Almeno dieci installazioni nuove o ampliate, 59 rampe individuate lungo le regioni russe prossime all’Ucraina e alla Bielorussia e infrastrutture pensate per aumentare il ritmo dei lanci. Un’inchiesta del Telegraph fotografa l’espansione della rete russa per i droni a lungo raggio. Sullo sfondo c’è anche il fianco orientale della Nato, ma capacità militare e intenzione di colpire l’Alleanza restano due piani distinti
Almeno dieci basi militari russe, nuove o sensibilmente ampliate, sono state individuate lungo le aree confinanti con Ucraina e Bielorussia. In alcuni casi si tratta di aeroporti e installazioni già esistenti riconvertiti; in altri, di siti realizzati quasi da zero nelle campagne russe.
La ricostruzione arriva da un’inchiesta del Telegraph, realizzata attraverso immagini satellitari, documenti trapelati e dati analizzati dalla società specializzata DroneSec. Il risultato è una fotografia piuttosto nitida del modo in cui la Russia sta organizzando su scala industriale una componente ormai centrale della guerra: quella dei sistemi unmanned a lungo raggio.
Le 59 rampe lungo il confine
Le immagini esaminate dagli analisti hanno permesso di individuare almeno 59 rampe meccaniche di lancio distribuite nei diversi siti. Non servono piste convenzionali: le strutture funzionano come catapulte e consentono ai droni ad ala fissa più pesanti di decollare rapidamente, riducendo sia i tempi tra un lancio e l’altro sia la necessità di utilizzare grandi aeroporti militari.
Circa venti rampe presenterebbero inoltre una configurazione più lunga rispetto ai sistemi osservati finora. Secondo gli esperti interpellati dal Telegraph, sarebbero state predisposte per le varianti più recenti dei droni d’attacco russi, caratterizzate dalla propulsione a reazione e da velocità superiori rispetto ai Geran impiegati massicciamente negli ultimi anni.
Tra i siti identificati figurano l’aeroporto militare di Khalino, nella regione di Kursk, e nuove postazioni nell’oblast di Bryansk, nei pressi dei villaggi di Asovitsa e Aleshok. Il confronto tra le immagini satellitari del 2025 e quelle dell’estate 2026 mostra l’aggiunta di rampe, depositi e altre strutture di supporto.
La collocazione non è casuale. Portare i punti di lancio più vicino all’Ucraina consente di ridurre parte del tragitto necessario per raggiungere gli obiettivi, ma soprattutto permette di organizzare ondate più consistenti e ripetute. Sette dei dieci siti individuati, secondo la ricostruzione britannica, sarebbero già stati utilizzati nelle recenti operazioni contro Kyiv.
La logica della saturazione
Il dato forse più significativo riguarda quindi meno il singolo drone che la capacità di generare massa. In uno dei complessi sarebbero state individuate strutture di stoccaggio sufficienti a ospitare contemporaneamente più di mille velivoli. In diversi siti i lavori, peraltro, non risultano ancora terminati.
È la prosecuzione di una strategia già emersa con chiarezza nel corso della guerra. L’obiettivo delle grandi ondate russe non è soltanto portare l’ordigno sull’obiettivo, ma costringere la difesa ucraina a localizzare, seguire e intercettare un numero crescente di bersagli contemporaneamente. Ogni incremento della quantità e della velocità dei velivoli aumenta di conseguenza la pressione sull’architettura antiaerea.
Mike Monnik, fondatore e amministratore delegato di DroneSec, ha spiegato al Telegraph che l’ampliamento dei siti mostra come Mosca stia aumentando contemporaneamente il numero di sistemi che può mettere in volo e la difficoltà della loro intercettazione.
Alle spalle delle nuove infrastrutture c’è poi la filiera industriale. I droni vengono trasferiti verso i punti di lancio dagli impianti produttivi russi, compreso il grande polo di Alabuga, in Tatarstan, divenuto uno dei centri principali della produzione russa di sistemi derivati dagli Shahed iraniani.
I nuovi Geran
L’altra parte dell’equazione è tecnologica. I documenti analizzati dall’inchiesta indicano l’arrivo dei Geran-4 e Geran-5, evoluzioni dei sistemi utilizzati finora dalla Russia. Le nuove versioni utilizzerebbero motori a reazione, sarebbero in grado di trasportare testate più pesanti – nell’ordine dei 90 chilogrammi per il Geran-5 secondo le informazioni disponibili – e raggiungerebbero velocità sensibilmente più elevate.
È un cambiamento non secondario per la difesa ucraina. Gran parte delle contromisure sviluppate contro gli Shahed e i Geran più lenti si basa infatti anche su unità mobili, mitragliatrici e sistemi relativamente economici, preferiti quando possibile ai costosi missili terra-aria. Aumentare la velocità del bersaglio restringe la finestra utile per intercettarlo e può obbligare Kiyv a ricorrere più frequentemente ai livelli superiori della propria difesa aerea.
Di qui il valore delle nuove basi: produzione, stoccaggio, rampe di lancio e nuovi modelli di drone vengono inseriti nella stessa catena operativa. Il problema non è più soltanto quanto lontano possa volare un Geran, ma quanti possano essere lanciati nello stesso arco temporale e quali risorse debbano essere impiegate per fermarli.
Il fattore Bielorussia
A rendere il quadro ancora più delicato c’è la Bielorussia. Le installazioni individuate dal Telegraph si trovano prevalentemente sul territorio russo lungo l’arco occidentale, ma Minsk è già entrata nella geografia della guerra dei droni.
A marzo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva dichiarato, sulla base delle informazioni dell’intelligence militare di Kyiv, che la Russia progettava di realizzare in Bielorussia quattro stazioni terrestri di controllo per i droni d’attacco a lungo raggio. La notizia era stata riportata da Reuters, mentre il governo bielorusso non aveva fornito nell’immediato una risposta.
Nei mesi successivi la questione si è spostata sui ripetitori utilizzati per ampliare le capacità di comunicazione dei velivoli russi. A giugno Kyiv ne aveva chiesto la rimozione e, secondo le autorità ucraine, Minsk ha successivamente disattivato le apparecchiature contestate. Associated Press ha riferito a luglio che la Bielorussia aveva accolto la richiesta ucraina, contribuendo almeno temporaneamente a ridurre la tensione sul confine settentrionale.
Sono vicende distinte, ma indicano lo stesso problema: la progressiva costruzione di un’architettura territoriale del drone che non coincide necessariamente con il fronte e può utilizzare basi, centri di controllo, ripetitori e infrastrutture logistiche distribuiti su un’area molto più vasta.
E la Nato?
È su questo punto che l’inchiesta assume inevitabilmente una dimensione europea. DroneSec ritiene che l’espansione permetta alla Russia non soltanto di aumentare la pressione sull’Ucraina, ma di disporre di un’infrastruttura che, per collocazione e gittata dei sistemi, potrebbe essere utilizzata anche in direzione del territorio Nato. Alcune delle basi si trovano a una distanza teoricamente compatibile con un attacco contro Varsavia; con una gittata nell’ordine dei mille chilometri, diversi Paesi del fianco orientale rientrerebbero nel raggio operativo dei nuovi velivoli.
Il condizionale qui è essenziale. Il fatto che una piattaforma disponga della gittata necessaria per raggiungere un territorio Nato non dimostra l’esistenza di una decisione russa di colpirlo. Dice però qualcosa sulla capacità militare che Mosca sta accumulando lungo il proprio fianco occidentale e che le pianificazioni dell’Alleanza non possono ignorare.
È questo, più della formula delle “basi segrete”, il dato da osservare. Le immagini satellitari mostrano strutture sufficientemente visibili da poter essere identificate e analizzate dall’esterno. Ciò che conta è la loro scala. La Russia, così come l’Ucraina, sta trasformando i droni da strumento aggiuntivo della guerra aerea in una componente dotata di una propria rete industriale, logistica e operativa. E le nuove rampe non annunciano necessariamente un passaggio della guerra oltre i confini ucraini, ma mostrano quale tipo di capacità Mosca intenda conservare anche nel lungo periodo.
















