. Gli Stati Uniti “non sono preoccupati” dall’opposizione pubblica di Netanyahu: l’amministrazione comprende le esigenze politiche interne del primo ministro israeliano finché Israele continuerà a rispettare le richieste di Washington, in particolare sul contenimento degli attacchi a Gaza. Anche l’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Mike Waltz ha descritto la divergenza come una questione di “sequenza e tempistica”, sostenendo che Washington e Gerusalemme continuano a condividere lo stesso obiettivo finale.

La distanza tra Washington e Tel Aviv rappresenta un fattore importante per il piano, che tuttavia sembra avere poche alternative concrete. Il presidente statunitense, dopo la diffusione delle contrarietà di Netanyahu, ha condiviso su Truth Social un commento pubblicato sul Financial Times dall’ex segretaria di Stato Hillary Clinton, che nella sostanza sosteneva la sua proposta per Gaza. Clinton aveva pubblicato originariamente l’articolo a giugno, prima che Trump annunciasse quello che avrebbe successivamente definito un accordo finalizzato, sostenendo che “al mondo potrebbe non piacere il piano di Trump per Gaza, ma non c’è alternativa” e aggiungendo che, nonostante la sua lunga opposizione politica al presidente, lo considerava l’opzione più praticabile. Trump non ha affrontato direttamente il rifiuto israeliano, ma la linea pubblica e la conversazione privata di Kushner ha portato gli effetti voluti.

Spazio di manovra

Sul terreno emergono rari segnali di movimento. L’Idf ha iniziato un graduale ritorno verso la Linea Gialla a Gaza, interrompendo al tempo stesso gli attacchi nella Striscia. Ma questa che coinvolge più direttamente Israele è una dinamica che permette a Trump anche di rallentare contemporaneamente un altro conto alla rovescia: quello verso un possibile nuovo confronto con l’Iran.

“Stiamo mantenendo un profilo basso. Stiamo conducendo solo una trattativa parziale con loro. Ci limitiamo a osservare l’Iran, alle prese con un’inflazione altissima e con la mancanza di fondi”, ha detto Trump ad Axios.

Solo una settimana prima, il presidente era stato vicino a ordinare la ripresa di operazioni militari su larga scala. Nelle sue ultime dichiarazioni, tuttavia, Trump non ha formulato nuove minacce militari, suggerendo invece che Washington potrebbe lasciare intensificare la pressione economica su Teheran. “Andrà tutto bene. Va sempre tutto bene. È come una partita a scacchi”, ha detto Trump riferendosi al confronto.

Ma quella scacchiera si sta allargando. “Il Medio Oriente sta entrando in una nuova fase”, afferma Giuseppe Dentice, analista dell’Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed) dell’Istituto di Studi Politici San Pio V. “Più che una somma di crisi separate, i diversi teatri di instabilità tendono sempre più a fondersi in un unico spazio strategico”.

Da questa prospettiva, le manovre diplomatiche su Gaza e la cautela tattica di Washington nei confronti dell’Iran si inseriscono in una trasformazione più profonda della regione. Golfo Persico, Mar Rosso, Levante e Mediterraneo orientale stanno diventando parti dello stesso sistema di sicurezza, con conseguenze destinate a estendersi ben oltre il Medio Oriente.

La più ampia strategia di pressione dell’Iran

Al centro di questa trasformazione c’è il cambiamento della postura iraniana, spiega Dentice. La recente ripresa delle ostilità ha reso questa evoluzione particolarmente evidente. La strategia di Teheran, sostiene l’analista, non si limita più a preservare la deterrenza nei confronti di Israele (anche via Hamas) e degli Stati Uniti o a minacciare il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz. Consiste sempre più nella capacità di esercitare pressione lungo l’intero corridoio circolare che collega il Golfo Persico al Mar Rosso, facendo leva sulla rete di partner regionali e attori non statali sviluppata dall’Iran nel corso degli ultimi decenni.

“Il Mar Rosso non rappresenta più soltanto una conseguenza della guerra di Gaza del 2023, ma è ormai diventato uno dei principali fronti della competizione strategica con l’Iran”, spiega Dentice

Gli ultimi attacchi degli Houthi in Yemen rafforzano questa lettura. Il colonnello Majid al-Nuzaili, portavoce delle forze governative yemenite, ha dichiarato che quattro soldati e tre civili sono stati uccisi e altre 30 persone sono rimaste ferite in attacchi condotti con droni e missili su obiettivi sia militari sia civili, comprese infrastrutture energetiche, mentre le forze governative hanno dichiarato di aver intercettato 11 droni. L’agenzia di stampa yemenita Saba ha riferito che alcuni dei droni intercettati erano diretti verso una centrale solare che rifornisce la città portuale. Gli Houthi, da parte loro, hanno affermato di aver preso di mira truppe saudite e depositi di armi nel porto.

La pressione produce una risposta

Confronto militare, infrastrutture critiche e sicurezza economica si sono ormai sovrapposti all’interno del teatro mediorientale. E questa pressione sta iniziando a produrre una risposta. Le capitali regionali e i partner europei condividono sempre più una serie di interessi concreti: proteggere le rotte marittime, rafforzare le difese aeree e antimissile, mettere in sicurezza le infrastrutture energetiche e garantire la libertà di navigazione.

Questa tendenza è ulteriormente rafforzata da uno sviluppo parallelo nel coordinamento formale della difesa tra alcuni importanti attori regionali. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato un accordo congiunto di difesa che comprende una clausola di mutua assistenza, secondo cui un attacco contro uno dei tre Paesi sarebbe considerato un attacco contro tutti. L’intesa è stata annunciata durante un incontro alla Mecca nei giorni scorsi tra il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif.

L’accordo riflette una più ampia accelerazione dell’allineamento in materia di sicurezza tra questi Stati, tutti colpiti dall’arco di instabilità regionale, dove le perturbazioni legate al confronto tra Stati Uniti e Iran, e Israele, hanno inciso sempre più sul traffico marittimo e sui flussi commerciali regionali.

I tentativi di costruire sistemi di sicurezza collettiva in Medio Oriente non sono una novità: dal trattato di difesa della Lega Araba del 1950 alle iniziative della Guerra fredda come il Patto di Baghdad e la CENTO, fino alle più recenti coalizioni marittime sostenute dagli Stati Uniti. Questa nuova intesa segnala tuttavia un rinnovato tentativo delle potenze regionali di assumersi una responsabilità maggiore nella costruzione della propria architettura di sicurezza.

Più che rappresentare una rottura con le strutture esistenti a guida statunitense, il patto saudita-turco-pakistano sembra prolungare una tendenza di più lungo periodo verso una maggiore condivisione degli oneri all’interno di un ordine di sicurezza ancora largamente ancorato agli Stati Uniti, approfondendo allo stesso tempo la cooperazione militare e industriale intra-regionale.

Dentice vede l’inizio di qualcosa di pragmatico: una coalizione funzionale organizzata attorno a vulnerabilità condivise, piuttosto che a un progetto politico comune, con una logica alla base di questo allineamento non è ideologica, ma strutturale. Una convergenza di questo tipo potrebbe diventare una componente sempre più importante del nuovo equilibrio di potere mediorientale. Questi Stati sono sempre più esposti allo stesso insieme di rischi. Il risultato è un graduale spostamento verso forme di coordinamento della sicurezza ad hoc tra attori che, in altri contesti, rimangono concorrenti o persino rivali.

Diplomazia senza stabilizzazione

A cambiare in modo più fondamentale è la geografia del rischio, che richiede risposte consequenziali. La crisi del Mar Rosso, l’escalation in Yemen e la nuova pressione sulle rotte marittime hanno rafforzato una dinamica in cui i principali chokepoint della regione non sono più teatri isolati, ma nodi interconnessi di un unico sistema strategico. Hormuz, Bab el-Mandeb, il Mar Rosso e il Canale di Suez sono sempre più legati dalle stesse dinamiche di sicurezza ed energetiche.

In questa configurazione, una perturbazione in un’area può propagarsi rapidamente lungo l’intera catena. Le tensioni nel Golfo incidono sul traffico marittimo e sui flussi energetici. L’instabilità nello Yemen e a Bab el-Mandeb minaccia l’accesso al Mar Rosso. La pressione sulle rotte del Mar Rosso si ripercuote a sua volta su Suez, trasformando il confronto regionale in una sfida più ampia alla sicurezza economica dell’Europa e non solo.

I negoziati su Gaza si inseriscono in questo quadro più ampio, così come i contatti emergenti tra Israele, Libano e Siria. Considerati insieme, questi canali diplomatici possono contribuire a impedire che più crisi degenerino contemporaneamente — un obiettivo particolarmente importante finché il confronto con l’Iran rimane irrisolto.

Secondo Dentice, la fragilità delle intese esistenti, la volatilità della Cisgiordania e il persistere delle rivalità regionali indicano che il sistema sta assorbendo pressione, piuttosto che scaricarla attraverso valvole di assorbimento. Washington può cercare di rallentare l’escalation con l’Iran mentre gestisce parallelamente i negoziati su Gaza, ma nessuno dei due dossier affronta le cause strutturali dell’instabilità.

Il risultato non è un’escalation lineare, ma un sistema reticolare di vulnerabilità, nel quale chokepoint marittimi, corridoi energetici e conflitti regionali stanno diventando strutturalmente interdipendenti.

La crisi si sposta verso nord

Il recente attacco contro il porto egiziano di Damietta rende questa evoluzione particolarmente significativa.

Tra il 2023 e il 2025, missili lanciati dallo Yemen avevano già raggiunto il Sinai meridionale. L’estensione della pressione fino alla costa mediterranea dell’Egitto segnerebbe però un salto qualitativo: la conferma che la geografia del confronto regionale sta risalendo lungo l’asse Hormuz–Bab el-Mandeb–Suez.

“Se questa dinamica dovesse consolidarsi, il Mediterraneo cesserebbe di essere il limite settentrionale della crisi per diventarne il naturale prolungamento strategico”, afferma Dentice.

È questo il punto di svolta più rilevante per l’Europa. Da anni il dibattito strategico europeo — soprattutto italiano — usa il concetto di “Mediterraneo allargato” per descrivere uno spazio geopolitico interconnesso oltre il bacino mediterraneo. La crisi attuale ne sta rendendo evidente la sostanza. “Il Mediterraneo allargato non è più solo una categoria analitica”, afferma Dentice. “È uno spazio in cui convergono sicurezza, energia, commercio e competizione tra potenze regionali e globali”.

Le implicazioni vanno oltre Israele, Gaza e Iran. Se Hormuz, Bab el-Mandeb, Mar Rosso, Suez e sempre più il Mediterraneo orientale diventano parti di un unico sistema strategico, l’Europa non può più trattare queste crisi come dossier separati. Washington può contenere l’escalation sui singoli fronti, ma la difficoltà crescente è che quei fronti sono sempre meno separabili. La stabilità del Mar Rosso e di Suez non è più solo una questione mediorientale: è ormai un interesse strategico centrale per l’Europa e per l’Italia.


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