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Schengen non si difende sospendendolo. La lezione di Ceuta per l’Europa

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Di fronte a un’emergenza, sospendere Schengen appare una risposta intuitiva. In realtà, rischia di produrre effetti opposti rispetto agli obiettivi dichiarati. L’esperienza dell’Unione europea dimostra che la frammentazione della libera circolazione finisce per penalizzare soprattutto i Paesi di primo approdo, a partire dall’Italia. L’analisi di Salvatore Di Bartolo

L’illusione che basti ripristinare i confini nazionali per contenere fenomeni complessi e strutturali torna periodicamente a sedurre le cancellerie europee. La recente decisione di congelare temporaneamente il regime di libera circolazione in risposta alla drammatica pressione migratoria che ha investito l’exclave spagnola di Ceuta ne rappresenta l’ennesima conferma. Di fronte a un’emergenza, sospendere Schengen appare una risposta intuitiva. In realtà, rischia di produrre effetti opposti rispetto agli obiettivi dichiarati.

L’esperienza dell’Unione europea dimostra che la frammentazione della libera circolazione finisce per penalizzare soprattutto i Paesi di primo approdo, a partire dall’Italia. Concentrarsi sul contenimento dei movimenti secondari significa rinunciare a governare i flussi alla loro origine, trasferendo semplicemente il peso del fenomeno sui singoli Stati membri. Questa logica emergenziale, oltre a indebolire uno dei pilastri dell’integrazione europea, espone l’intero continente al ricatto geopolitico di Paesi terzi e rafforza il potere delle reti criminali che gestiscono la tratta di esseri umani. Quanto accaduto a Ceuta non dimostra il fallimento di Schengen, ma quello di una politica europea incapace di presidiare la dimensione esterna delle migrazioni.

È proprio qui che serve un radicale cambio di paradigma. La risposta non consiste nell’innalzare nuove barriere all’interno dello spazio comune, bensì nel costruire un partenariato strategico tra l’Unione europea e l’Africa. Le iniziative dei singoli Stati, per quanto meritevoli – come il Piano Mattei promosso dall’Italia – possono esprimere appieno il loro potenziale soltanto se diventano patrimonio dell’azione europea, con risorse adeguate, una governance comune e una chiara visione geopolitica. L’obiettivo deve essere un grande progetto di stabilizzazione, sviluppo e cooperazione con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo e dell’Africa, fondato sulla consapevolezza che sicurezza e crescita rappresentano interessi condivisi.

Governare le migrazioni significa tenere insieme canali legali di ingresso, un contrasto efficace ai trafficanti, accordi credibili per i rimpatri e investimenti economici, infrastrutturali e sociali nei Paesi di origine e di transito. Finché l’Unione continuerà a rifugiarsi nella sospensione delle proprie regole anziché dotarsi di una politica estera e migratoria realmente comune, sarà destinata a inseguire le crisi invece di prevenirle. La sicurezza europea non si costruisce ripristinando i controlli alle frontiere interne, ma rafforzando la capacità dell’Europa di proiettare stabilità, sviluppo e sicurezza oltre i propri confini. È su questo terreno che si misura la credibilità geopolitica dell’Unione.


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