Nella sua analisi pubblicata su Foreign Affairs l’esperto sostiene che il vero punto debole del sistema costruito da Vladimir Putin non sia il presente, ma la successione. L’assenza di un erede designato e il blocco del ricambio generazionale potrebbero aprire una fase di forte instabilità
La Russia di Vladimir Putin appare oggi più stabile che mai, ma proprio questa apparente solidità potrebbe nascondere la più grande vulnerabilità del sistema costruito dal presidente russo negli ultimi venticinque anni: l’assenza di un meccanismo credibile per la successione. È questa la tesi al centro dell’analisi pubblicata da Julian G. Waller su Foreign Affairs, secondo cui il Cremlino, nel momento dell’uscita di scena di Putin, rischia di affrontare una crisi politica ben più complessa di quanto suggerisca l’attuale equilibrio di potere.
Secondo l’autore, il problema non riguarda soltanto il futuro del settantatreenne presidente russo, ma anche quello dell’intera generazione di dirigenti che lo circonda. Nel corso degli anni Putin ha infatti costruito un sistema fortemente personalistico, mantenendo nelle posizioni chiave gli stessi uomini di fiducia e impedendo il naturale ricambio della classe dirigente. Il risultato è una gerontocrazia nella quale le principali istituzioni politiche e di sicurezza sono guidate da figure della stessa età del presidente, senza che emerga una nuova generazione pronta ad assumere il controllo dello Stato.
Il paradosso, osserva Waller, è che proprio la strategia che ha garantito stabilità al regime potrebbe trasformarsi nel principale fattore di instabilità futura. L’assenza di una successione pianificata e di un erede designato rende infatti impossibile prevedere come reagiranno le diverse fazioni dell’élite nel momento in cui Putin non sarà più al potere. La Costituzione prevede che il primo ministro assuma temporaneamente la presidenza e che entro tre mesi vengano convocate nuove elezioni, ma il vero confronto si svolgerà ben prima del voto, all’interno del ristretto gruppo di uomini che controllano le principali leve dello Stato.
L’autore ricorda come Putin abbia sempre evitato di creare un meccanismo istituzionale di successione. Nemmeno l’esperimento del tandem con Dmitrij Medvedev tra il 2008 e il 2012 si trasformò in una vera transizione: il ritorno di Putin al Cremlino sancì definitivamente che nessuno avrebbe potuto essere considerato un successore autonomo. Da allora il presidente ha continuato a privilegiare collaboratori privi di una propria base di potere, limitando la possibilità che uno di loro emergesse come naturale erede. Per comprendere ciò che potrebbe accadere dopo Putin, Waller guarda alla storia sovietica, e in particolare alla morte di Stalin nel 1953. Anche allora esisteva una procedura formale per la successione, ma il potere fu determinato dalle trattative, dalle alleanze e dai conflitti tra un ristretto selectorate, composto dai vertici delle principali istituzioni politiche e di sicurezza. Secondo l’analista, un meccanismo simile potrebbe ripetersi anche nella Russia contemporanea, dove saranno i rapporti di forza tra i membri dell’élite a determinare chi guiderà il Paese.
Tra i possibili protagonisti della futura competizione vengono citati il segretario del Consiglio di Stato Aleksei Dyumin, il presidente della Duma Vjačeslav Volodin, il primo ministro Michail Mišustin e il primo vicecapo dell’amministrazione presidenziale Sergej Kirijenko. Tuttavia, oltre questi nomi, il sistema appare povero di figure con sufficiente esperienza politica e una rete di relazioni consolidata. Molti funzionari cinquantenni e sessantenni sono rimasti bloccati in ruoli subordinati per anni, mentre i figli di alcuni membri dell’attuale élite stanno già entrando nelle istituzioni, scavalcando un’intera generazione di dirigenti.
Questo blocco del ricambio, sostiene Waller, aumenta il rischio di tensioni interne. Le nuove generazioni non hanno avuto l’opportunità di costruire rapporti di fiducia con i vertici del potere né di maturare esperienza nella gestione dello Stato. Quando inevitabilmente si apriranno dei vuoti ai livelli più alti dell’apparato, la competizione potrebbe diventare molto più dura, con il rischio di errori di calcolo e lotte tra fazioni rivali.
La conclusione dell’analisi è netta. Più a lungo Putin e il suo ristretto gruppo di collaboratori rimarranno al vertice delle istituzioni russe, minori saranno le probabilità che la transizione avvenga in modo ordinato. Il sistema costruito per garantire la sopravvivenza del regime rischia infatti di aver rinviato, anziché risolto, il problema della successione. E proprio nel momento in cui il potere personale di Putin verrà meno, potrebbero emergere tutte le fragilità accumulate in oltre due decenni di centralizzazione politica.
















