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Ceuta, quando l’esodo dei migranti diventa strategia di Stato. L’analisi di Pagani

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L’ondata di Ceuta dell’agosto 2026, con decine di migliaia di attraversamenti in pochi giorni, riporta al centro il tema della migrazione ingegnerizzata come arma della guerra ibrida. Dalla deportazione coloniale al Mariel Boatlift fino ai casi di Marocco, Bielorussia e Russia, gli Stati hanno imparato a trasformare i flussi umani in leve di pressione geopolitica

Le persone emigrano per ragioni che affondano nella disperazione o nella speranza, spesso in entrambe insieme. C’è chi fugge dalle bombe e dalle dittature, e chi lascia la propria terra perché non vi intravede un futuro. È la storia di milioni di italiani che tra Otto e Novecento attraversarono l’Atlantico o risalirono le Alpi in cerca di un salario, di un pezzo di terra, di una dignità che la patria non sapeva garantire loro. Qualunque discorso sulla strumentalizzazione politica della mobilità umana deve partire da qui, da questo riconoscimento, per non scivolare in una lettura cinica che riduca ogni migrante a una pedina.

Ma accanto a questa dimensione autenticamente umana, la storia e la cronaca contemporanea restituiscono un secondo livello di realtà, meno raccontato ma non meno rilevante: quello in cui l’emigrazione, anziché essere un fenomeno spontaneo che gli Stati subiscono o governano a valle, viene deliberatamente orchestrata a monte da un attore statale per colpire un rivale, scaricargli un costo sociale, o estorcergli una concessione politica. È la differenza tra il flusso e la piena pilotata: la seconda si serve della prima per mascherarsi, ma obbedisce a una logica del tutto diversa, quella della ragion di Stato.

Un repertorio antico

Il ricorso all’espatrio forzato come strumento di governo non è un’invenzione recente. Le potenze coloniali europee lo istituzionalizzarono già tra Sei e Ottocento, quando la deportazione penale divenne un modo per trasformare il “surplus criminale” delle metropoli in manodopera per le colonie: il Regno Unito trasferì oltre 160mila condannati prima verso le Americhe e poi verso Botany Bay, la Francia replicò lo schema in Guyana e Nuova Caledonia. Non era soltanto punizione, ma pianificazione demografica ed economica travestita da giustizia penale.

Anche il Regno delle Due Sicilie, dopo i moti del 1848, si trovò di fronte a un dilemma che gli Stati autoritari conoscono bene: giustiziare i dissidenti crea martiri e ritorsioni diplomatiche, tenerli in carcere alimenta la rete cospirativa interna. La soluzione fu la Convenzione con il Brasile del 1857, che commutò la pena di sessantasei prigionieri politici — tra cui Luigi Settembrini e Carlo Poerio — in esilio perpetuo oltreoceano. È rimasto un episodio marginale nei manuali, ma è di fatto un prototipo: l’espulsione come alternativa a basso costo politico rispetto alla repressione diretta.

Il salto di scala arriva nel 1980, con il Mariel Boatlift. Fidel Castro, messo alle strette dalla crisi dell’ambasciata peruviana all’Avana, annunciò che chiunque volesse lasciare Cuba poteva farlo dal porto di Mariel. L’amministrazione Carter non colse per tempo la mossa successiva: mentre circa 125mila cubani si imbarcavano verso la Florida, il regime svuotò deliberatamente carceri di massima sicurezza e manicomi, inserendo migliaia di detenuti comuni nel flusso. Castro ottenne un risultato doppio, alleggerendo un costo sociale interno e scaricando su Miami una crisi di ordine pubblico e una spaccatura politica che gli Stati Uniti pagarono per anni. Lo stesso schema, in forme diverse, è stato osservato più di recente nella tolleranza del regime venezuelano verso l’espatrio di affiliati a bande come il Tren de Aragua, e nella scelta russa di svuotare i penitenziari per alimentare il fronte ucraino.

L’arma non cinetica

È però nell’ultimo decennio che la migrazione ingegnerizzata si è affermata come vera e propria categoria della guerra ibrida, al punto che gli analisti di relazioni internazionali le hanno dato un nome, coercive engineered migration: uno Stato crea o agevola deliberatamente un flusso migratorio diretto contro i confini di un rivale, per estorcere finanziamenti, ottenere concessioni diplomatiche o polarizzare il dibattito politico interno dell’avversario.

Il Marocco lo dimostrò nel maggio 2021. Dopo che Madrid accolse per cure mediche Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, le forze di sicurezza marocchine sospesero di colpo i controlli al valico del Tarajal: in meno di quarantotto ore oltre diecimila persone, in gran parte giovani e minori, entrarono a Ceuta a nuoto o a piedi. Inchieste giornalistiche dell’epoca segnalarono la presenza tra la folla di osservatori legati all’intelligence marocchina, incaricati di misurare i tempi di reazione spagnoli. Madrid dovette schierarsi d’urgenza e, nel tempo, rivedere la propria posizione sul dossier del Sahara Occidentale: la pressione migratoria aveva funzionato come leva negoziale.

Ancora più sistematico è stato il caso bielorusso tra il 2021 e il 2022. In risposta alle sanzioni europee, il regime di Lukašėnka costruì una vera filiera statale: visti turistici agevolati per cittadini di Iraq, Siria e Yemen, voli charter su Minsk gestiti da compagnie di bandiera, e infine il trasporto militare dei migranti verso i confini di Polonia, Lituania e Lettonia, con le guardie di frontiera bielorusse che impedivano il rientro e spingevano le persone contro le barriere. La Russia ha attivato periodicamente un meccanismo analogo sulla cosiddetta rotta artica, scortando migranti privi di documenti — talvolta forniti persino di biciclette per aggirare i divieti di attraversamento a piedi — verso i confini con Finlandia e Norvegia, con l’obiettivo dichiarato di punire i Paesi nordici per l’avvicinamento alla Nato.

La ricorrenza di questi episodi ha spinto l’Unione Europea a codificare per la prima volta, all’interno del nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, il concetto giuridico di “strumentalizzazione dei migranti”: un riconoscimento tardivo ma significativo del fatto che la mobilità umana può essere trasformata in un vettore di pressione bellica non convenzionale, capace di aggirare le soglie tradizionali dell’aggressione senza sparare un colpo.

Ceuta, agosto 2026: un caso che chiede una riflessione

L’ultima puntata di questa storia si è consumata proprio nelle scorse settimane, di nuovo a Ceuta. Tra fine luglio e i primi di agosto decine di migliaia di persone — le stime parlano di cifre comprese tra i cinquantamila e i sessantamila attraversamenti in pochi giorni — hanno scavalcato o aggirato a nuoto le barriere del Tarajal, in un episodio che per intensità e concentrazione temporale non ha precedenti nella storia recente dell’enclave. Il bilancio delle vittime, ancora in aggiornamento, si aggira secondo le fonti tra le settanta e le novanta persone. Sul piano delle cause, la ricostruzione ufficiale spagnola indica come detonatore una sentenza della Corte Suprema di inizio luglio, che ha vietato i respingimenti immediati via mare, i cosiddetti devoluciones en caliente; ma diversi osservatori — tra cui analisti che seguono da anni le relazioni tra Rabat e Madrid — non escludono una regia più assertiva da parte marocchina, coerente con il precedente del 2021 e con l’uso ricorrente della leva migratoria per ottenere tornaconti politici.

Ciò che rende il caso di agosto 2026 particolarmente interessante, al di là della dinamica dei fatti, è la reazione politica che ne è seguita. Il governo di Pedro Sánchez, di orientamento socialista e tra i più aperti in Europa sui temi dell’immigrazione, ha ordinato rimpatri di massa quasi immediati: nel giro di poche ore la grande maggioranza delle persone entrate è stata ricondotta in territorio marocchino, e nei giorni successivi polizia ed esercito hanno condotto rastrellamenti sistematici per individuare chi si era nascosto nei boschi intorno alla città, negando esplicitamente la possibilità di richiedere protezione internazionale a chi non rientrasse nelle categorie tutelate (minori non accompagnati, subsahariani in numero limitato).

È una linea di condotta che nessuna democrazia europea avrebbe potuto evitare: nessuno Stato di diritto può tollerare che i propri confini vengano superati da decine di migliaia di persone nell’arco di poche ore, indipendentemente da chi vi governi. Ma proprio per questo colpisce il silenzio, o quantomeno la sordina, con cui organizzazioni umanitarie e forze politiche progressiste — solitamente assai pronte a denunciare i respingimenti collettivi come violazione del diritto d’asilo — hanno accompagnato questa vicenda. Perché una prassi che in altri contesti avrebbe generato ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo e campagne di stampa indignate, questa volta è stata accolta con un consenso quasi bipartisan, financo a sinistra?

La risposta più plausibile sta proprio nella cornice interpretativa dell’evento. Quando la pressione migratoria assume i tratti di un’ondata improvvisa, concentrata, apparentemente orchestrata o quantomeno tollerata da uno Stato terzo — con agevolazioni di frontiera troppo tempestive per essere casuali — smette di essere percepita come la somma di tante storie individuali di fuga e comincia a essere letta, anche dagli osservatori più garantisti, come un atto di pressione geopolitica cui uno Stato sovrano ha il diritto di rispondere con fermezza. È lo stesso meccanismo di attribuzione che a Ceuta nel 2021 permise a Madrid di parlare apertamente di “aggressione” e di “ricatto”, senza che questo generasse le consuete polemiche sui diritti umani. La composizione demografica del flusso — in larga parte giovani uomini soli anziché nuclei familiari in fuga da conflitti riconosciuti — e la sproporzione tra il numero degli arrivi e la capacità di qualunque sistema di accoglienza europeo di gestirli in condizioni dignitose hanno probabilmente rafforzato questa lettura, spostando il baricentro del giudizio pubblico dalla tutela del singolo migrante alla tutela della tenuta dello Stato bersaglio.

Vi è, in filigrana, anche una lezione più generale che il caso di Ceuta conferma: quando la migrazione viene percepita come strumento nelle mani di un altro Stato, l’opinione pubblica europea — comprese le sue componenti più sensibili ai temi umanitari — tende a spostarsi rapidamente sul terreno della sicurezza nazionale, relegando in secondo piano le tutele individuali che normalmente rivendica. È un’oscillazione che meriterebbe più attenzione da parte degli studiosi di opinione pubblica, perché rivela quanto la cornice geopolitica di un evento migratorio — chi lo ha causato, con quali intenzioni, con quale grado di regia esterna — sia in grado di riscrivere in tempo reale le categorie morali con cui lo si giudica. Comprendere questa dinamica non serve a giustificare l’uso politico dei migranti, né a sé né agli altri: serve a riconoscere che, nel ventunesimo secolo, i confini e i flussi demografici restano uno dei teatri primari in cui si misurano la tenuta, la vulnerabilità e la reale sovranità degli Stati.


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