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Contro la demagogia sulle armi. Perché produrle è necessario per garantire la sicurezza

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Ogni volta che si discute di industria della difesa, il confronto scivola rapidamente su un piano moralistico: produrre armi sarebbe, di per sé, un atto che alimenta la guerra. Le guerre non nascono dalle catene di montaggio, bensì dalle decisioni di leadership politiche revansciste, di regimi autoritari o di movimenti fanatici che scelgono la violenza come strumento di affermazione. Confondere la causa con lo strumento è un errore analitico che produce politiche sbagliate. L’analisi di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna ed esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva

Nel dibattito pubblico italiano il tema della produzione militare continua a essere affrontato con una lente ideologica che ne impedisce una lettura razionale. Ogni volta che si discute di industria della difesa, il confronto scivola rapidamente su un piano moralistico: produrre armi sarebbe, di per sé, un atto che alimenta la guerra. Quindi, seguendo questo ragionamento, un Paese che, per essere più pacifico, azzerasse la propria capacità produttiva bellica, ne uscirebbe, quasi per automatismo etico, e meno esposto ai conflitti. È una tesi bizzarra, perché priva di fondamento logico, storico ed empirico. Le guerre non nascono dalle catene di montaggio, bensì dalle decisioni di leadership politiche revansciste, di regimi autoritari o di movimenti fanatici che scelgono la violenza come strumento di affermazione. Confondere la causa con lo strumento è un errore analitico che produce politiche sbagliate.

Nessuno sosterrebbe seriamente che la persona più vulnerabile ed indifesa, priva di qualunque capacità di reazione, sia per questo meno esposta alla prevaricazione dei bulli o dei delinquenti; al contrario, la vulnerabilità è spesso proprio ciò che più attira l’aggressione, non ciò che la scoraggia. Lo stesso vale per gli Stati. La capacità di deterrenza – che presuppone una base industriale autonoma, capace di sostenere lo sforzo bellico anche in condizioni di isolamento logistico – non è un fattore di instabilità, ma una precondizione della sicurezza. Un Paese che dipende integralmente da forniture estere per armamenti, munizionamento e componentistica critica non “dimostra” pacifismo: dimostra fragilità, e la fragilità, nelle relazioni internazionali, è quasi sempre un moltiplicatore di rischio, non un suo riduttore.

Che cosa si intende per sicurezza nazionale

Per sicurezza nazionale non si deve intendere unicamente la difesa dei confini da un’aggressione militare, ma la capacità complessiva di uno Stato di garantire la continuità delle proprie funzioni essenziali – istituzionali, economiche, sanitarie, alimentari, energetiche – anche in condizioni di crisi grave o prolungata, senza dipendere in modo vitale dalla benevolenza o dall’affidabilità di attori esterni. È, in altre parole, la condizione che permette a un Paese di continuare a esistere come comunità politica autonoma, capace di autodeterminarsi, quando le circostanze diventano avverse. Proprio per questo la sicurezza nazionale precede, logicamente e praticamente, ogni altro diritto: senza di essa non vi è alcuna garanzia stabile di salute pubblica, di libertà economica, di istruzione o di qualunque altro bene collettivo, perché tutti questi diritti presuppongono l’esistenza di uno Stato in condizione di funzionare. È per questo che garantire la sicurezza nazionale non è un’opzione politica tra le altre, ma il primo dovere di chi detiene responsabilità di governo: chi guida un Paese senza mettere in condizione i cittadini di essere protetti dalle conseguenze di una crisi sistemica viene meno al mandato più elementare che gli è stato affidato. Questo ragionamento vale per l’Italia, ma non può essere circoscritto ai suoi confini: nessun singolo Paese europeo, per dimensione industriale e per costi, può realisticamente possedere in autonomia l’intera gamma delle filiere strategiche. Ma se è ragionevole che le singole capacità produttive si distribuiscano tra i Paesi membri, non è altrettanto accettabile che l’Unione Europea nel suo complesso resti priva di autosufficienza in settori vitali: quando l’Europa, come sistema, dipende da fornitori esterni per beni essenziali, è l’intera cittadinanza europea a essere esposta a un rischio che le singole politiche nazionali, da sole, non possono correggere.

La pandemia da Covid-19 ha offerto un banco di prova involontario ma istruttivo di questa logica, applicata a un dominio apparentemente lontano da quello militare. L’Italia e l’Europa si sono trovate, nella primavera del 2020, prive della capacità di produrre autonomamente mascherine, disinfettanti, principi attivi farmaceutici di base e persino respiratori polmonari, avendo delocalizzato per decenni intere filiere produttive in nome dell’efficienza dei costi. Il risultato è stato un’esposizione sistemica che nessuna pianificazione economica ordinaria aveva previsto, perché il criterio di valutazione dominante – il prezzo unitario – ignorava sistematicamente la variabile della resilienza in condizioni di crisi. È lo stesso errore concettuale che oggi porta parte del dibattito politico a considerare irrilevante, se non dannosa, l’autonomia produttiva nel comparto della difesa.

Il caso delle armi leggere e del munizionamento

Se si osserva la filiera strategica della sicurezza nazionale nel suo complesso, il comparto delle armi leggere e del munizionamento occupa una posizione peculiare: è, insieme, l’ultimo anello della deterrenza e il primo della prontezza operativa. A differenza dei grandi sistemi d’arma – aerei da combattimento, unità navali, sistemi missilistici – che richiedono anni di programmazione industriale e la cui produzione può essere pianificata con largo anticipo, le armi leggere e le munizioni sono beni a consumo rapidissimo in qualsiasi scenario di crisi prolungata. Il conflitto in Ucraina lo ha reso evidente in modo brutale: gli eserciti moderni, anche i più tecnologicamente avanzati, continuano a dipendere in misura schiacciante da milioni di colpi di artiglieria e munizionamento di piccolo calibro, il cui esaurimento può paralizzare un intero fronte in poche settimane, indipendentemente dalla superiorità tecnologica dei sistemi d’arma di livello superiore.

Il collo di bottiglia più critico di questa filiera non è, come si potrebbe pensare, un singolo passaggio, ma l’intera catena di processi che la compongono, ciascuno indispensabile quanto gli altri. Vi è anzitutto la componente chimica: polveri da sparo propellenti, inneschi, composti nitrati la cui produzione richiede impianti specializzati, spesso concentrati in un numero limitato di siti a livello globale. Vi è la componente metallurgica: l’accesso ad acciai balistici speciali e a leghe ad alta resistenza, indispensabili per la produzione di canne e meccanismi di scatto affidabili, non è meno strategico dell’accesso ai semiconduttori. Vi è la componente elettronica: ottiche di precisione, visori notturni e sistemi di puntamento integrati legano ormai indissolubilmente questa filiera, apparentemente la più “tradizionale” tra quelle strategiche, alla catena globale della microelettronica avanzata. E vi è, infine, la fabbricazione vera e propria: gli stabilimenti che trasformano precursori chimici, acciai e componenti elettronici in armi e munizioni funzionanti, senza i quali tutto il resto della filiera resterebbe materia prima inutilizzata. Nessuno di questi anelli può essere sacrificato senza compromettere gli altri: avere le materie prime senza le fabbriche che le trasformano è inutile quanto avere le fabbriche senza le materie prime da lavorare. Ed è proprio su questo punto che occorre essere espliciti, senza infingimenti retorici: disporre di stabilimenti nazionali capaci di produrre armi e munizioni è condizione essenziale della sicurezza dei cittadini, perché le forze di polizia e le forze armate a cui affidiamo il compito di proteggerci sono, letteralmente, forze armate – corpi che possono adempiere al proprio mandato solo se dispongono delle armi necessarie a farlo, e che in una crisi prolungata devono poterle ottenere da una produzione nazionale, non da una fornitura estera soggetta a priorità, embarghi o interruzioni logistiche altrui.

Una filiera strategica al pari delle altre

È qui che il ragionamento va ricondotto al quadro più ampio della sovranità produttiva, italiana ed europea insieme. La sicurezza di uno Stato, e più ancora quella dell’Unione nel suo complesso, non dipende da un singolo settore, ma da un sistema di filiere interdipendenti la cui vulnerabilità simultanea rappresenterebbe uno scenario di collasso sistemico. L’aerospazio e la cybersecurity garantiscono il controllo dello spazio aereo, terrestre e informativo, e l’affidamento a piattaforme estere espone lo Stato a rischi di spionaggio e sabotaggio da remoto. L’agroalimentare, dipendente da sementi certificate e fertilizzanti chimici, condiziona la tenuta sociale interna: una crisi nella produzione di azoto o fosforo si traduce, in una sola stagione, in instabilità alimentare. L’energia, sia fossile sia orientata alla transizione – batterie, elettrolizzatori, trasformatori ad alta tensione – è la precondizione di funzionamento di ogni altra infrastruttura critica. La farmaceutica, con la sua fortissima dipendenza da Paesi terzi per i principi attivi di base, rappresenta un rischio acuto già sperimentato durante la pandemia. I semiconduttori regolano reti elettriche, ospedali, telecomunicazioni e sistemi d’arma, e la loro concentrazione produttiva in aree ad alto rischio geopolitico espone l’intera economia occidentale a possibili blocchi sistemici. Le materie prime critiche – litio, cobalto, terre rare, gallio, titanio – sono infine le fondamenta fisiche di tutte le filiere precedenti.

In questo quadro, trattare la produzione di armi leggere e munizioni come un tema a sé, da affrontare con categorie etiche anziché strategiche, significa non comprendere la logica sistemica della sicurezza nazionale. Non si tratta di un comparto “sporco” da isolare rispetto a filiere più presentabili come quella farmaceutica o energetica: si tratta di un anello della stessa catena di resilienza, sottoposto agli stessi vincoli di dipendenza da precursori chimici, materie prime e componentistica avanzata che caratterizzano tutti gli altri settori strategici. La differenza è che, mentre per l’energia o la farmaceutica il dibattito pubblico italiano riconosce ormai da tempo la necessità di politiche di re-shoring e di riserve strategiche, per la filiera della difesa prevale ancora un pregiudizio ideologico che scambia l’astinenza produttiva per virtù pacifista.

Uscire dall’ideologia, entrare nella pianificazione

Le politiche di friend-shoring, di re-shoring selettivo e di costituzione di riserve strategiche, oggi largamente accettate quando si parla di semiconduttori o di terre rare, devono essere applicate con la stessa coerenza al comparto della difesa e, in particolare, al munizionamento di piccolo calibro, tanto a livello nazionale quanto, soprattutto, a livello europeo. Non perché produrre più armi renda un Paese più sicuro in senso astratto, ma perché la capacità di sostenere autonomamente lo sforzo produttivo bellico in caso di crisi prolungata è essa stessa una componente della deterrenza, e la deterrenza credibile è, storicamente, uno dei più efficaci strumenti di prevenzione dei conflitti. Nessun Paese europeo, Italia compresa, può pretendere di possedere da solo l’intera filiera; ma l’Unione nel suo insieme può e deve poterlo fare, se non vuole restare esposta, nel momento del bisogno, alle stesse priorità e agli stessi embarghi altrui che hanno già colpito le forniture sanitarie durante la pandemia. Il paradosso che l’Europa dovrebbe imparare a riconoscere è che l’illusione della sicurezza attraverso la rinuncia produttiva ha già fallito una volta, nel campo sanitario, con costi altissimi. Ripetere lo stesso errore nel campo della difesa, proprio mentre la guerra è tornata sul continente europeo, sarebbe una scelta che la storia difficilmente perdonerà.


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