Il 7 agosto, nella città santa della Mecca, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato quello che il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan non ha esitato a definire “tecnicamente identico” all’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico. La Mecca Joint Defense Agreement (Mjda) stabilisce che un attacco armato contro uno dei tre firmatari sarà considerato un attacco contro tutti. L’analisi del generale Ivan Caruso, consigliere militare della Sioi
È un linguaggio che a Bruxelles conosciamo bene, ma che qui nasce fuori dal perimetro euro-atlantico, in un contesto – la guerra Usa-Israele contro l’Iran avviata il 28 febbraio scorso – che ha già ridisegnato una volta le linee di faglia del Golfo e ora ne sta disegnando una seconda.
Per comprendere la portata dell’accordo occorre resistere alla tentazione di leggerlo come un semplice patto anti-iraniano. È qualcosa di più stratificato: la messa a sistema di tre insoddisfazioni nazionali diverse, ciascuna maturata lungo un proprio percorso, che trovano nel mutuo soccorso collettivo una risposta comune a un denominatore comune – l’incertezza sulla tenuta dell’ombrello di sicurezza americano-israeliano nella regione.
Tre traiettorie, una convergenza
L’Arabia Saudita è il caso più immediatamente comprensibile. Riad resta legata a Washington – l’accordo sul nucleare civile firmato in luglio lo conferma – ma i mesi di attacchi missilistici e di droni subiti da febbraio hanno mostrato i limiti pratici della protezione americana in tempo reale. Il Mjda non sostituisce quella relazione: la affianca, distribuendo il rischio su più partner. Ma c’è una seconda lettura, forse più interessante per chi osserva le dinamiche intra-golfo: il patto arriva mentre i rapporti tra Riad e Abu Dhabi sono entrati in una fase di aperta competizione – dallo Yemen al Sudan, fino alla postura verso Israele. Mentre gli Emirati, firmatari degli Accordi di Abramo, hanno incassato oltre la metà di tutti i vettori iraniani lanciati contro gli Stati del Ccg, l’Arabia Saudita ne esce relativamente indenne e con margini di manovra più ampi per proporsi come guida di un modello alternativo – quello della sicurezza “intra-islamica” – al modello emiratino di allineamento con Tel Aviv.
Il Pakistan aggiunge alla propria fisionomia una torsione più sottile. Islamabad ha costruito negli ultimi mesi un ruolo di mediatore credibile tra Washington e Teheran, ospitando i colloqui di aprile e capitalizzando – attraverso il capo di stato maggiore Asim Munir – una relazione di fiducia con l’Iran costruita proprio sul non allineamento aperto contro di esso. Firmare ora un patto di mutua difesa con un Paese, l’Arabia Saudita, bersaglio diretto del fuoco iraniano, rischia di logorare quel capitale diplomatico. È una scommessa: Islamabad sembra puntare a convertire la centralità acquisita come mediatore in una proiezione di potenza più solida e permanente, usando lo status nucleare e l’esperienza militare come merce di scambio in un Golfo che paga bene chi offre sicurezza credibile.
La Turchia, infine, è il vertice più assertivo del triangolo – e quello su cui vale la pena soffermarsi.
Ankara e la logica del “doppio binario”
Il Ministro degli esteri turco Hakan Fidan ha insistito, nell’intervista rilasciata ad Anadolu, sul fatto che il Mjda “non intende sostituire alcuna alleanza esistente”. È una precisazione necessaria, perché la Turchia resta l’unico membro Nato del terzetto e possiede – ricorda lo stesso Fidan – il secondo esercito dell’Alleanza per dimensioni. Ma la dichiarazione di Erdogan, riportata dal suo ministro, va oltre la cautela diplomatica: la visione è che l’iniziativa “non resti limitata a tre Paesi”, che cresca fino a “riunire tutti i Paesi regionali sotto questo tetto”. È un linguaggio che disegna una architettura alternativa, non un supplemento tattico.
Questa spinta ad Ankara si comprende meglio se la si colloca nel più ampio disegno turco degli ultimi anni: un ombrello di sicurezza già esteso a Qatar, Siria post-Assad e Libia, che il Mjda arricchisce di massa critica — economica (l’Arabia Saudita), demografica e nucleare (il Pakistan). Ma la Turchia non sta solo bilanciando l’Iran. Il sostegno di Ankara alla ricostruzione di uno Stato siriano unito e militarmente capace l’ha messa su una traiettoria di crescente attrito con Israele, che nel frattempo ha ampliato la propria presenza in territorio siriano. Il Mjda, in questa lettura, è tanto un moltiplicatore di deterrenza verso Teheran quanto un argine verso Tel Aviv.
Il paradosso del vertice di Ankara
È qui che si apre la domanda più delicata, e che merita di essere posta senza sconti: questa postura rischia di vanificare il lavoro diplomatico appena compiuto da Erdogan con Washington?
Il vertice Nato di Ankara del 7-8 luglio scorso aveva segnato, almeno in apparenza, una svolta nei rapporti turco-americani. Trump aveva annunciato la revoca delle sanzioni Caatsa legate all’acquisto turco dei sistemi S-400, e – soprattutto – aveva aperto alla possibilità di reintegrare la Turchia nel programma F-35, da cui Ankara era stata estromessa nel 2019. Erdogan aveva parlato di una promessa di cinque velivoli e di discussioni sui motori per il caccia nazionale Kaan. Netanyahu si era speso pubblicamente, in un’intervista alla vigilia del summit, per bloccare l’operazione, definendo la Turchia “un regime infettato dai Fratelli Musulmani”: un pressing che Trump ha scelto, almeno per ora, di non accogliere, dichiarando di avere “un rapporto migliore con la Turchia” rispetto ad altri alleati ritenuti meno affidabili.
Un mese dopo, la stessa Turchia che ha appena riaperto la porta ai caccia di quinta generazione americani firma un patto di mutua difesa esplicitamente paragonato all’Articolo 5, con Paesi che Washington osserva con cauto favore ma che restano fuori dal perimetro atlantico, e che – nel caso saudita e pakistano – hanno relazioni tutt’altro che lineari con Israele. La domanda che si pongono a Washington e Gerusalemme è legittima: il Mjda è un rischio di deriva anti-occidentale, o un semplice esercizio di diversificazione che Ankara considera compatibile con la propria appartenenza atlantica?
Assertività o gioco di sponda?
La lettura più immediata – quella di un’assertività turca che rischia di autolesionarsi – non regge fino in fondo a un esame più attento della postura di Erdogan negli ultimi anni. Il presidente turco ha costruito la propria cifra geopolitica precisamente sulla capacità di tenere aperti simultaneamente tavoli che altrove sarebbero considerati incompatibili: membro Nato e acquirente di sistemi russi; garante di Hamas e interlocutore di Israele fino al 2023; alleato degli Stati Uniti in Siria e avversario delle milizie curde sostenute dagli stessi Stati Uniti. In ciascuno di questi casi, Ankara non ha scelto un campo: ha monetizzato la propria posizione di cerniera, rendendosi indispensabile a tutti proprio perché non riducibile a nessuno.
Letta in questa chiave, la sequenza vertice Nato–Mjda non è necessariamente una contraddizione, ma potrebbe essere una sequenza calcolata: prima si consolida il canale con Washington (F-35, fine delle sanzioni), poi si utilizza il credito appena acquisito per allargare il proprio spazio di manovra regionale senza pagarne il prezzo immediato. È un azzardo, perché la finestra di tolleranza americana verso l’ambiguità turca non è infinita – e Netanyahu ha già dimostrato di essere pronto a usare ogni leva disponibile per restringerla. Ma è anche coerente con lo schema che Erdogan ha ripetuto per un decennio: usare la propria posizione di ponte per estrarre concessioni da entrambe le sponde, accettando il rischio di irritare Washington nella misura in cui ritiene che il beneficio – leadership di un blocco islamico emergente, deterrenza aggiuntiva verso Israele, peso negoziale accresciuto in ogni tavolo regionale – superi il costo.
Il vero banco di prova non sarà la firma di Mecca in sé, ma la sua declinazione operativa: se il Mjda resterà un impegno normativo di deterrenza collettiva – come sembrano indicare le cautele sulla natura consultiva delle risposte agli attacchi – oppure se evolverà verso strutture di comando integrate, in aperta concorrenza funzionale con la Nato. Fidan stesso, parlando di “passi umili ma concreti” e di un comitato ministeriale ancora da definire nei dettagli operativi, sembra propendere per la prima opzione: un’architettura di rassicurazione reciproca più che un’alleanza militare operativa nel senso pieno del termine.
L’incognita egiziana e il vero tallone d’Achille del progetto
Un indizio interessante sui limiti intrinseci del disegno viene proprio da chi, pur facendo parte del più ampio raggruppamento consultivo R4 (Regional Four: Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Egitto), ha scelto di non firmare il Mjda. Il Cairo resta vincolato dal Trattato di pace con Israele del 1979 e da limiti costituzionali severi sull’impiego di forze all’estero: un’adesione piena avrebbe un costo politico verso Washington – da cui dipende per gli aiuti militari – sproporzionato rispetto al beneficio deterrente. La sua assenza segnala che il Mjda, per quanto aperto all’espansione nelle parole di Erdogan, incontrerà limiti strutturali ogni volta che intersecherà relazioni bilaterali con Israele consolidate da trattati di pace formali. È lo stesso limite, in fondo, che la Turchia dovrà gestire nel proprio rapporto con la Nato: la capacità di tenere insieme appartenenze multiple regge finché nessuna delle due chiede di scegliere.
















