“Abbiamo bisogno di ritornare a considerare quelle che sono le reali esigenze dei cittadini. Oggi dobbiamo rivedere il Green deal e questo non significa fare un passo indietro, ma renderlo credibile. Rendendo protagonisti di questo grande progetto i cittadini e il sistema produttivo che non possono subire una strategia calata dall’alto”. Conversazione con l’eurodeputato popolare, Salvatore De Meo
Ieri è accaduto in Italia con il M5S, oggi in Sassonia e Pomerania con AfD: troppo facile cadere nel populismo, dice a Formiche.net l’eurodeputato di Fi/Ppe Salvatore De Meo, che si interroga su come il centro popolare europeo, primo gruppo nell’euroemiciclo, dovrà rimboccarsi le maniche per gestire (non solo in Germania) questo nuovo fenomeno. “Niente più obiettivi non raggiungibili, ma pragmatismo e dialogo con cittadini e imprese”.
Che succede a Merz e al Ppe dopo i numeri in progresso di AfD?
Io credo che siano numeri che vanno guardati con attenzione e spero che si apra anche una riflessione interna per comprendere le ragioni di questo risultato che vanno ricercate, a mio avviso, anche in una serie di emergenze sociali a cui i cittadini chiedono risposte. Alcuni di loro si rifugiano in quella soluzione semplificata che i partiti estremi propongono, pur nella consapevolezza che le soluzioni non sono così semplici. E parlo di immigrazione, di costo energia, di fragilità sociali. Questi purtroppo sono i temi che hanno generato quel risultato e che stanno prendendo piede dappertutto, perché è evidente che l’Unione Europea si è, nel passato, focalizzata su una serie di priorità, tra l’altro declinate da un punto di vista ideologico e hanno aumentato questo sentimento di sofferenza da parte del sistema produttivo e da parte dei cittadini.
Quale l’interrogativo che deve porsi il Partito popolare europeo?
In primis come iniziare un percorso di semplificazione e di pragmatismo che permetta all’Europa di recuperare una credibilità che vada sui contenuti seri, su delle priorità che corrispondano il più possibile alle esigenze e alle aspettative del mondo produttivo e dei cittadini. Certo, il rischio che dinanzi a sfide complicatissime come il green deal o come le guerre, l’elettore sia tentato in maniera, possiamo dire anche ingenua, di affidarsi a risposte che nel merito non analizzano i problemi è sotto gli occhi di tutti.
Cosa accadrebbe?
Il programma di AfD non ci dà una chiave di lettura sulla crisi energetica o sull’automotive. Il rischio che l’elettore sia tentato da una strada facile ma non risolutiva esiste, anche perché oggi la modalità di comunicazione politica è veloce, semplificata, basata sugli slogan. Quindi il Partito popolare deve reagire nell’immediato con atti concreti e con proposte che vadano nella direzione giusta e non continuino semplicemente a declinare degli obiettivi ambiziosi ma che non sono raggiungibili. Questo si percepisce stando tra la gente a cui non riesci più a dare delle soluzioni propositive, programmatiche. Il programma di AfD si ferma allo slogan che fa presa sui social, che parla alla pancia, che riesce a dare la risposta immediata. Ma che non risolve il problema: questo succede anche in Italia, sappiamo che tutto ormai si gioca con delle regole di politica che sono cambiate. La velocità della comunicazione e la semplificazione fanno il resto.
L’Italia in questo senso è stata laboratorio, avendo già avuto una proposta populista e di antipolitica con il M5S: altrove, come in Germania, no. Questa la differenza?
Troppo spesso il cittadino elettore cerca di guardare alla soluzione più veloce, più immediata e non si ferma a ragionare perché purtroppo non abbiamo più sviluppato un pensiero critico. Il dibattito politico è confusionario e tutto questo non aiuta purtroppo. Noi ci siamo già passati, ma non vorrei ritornarci perché le difficoltà che i cittadini vivono e che il mondo produttivo vive portano in maniera reattiva ad un voto così dissociato, non consapevole, non responsabile. Non abbiamo preso atto di quelli che erano gli errori di una politica che sembra sempre più distante dalle reali esigenze e gli altri Paesi evidentemente stanno vivendo oggi quello che noi abbiamo già vissuto. Ma le condizioni di fertilità di questi fenomeni sono pressoché le identiche, cioè quando la politica, quella con la P maiuscola, non è in grado di dare delle risposte e non garantisce una stabilità. È pur vero che in questo momento storico ci sono una serie di variabili non determinate dal nostro continente. Siamo partiti con due scenari di guerra che hanno semplicemente evidenziato le nostre incapacità di costruire una politica estera e una politica di difesa con una nostra autonomia strategica. Tutti elementi che vengono così dissociati l’uno dall’altro ma che in realtà sono connessi.
Tornando al Ppe, come procedere?
In quanto primo gruppo, ha la maggiore responsabilità di riportare l’agenda europea su contesti completamente diversi, cercando di caratterizzare il dibattito in maniera pragmatica e togliendo il pallino agli estremi: non è facile, lo dico con molta sincerità e lo vedo anche in Italia dove alcuni isterismi della politica prendono facilmente piede e quando parte l’ondata non è semplice contenerla.
Avete avuto modo di sentire Weber, è preoccupato. Cosa pensa di questo momento?
Non ancora, lo faremo la prossima settimana. Nel frattempo ho raccolto qualche commento già dopo il voto della Sassonia e l’analisi che è stata fatta è proprio quella di dover cercare di comprendere le ragioni di quel voto. Una cosa posso dire con molta franchezza: anche nel voto di ieri non c’è nessuna deriva nazista, cioè io credo che siano altri temi che abbiano spinto gli elettori tedeschi a rifugiarsi nel partito di AfD, che semplicemente in questo momento semplifica una soluzione complessa. In realtà la semplificazione in politica non aiuta. Bisogna essere pragmatici, concreti, conoscendo quelli che sono i reali scenari: è un campanello d’allarme che non deve isolarsi alla Germania ma che deve interessare tutti.
Anche alla luce del discorso di Ursula von der Leyen sullo stato dell’Unione, come procederete ad esempio sul Green Deal, un tema che ha impattato non poco sul voto tedesco, oltre che sulla situazione industriale?
Nel suo discorso io ho apprezzato il riferimento, mai fatto precedentemente, alla neutralità tecnologica su cui Forza Italia e il Partito popolare si sono sempre battuti, perché questo ci consente di fare in modo che il Green Deal non abbia soltanto una dimensione ambientale, ma trovi una declinazione sociale, economica e produttiva. Per cui ritorno a utilizzare un termine molto caro anche a Draghi: il pragmatismo. Noi abbiamo bisogno di ritornare a considerare quelle che sono le reali esigenze dei cittadini. Oggi dobbiamo rivedere il Green deal e non significa fare un passo indietro. Lo dobbiamo rendere credibile.
In che modo?
Rendendo protagonisti di questo grande progetto i cittadini e il sistema produttivo che non possono subire una strategia calata dall’alto. Purtroppo si stava trasformando in un grosso limite alla nostra competitività, a quelle che sono giustamente le potenzialità delle nostre imprese, anche perché l’iper regolamentazione sta asfissiando il sistema produttivo, ma non garantendo la reciprocità. Di fronte a questo scenario e a una presidenza americana che ha cambiato il paradigma mondiale, credo che sia doveroso rendere più credibili le nostre strategie. Non dobbiamo stressare il sistema produttivo, lo dobbiamo supportare e sostenere e fare in modo che possa essere sempre più competitivo, perché solo un’azienda competitiva permette di raggiungere gli obiettivi ambiziosi che devono essere visti in un medio lungo termine. Ecco perché la neutralità tecnologica per me è un grande elemento di novità. Noi siamo favorevoli nella tassonomia e al piano energetico mix, dove anche il nucleare deve essere una delle fonti per poter garantire quell’autonomia e quella sovranità che ci permette di essere competitivi. Altrimenti continuiamo a declinare le nostre potenzialità, ma in realtà non mettiamo in campo un piano concreto che permetta di esprimerle.
















