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Ecco come Trump alza il tiro sui pannelli solari cinesi

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Dopo aver tassato esclusivamente prodotti finiti, ora per fermare l’invasione di moduli fotovoltaici made in China Washington ha deciso di colpire a monte della catena di montaggio, ponendo dazi sul polisilicio. Un’operazione chirurgica che può fermare la macchina cinese

Forse alla fine fermare la Cina e le sue industrie che tutto divorano potrebbe essere una questione di centimetri. O di metri. Basta solo capire dove andare a colpire per fare più male. Si prenda il caso dei pannelli solari, di cui il Dragone è monopolista assoluto, in veste di padrone delle forniture globali di silicio. Anzi, lo era. Perché da quando Stati Uniti ed Europa hanno deciso di aprire gli occhi e cominciare a lavorare a una propria industria del fotovoltaico, il vento è cambiato. I primi hanno semplicemente alzato le barriere commerciali, a suon di dazi su tutti i pannelli, dunque prodotti finiti, importati dalla Cina negli Usa. Per il Dragone costa dunque semplicemente di più vendere moduli solari in terra americana. L’Europa ha, invece, giocato la carta incentivi, abbracciando l’esempio italiano: tagliare fuori dal mercato dei sussidi tutti quei produttori che ricorrono o importano tecnologia cinese.

Fin qui lo stato dell’arte. Ma ecco che a Washington hanno deciso di riprendere in mano il bisturi per un nuovo intervento, stavolta molto più chirurgico del primo. Di che si tratta? Per anni, i produttori cinesi di pannelli solari sono riusciti a rimanere un passo avanti rispetto alle normative commerciali statunitensi. Come a dire, sì i dazi hanno funzionato, ma fino a un certo punto. Ora, le nuove e incisive misure commerciali ordinate in queste ore dal presidente Donald Trump mirano a porre fine al gioco del cosiddetto “acchiappa la talpa” sui dazi doganali per il solare. Il provvedimento appena varato, infatti, impone dazi e prezzi minimi sul polisilicio importato, il materiale fondamentale utilizzato per la produzione di moduli solari e semiconduttori, nel tentativo di incentivare la produzione nazionale e ridurre la dipendenza dalle forniture estere.

Attenzione, la differenza c’è. Mentre, infatti, la maggior parte delle precedenti misure commerciali anti-cinesi si concentravano su prodotti solari finiti provenienti da specifici Paesi, i nuovi provvedimenti si estendono più in profondità nella catena di approvvigionamento globale del settore solare. I derivati del polisilicio importati, inclusi wafer, celle e moduli, saranno soggetti a dazi del 15% a partire dal 4 dicembre. In altre parole, non si va più a colpire solo il prodotto finito, ma si agisce a monte della catena, sulla materia prima. In questo modo l’azione risulta molto più incisiva, perché si infila sabbia nel motore fin da subito.

Il trucco cinese poc’anzi menzionato messo in atto dalla Cina, funzionava comunque più o meno così. “Ogni volta che i produttori statunitensi di celle e moduli solari cercano agevolazioni commerciali, le aziende cinesi trasferiscono le loro pratiche commerciali sleali in altri Paesi. E da quei Paesi fanno arrivare i pannelli negli Usa”, ha affermato Tim Brightbill, co-presidente della divisione di commercio internazionale dello studio legale Wiley Rein, che ha rappresentato produttori solari statunitensi in diverse importanti cause commerciali. “Speriamo che, se questa azione ai sensi della Sezione 232 verrà condotta correttamente, possa rappresentare un passo importante per affrontare questo problema”. Non resta che sperarlo.


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