Per anni l’Iran ha proiettato la propria influenza attraverso una rete di alleati e milizie diffuse in tutto il Medio Oriente. Oggi, indebolita dalla guerra e dalla perdita di gran parte di questo sistema, Teheran appare sempre più come un tassello di una più ampia rete di regimi e interessi che, da Pyongyang all’Asia centrale, gravitano attorno alla sfera d’influenza cinese. L’analisi di Alberto Pagani, docente a contratto di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna ed esperto di intelligence e guerra cognitiva
Per anni abbiamo raccontato Teheran come una piovra che stringeva il Medio Oriente nelle sue braccia – Hezbollah, Assad, le milizie irachene, gli Houthi, Hamas: tentacoli distinti, capaci di colpire simultaneamente su più fronti senza mai esporre il corpo centrale. Quella piovra ha perso quasi tutte le braccia nel corso della guerra appena trascorsa, e verrebbe naturale chiudere la storia con l’immagine di un drago – Pechino – che l’ha presa sotto la propria ala per tenerla in vita. Ma è un’immagine che, applicata a un solo Paese, rischia di far perdere di vista la scala reale del fenomeno. Perché quello a cui stiamo assistendo non è la cattività di un singolo animale ferito: è un teatrino di marionette, allestito su un palcoscenico che va da Teheran a Pyongyang passando per l’Asia centrale, in cui ogni pupazzo sembra muoversi di vita propria – e in cui, dietro il sipario, tutti i fili convergono nella stessa mano.
Il primo pupazzo: Teheran
L’Iran è il caso più visibile, perché la guerra lo ha reso tale. La sopravvivenza economica del regime dipende oggi in modo pressoché totale dalla Cina, che assorbe tra il 90 e il 95% delle esportazioni di greggio iraniano — oltre 31 miliardi di dollari l’anno, quasi la metà del bilancio statale e più della metà della spesa per le forze armate e per il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione. Il meccanismo che rende possibile questo flusso, aggirando le sanzioni secondarie americane, passa per una costellazione di raffinerie private indipendenti nello Shandong – le cosiddette “teapot” – rese immuni dalla Blocking Rule cinese attivata a maggio 2026, e per una “flotta ombra” di petroliere che ricorre a trasbordi ship-to-ship al largo di Malesia e Indonesia, spoofing dei transponder satellitari e rietichettatura del carico, con uno sconto di 8-10 dollari al barile che fa risparmiare a Pechino oltre 4 miliardi l’anno.
Il secondo filo è finanziario: escluso da Swift, l’Iran regola gli scambi in renminbi attraverso istituti come la Bank of Kunlun, con proventi immobilizzati in conti offshore a Hong Kong, Dubai e Singapore e reimpiegati in baratto strutturato – un circuito pensato esplicitamente per essere immune al congelamento. Il terzo filo è quello militare: la Cina evita di vendere direttamente grandi piattaforme d’arma, ma resta la dorsale tecnologica dell’industria bellica iraniana, dalla microelettronica dei droni Shahed-136 al perclorato di sodio per il propellente missilistico. Il quarto è diplomatico: la sponsorizzazione dell’ingresso iraniano in Sco e Brics, l’accordo strategico venticinquennale del 2021. Pechino non muove questo pupazzo per affinità ideologica – resta attentissima a non compromettere un interscambio con le monarchie del Golfo che supera i 200 miliardi l’anno – ma perché un Iran vivo, per quanto indebolito, tiene impegnate risorse strategiche americane in Medio Oriente.
Il secondo pupazzo: Mosca, che a sua volta muove dei fili – ma non i propri
Ciò che rende il teatrino ancora più stratificato è che uno dei pupazzi, Mosca, sembra a sua volta un burattinaio: è la Russia a offrire a Teheran il Trattato di Partenariato Strategico Complessivo del gennaio 2025, mercati alternativi, copertura diplomatica in sede ONU. Ma i fili che Mosca tiene in mano verso l’Iran sono a loro volta collegati, dietro le quinte, a Pechino. Il commercio bilaterale Russia-Cina è passato da 190 a oltre 244 miliardi di dollari tra il 2022 e il 2024, con circa il 90% delle transazioni regolato in yuan e rubli. Pechino fissa i prezzi, ha finora rifiutato di finanziare a condizioni di mercato il gasdotto Power of Siberia 2, ha bloccato gli investimenti diretti in Russia dal 2022 e scarica sovraccapacità industriale sul mercato russo. Come lo ha sintetizzato l’istituto tedesco SWP, per la Cina la Russia è una destinazione di esportazione e una fonte di materie prime, non un socio nella catena del valore. Mosca, insomma, recita la parte del burattinaio sul palco iraniano, ma è essa stessa una marionetta di secondo livello: muove le braccia di Teheran solo nella misura in cui Pechino le lascia margine di manovra sulle proprie.
Il terzo pupazzo: Pyongyang
Meno raccontato, ma altrettanto istruttivo, è il caso nordcoreano. La Corea del Nord dipende dalla Cina per la quota largamente maggioritaria del proprio commercio estero – energia, valuta pregiata, beni di prima necessità – in un rapporto che resta il principale argine contro il collasso economico del regime di Kim Jong-un. Pechino ha ripetutamente attenuato in sede di Consiglio di Sicurezza Onu l’impatto delle sanzioni internazionali contro Pyongyang, opponendosi a nuove misure restrittive e tollerando aperture nei controlli di frontiera quando conviene stabilizzare il regime. Anche qui la logica è identica a quella iraniana: alla Cina non interessa che la Corea del Nord prosperi o si riformi, le interessa che sopravviva come cuscinetto strategico contro la presenza militare americana nella penisola coreana e come costante fonte di instabilità gestibile, utile a tenere Washington, Seul e Tokyo su un fronte che distoglie attenzione e risorse da altri teatri. Il filo che tiene in piedi Pyongyang non è più corto di quello iraniano: è semplicemente meno visibile, perché non passa per una guerra aperta.
Il quarto pupazzo, plurale: l’Asia centrale
Il caso forse più sottovalutato in Europa è quello delle repubbliche centroasiatiche – Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan – un tempo cortile quasi esclusivo di Mosca e oggi progressivamente riorientate verso Pechino. Il meccanismo qui non è emergenziale come nel caso iraniano, ma strutturale e più insidioso: debito infrastrutturale accumulato attraverso i progetti della Belt and Road Initiative, dipendenza energetica dagli oleodotti e gasdotti che collegano i giacimenti centroasiatici direttamente al mercato cinese, e una cornice di sicurezza – la Shanghai Cooperation Organisation, nata proprio in quest’area – che formalizza l’influenza di Pechino anche sul piano militare e antiterrorismo. Mentre Mosca resta impegnata altrove, la Cina ha riempito con pazienza lo spazio economico centroasiatico, senza bisogno di annettere nulla: le basta possedere le infrastrutture, i crediti e i mercati di sbocco. Sono marionette che si muovono sul palco con l’illusione di una politica multivettoriale, ma i cui margini di manovra reale si restringono di anno in anno verso un unico centro.
Il quinto pupazzo: Kabul
L’Afghanistan talebano offre forse l’esempio più povero di alternative, e per questo il più docile. Isolato dalla gran parte della comunità internazionale dal 2021, il regime di Kabul ha trovato in Pechino uno dei pochissimi interlocutori disposti a normalizzare i rapporti: la Cina è stata tra i primi Paesi ad accettare le credenziali di un ambasciatore talebano e a inviare un proprio rappresentante diplomatico di pieno rango, un gesto che vale come riconoscimento di fatto senza esporre Pechino alle conseguenze politiche di un riconoscimento formale. In cambio, la Cina cerca accesso ai giacimenti minerari afghani – rame, litio, terre rare – rimasti per decenni inesplorati per instabilità cronica, e la garanzia che il corridoio del Wakhan, la stretta lingua di territorio afghano che confina con lo Xinjiang, non diventi un varco per l’infiltrazione di militanti uiguri. Per un regime privo di riconoscimento, di accesso al sistema finanziario internazionale e di alleati regionali stabili, la relazione con Pechino non è una scelta tra diverse opzioni: è l’unica finestra aperta sul mondo esterno che il regime talebano possieda.
Il sesto pupazzo, plurale: il Sud-Est asiatico
Più a est, lungo l’arco che va dalla Cambogia al Myanmar, il copione si ripete con varianti locali ma logica identica. In Cambogia, gli investimenti cinesi hanno finanziato l’ammodernamento della base navale di Ream, sulla costa del Golfo di Thailandia, alimentando i sospetti – mai confermati ufficialmente da Phnom Penh – di un accesso privilegiato per la marina militare cinese in una posizione che affaccia direttamente sulle rotte del Mar Cinese Meridionale. Il Laos si è ritrovato in una condizione di dipendenza debitoria verso Pechino tale da dover cedere quote significative della propria rete elettrica nazionale come garanzia sui prestiti contratti per le infrastrutture ferroviarie e idroelettriche costruite da imprese cinesi. Il Myanmar, isolato dall’Occidente dopo il colpo di stato militare del 2021, ha trovato nella Cina la propria principale copertura diplomatica e commerciale, con Pechino che continua a investire nel porto di Kyaukpyu e negli oleodotti che permettono al greggio destinato alla Cina di aggirare lo stretto di Malacca – lo stesso choke-point che, se mai chiuso, strozzerebbe gran parte dell’approvvigionamento energetico cinese. Non è un caso che proprio su questi tre Paesi l’Asean, l’organizzazione regionale che dovrebbe rappresentare un fronte comune del Sud-Est asiatico, si trovi sistematicamente paralizzata quando si tratta di prendere posizione sulle dispute nel Mar Cinese Meridionale: bastano tre pupazzi con il filo abbastanza corto per bloccare il consenso di un’intera organizzazione.
Una nota a parte: il Pakistan, il pupazzo che sembra danzare da solo
Il caso pakistano merita un capitolo a sé, perché a prima vista sembra smentire l’intero impianto di questo ragionamento. Il 7 agosto 2026, a La Mecca, il primo ministro Shehbaz Sharif ha firmato assieme al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e al presidente turco Erdoğan la Convenzione della Mecca per la Difesa Comune – il cosiddetto “Patto di Maometto”, nato dal progetto Step che a giugno includeva anche l’Egitto – un accordo di mutua difesa che richiama esplicitamente l’articolo 5 della Nato: un attacco armato contro uno dei firmatari sarà considerato un attacco contro tutti. È, sulla carta, la mossa più autonoma compiuta da Islamabad in una generazione: un pupazzo che sembra tagliare corda dal proprio filo per allacciarsi a un pubblico completamente diverso, quello sunnita-mediorientale, e per giunta senza il preventivo assenso di Pechino.
Ma è proprio qui che vale la pena guardare più da vicino la lunghezza del filo che il Pakistan non ha reciso. Il Corridoio Economico Cina-Pakistan resta uno dei progetti-simbolo della Belt and Road, con decine di miliardi di dollari di debito infrastrutturale accumulato da Islamabad verso Pechino; il porto di Gwadar, costruito e gestito con capitali e tecnologia cinesi, è il punto di sbocco meridionale dell’intero corridoio verso il Mare Arabico; e l’apparato militare pakistano – dai caccia JF-17 prodotti congiuntamente ai sistemi missilistici, fino alla componentistica nucleare di prima generazione – porta un’impronta cinese difficilmente sostituibile nel breve periodo. Il Patto della Mecca non entra in conflitto con questi interessi: li affianca. A Pechino non dispiace affatto che Islamabad rafforzi la propria sicurezza con capitali sauditi e turchi, purché la spina dorsale economica e militare del Pakistan resti quella cinese. È il caso più istruttivo dell’intero teatrino: anche il pupazzo che sembra danzare più lontano dal centro scopre, quando tira davvero il filo, che la sua lunghezza è sempre la stessa.
Quando le marionette si dibattono da sole
Ogni tanto un pupazzo prova a muoversi oltre la lunghezza del proprio filo, e il risultato è visibile a chi guarda con attenzione. In Iran, il vertice del regime resta avvolto in un’incertezza che nessun potere realmente saldo lascerebbe percepire: dall’attacco che ha ucciso Ali Khamenei il successore designato non è mai apparso in pubblico, e perfino Washington si limita a definirlo, senza conferme indipendenti, “ferito e probabilmente sfigurato”. Più eloquente ancora è la curva delle esecuzioni interne: l’Alto Commissario Onu per i diritti umani ha documentato almeno 56 esecuzioni per “sicurezza nazionale” dal 19 marzo 2026, un terzo legate alle proteste di inizio anno, mentre fonti indipendenti registrano cifre ben più alte. In una lettura funzionalista-gramsciana, questa impennata repressiva non è segno di forza ma il suo opposto: un potere che governa ancora per consenso non ha bisogno della pena capitale sistematica contro il dissenso di piazza. Quando l’egemonia culturale smette di funzionare come strumento di controllo, il regime retrocede al puro dominio coercitivo – un pupazzo che, non potendo tirare il proprio filo più lontano, si dibatte contro se stesso.
Va aggiunta, per onestà analitica, una cautela: la narrazione opposta, quella di un collasso iraniano imminente sostenuta da parte del dibattito americano, merita lo stesso scetticismo riservato alle voci non verificate su Teheran. Il conflitto è entrato nel suo sesto mese senza risoluzione, e Teheran negozia con l’Oman un ruolo permanente nella gestione del traffico nel Golfo – l’opposto di una capitolazione. Un pupazzo che si dibatte non è un pupazzo reciso dal proprio filo: è, semmai, la prova più chiara che il filo esiste ancora, e tiene.
Uno spettacolo, un solo regista
Se questa lettura regge, l’errore più grave che l’Occidente può commettere è continuare ad analizzare Teheran, Mosca, Pyongyang, le capitali centroasiatiche, Kabul, le periferie del Sud-Est asiatico e persino Islamabad come attori pienamente autonomi, ciascuno negoziabile sui propri termini. Non lo sono, non nella misura in cui una diplomazia tradizionale presuppone.
Sono pupazzi diversi sullo stesso palco, ciascuno con la propria drammaturgia locale – c’è chi recita la parte del guardiano, come Mosca, chi quella del cuscinetto strategico, come Pyongyang, chi quella dell’unica finestra rimasta aperta sul mondo, come Kabul, chi quella dell’alleato apparentemente più autonomo, come Islamabad – ma con un solo regista dietro le quinte, che decide quanto slack lasciare a ogni filo, e quando tirarlo. Per Washington e Gerusalemme questo significa che la vera leva contro il riarmo iraniano passa per Pechino, non per Teheran. Per l’Asia orientale significa che la stabilità apparente della penisola coreana dipende da un calcolo cinese, non da una scelta nordcoreana. Per l’Asia centrale e per il Sud-Est asiatico significa che la partita per l’influenza regionale, che l’Europa ha per lo più ignorato, si sta già decidendo senza di lei. Per il nuovo asse sunnita appena inaugurato alla Mecca significa che anche l’iniziativa più autonoma del momento si muove dentro un perimetro i cui confini economici restano tracciati altrove.
E per l’Europa nel suo complesso significa che la domanda corretta non è più “come contenere l’Iran” o “come leggere la Russia”, ma quali strumenti – economici, tecnologici, diplomatici – l’Unione possiede per intervenire sull’unico nodo da cui dipende la tenuta dell’intero spettacolo. Ed è su questo terreno che l’Europa non ha ancora sviluppato né gli strumenti concettuali né quelli politici necessari.
















