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Verso il consiglio Ue. Così cresce la linea Meloni sulle frontiere

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Il consiglio di martedì prossimo da un lato lavorerà a soluzioni pratiche e immediate, come appunto quella che la premier italiana ha definito “la risposta europea all’immigrazione clandestina”, dall’altro certificherà un passo in avanti di tipo politico. Il riferimento è al metodo di lavoro, che ad esempio nella crisi migratoria del 2015 non fu seguito. Questa volta l’Ue insegue la condivisione. Ma il tema è triplice: migrazione, terrorismo e guerra stanno di fatto ridisegnando la mappa della sicurezza del Nord Africa

Non solo il modello-Albania per la crisi a Ceuta, (che segue le crisi a Mytilini e Lampedusa) ma la consapevolezza che a Bruxelles si sta coagulando la cosiddetta “maggioranza Giorgia”. Un metodo di lavoro e una traccia di alleanze politiche variabili e sponde anche personali. Il consiglio di martedì prossimo da un lato lavorerà a soluzioni pratiche e immediate, come appunto quella che la premier italiana ha definito “la risposta europea all’immigrazione clandestina”, dall’altro certificherà un passo in avanti di tipo politico.

Il riferimento è al metodo di lavoro, che ad esempio nella crisi migratoria del 2015 non fu seguito, né in quella greca dell’euro di tre anni prima, dove le decisioni furono unilaterali e berlinesi. Questa volta l’Ue insegue la condivisione di strategie e la tanto auspicata azione comune, in questo caso per rafforzare le frontiere esterne e in futuro per affrontare radicalmente le altre emergenze che attendono al varco il vecchio continente, come gli eurobond, la riforma della Nato, il green deal, le materie critiche, la crisi industriale dell’automotive, la concorrenza sleale cinese.

Si tratta di un segnale importante: ovvero “la linea che l’Italia sostiene da tempo è oggi condivisa da un numero sempre maggiore di Nazioni europee”, ha spiegato Meloni. Il ragionamento poggia sulla convinzione che la difesa delle frontiere esterne dell’Unione non è l’interesse di una singola Nazione, ma responsabilità comune dell’Europa, che in questo caso è stata stimolata dall’iniziativa trasversale italo-danese. La riunione preparatoria degli ambasciatori dei Paesi dell’Ue in programma oggi ha proprio lo scopo di gettare e basi tecniche e giuridiche per la ministeriale di domani ed evitare così di incappare in cavilli o scogli burocratici.

Ma c’è dell’altro, ovvero ciò che si potrebbe nascondere dietro l’esodo di massa di 60mila immigrati: il tema della possibile infiltrazione terroristica, fisiologica con tali numeri, altro tema di cui si discuterà domani anche alla luce di alcune analisi fatte dalle intelligence dei Paesi membri. Il tema è triplice: migrazione, terrorismo e guerra stanno di fatto ridisegnando la mappa della sicurezza del Nord Africa, intrecci di cui Bruxelles deve tener conto. Secondo il Global Terrorism Index, nel 2024 il Sahel ha rappresentato il 51% delle morti causate dal terrorismo a livello globale. Non sono elementi distanti dai fatti di Ceuta, ma fanno parte di un complessivo quadro della situazione che va affrontato in maniera globale e scomposto con tutte le parti in causa, anche perché il caso-Ceuta non va circoscritto a Marocco e Africa, ma richiama anche alle ricadute geopolitiche dei conflitti in corso.

Si pensi alla guerra civile sudanese che preme sul confine tra Libia, Sudan ed Egitto. Traffico di armi, contrabbando di esseri umani e mosse geopolitiche sono interconnesse, con la migrazione che da tempo non è più un fenomeno a sé stante, ma parte di una contingenza che ha effetti chirurgici su stabilità, alleanze, travasi di poteri tra fazioni. L’Ue, grazie a Ceuta, può ricalibrare strategie e modus operandi.


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