Il controllo dei chip non basta più. Un’analisi del Center for Strategic and International Studies conferma che la competizione tra Stati Uniti e Cina sta entrando in una nuova fase, nella quale la posta in gioco è la capacità di costruire l’infrastruttura globale dell’intelligenza artificiale. Una sfida destinata a ridefinire gli equilibri internazionali e ad avere ricadute sempre più concrete sulle economie e sulle società nell’ottica della cosiddetta Tokenpolitik
C’è una parola destinata con ogni probabilità a entrare nel lessico dell’intelligenza artificiale e soprattutto delle relazioni internazionali (che sono sempre più connesse con lo sviluppo dell’AI): Tokenpolitik. Il termine compare in un’analisi del Center for Strategic and International Studies (Csis), firmata da Benjamin Jensen, director del Futures Lab e senior fellow del Defense and Security Department, e Yasir Atalan, deputy director e data fellow dello stesso laboratorio. La proposta è chiara: gli Stati Uniti hanno bisogno di una nuova grande visione politica, una strategia capace di coordinare governo, alleati e settore privato per competere con la Cina nella costruzione dell’infrastruttura globale dell’AI. Come scrivono gli autori, “gli Stati Uniti hanno bisogno di una tokenpolitik: una grande strategia che metta in connessione i dipartimenti di Stato, Commercio e Tesoro, la Development Finance Corporation (DFC), la Export-Import Bank (EXIM), i governi alleati e le imprese private per rendere disponibile ai partner strategici una capacità di intelligenza artificiale sicura e a basso costo”.
Il concetto non è nuovo, è il cosiddetto ecosistema, declinato nel più ampio dei modi. E tutto parte da una dimensione più tecnica, che ruota attorno a un elemento semplice: i token. Sono l’unità fondamentale con cui i modelli di intelligenza artificiale elaborano informazioni. Ogni domanda rivolta a un chatbot, ogni testo generato, ogni immagine analizzata viene scomposta in token, trasformati in rappresentazioni matematiche che le reti neurali possono elaborare. Più un sistema è in grado di produrre e processare token in modo rapido ed economico, più bassa è la sua incidenza di costo per token e maggiore la sua competitività: i modelli più avanzati si confrontano infatti non solo sulla qualità delle risposte, ma anche sul prezzo dell’inferenza e sulla capacità di scalare l’utilizzo su miliardi di richieste.
Dietro quei token, tuttavia, non ci sono soltanto algoritmi. Servono semiconduttori avanzati, data center, reti elettriche, capacità di calcolo, infrastrutture cloud, sistemi di raffreddamento e modelli sempre più sofisticati. È questa filiera che, secondo gli autori, rappresenta la vera infrastruttura strategica del XXI secolo. Se nel Novecento il controllo delle rotte commerciali, dei canali marittimi o delle telecomunicazioni definiva gli equilibri di potenza, oggi quella funzione – che resta comunque fondamentale – potrebbe essere abbinata alla capacità di generare e distribuire token su scala globale.
Da questa lettura deriva anche il confronto con la Cina. Pechino non sta semplicemente sostenendo alcune aziende nazionali, ma sta costruendo un ecosistema integrato lungo l’intero stack tecnologico. Gli investimenti riguardano la produzione di chip, le infrastrutture di calcolo, i modelli open-weight, il cloud e le reti di telecomunicazione, con Huawei indicata come uno dei principali strumenti di diffusione internazionale di questa architettura. L’obiettivo di esportare tecnologia si accoppia alla necessità strategica di consolidare relazioni economiche e tecnologiche durature, soprattutto nei Paesi del Sud globale, offrendo pacchetti completi che comprendono hardware, software, formazione e assistenza.
È proprio questa strategia che spinge gli autori a sostenere che Washington debba abbandonare un approccio limitato ai controlli sulle esportazioni o alle singole iniziative industriali. La Tokenpolitik, nella loro visione, dovrebbe diventare una vera dottrina di politica estera. Il Dipartimento di Stato, il Dipartimento del Commercio, il Tesoro, la Development Finance Corporation (DFC), la Export-Import Bank (EXIM), i governi alleati e le imprese private dovrebbero agire all’interno di un’unica strategia per rendere disponibili infrastrutture di intelligenza artificiale sicure e accessibili ai partner strategici degli Stati Uniti, contrastando l’espansione della Digital Silk Road promossa da Pechino.
In questa prospettiva assume rilievo anche il richiamo a Pax Silica, l’iniziativa americana volta a costruire un ecosistema tecnologico “sicuro, resiliente e orientato all’innovazione” insieme ai Paesi alleati. Per gli autori, la Tokenpolitik dovrebbe rappresentarne l’evoluzione, trasformando una serie di programmi e accordi bilaterali in una strategia coerente di lungo periodo. Un riferimento che acquista un significato particolare anche per l’Italia, entrata ufficialmente nel progetto soltanto pochi giorni fa, seppure con tempi più lenti rispetto ad altri partner.
La novità del concetto di Tokenpolitik sta nel tentativo di ridefinire il modo in cui la competizione internazionale viene interpretata. La sfida tra Stati Uniti e Cina non riguarda più esclusivamente il primato nei modelli AI o nella produzione dei semiconduttori più avanzati, ma è sempre più chiaro che il cuore della competizione riguarda la costruzione dell’intera infrastruttura che renderà possibile l’implementazione della più dirompete delle nuove tecnologie nei prossimi decenni.
È una prospettiva destinata ad andare oltre il confronto tra le due superpotenze. Chi finanzierà i nuovi data center, chi costruirà le reti energetiche che li alimentano, quali standard tecnologici verranno adottati e quali Paesi diventeranno i principali fornitori di capacità computazionale sono questioni che finiranno per incidere sulla competitività economica, sulla sovranità tecnologica e sull’accesso ai servizi digitali.
Per questo la Tokenpolitik rappresenta qualcosa di più di una proposta teorica elaborata da un think tank. È il tentativo di descrivere una fase nella quale il potere internazionale passa sempre meno dal possesso di una singola tecnologia e sempre più dalla capacità di costruire, finanziare e governare l’infrastruttura che alimenterà l’intelligenza artificiale. Se questa lettura dovesse affermarsi, la geopolitica dell’AI entrerà in una nuova stagione, nella quale i token assumeranno lo stesso valore strategico che hanno le rotte marittime, gli oleodotti o le reti di telecomunicazione.
















