Dopo la stretta sul fotovoltaico made in China e nuovi vincoli sugli appalti, ora l’europarlamento lavora a un provvedimento che metta gli investimenti esteri provenienti dal Dragone al servizio dell’economia continentale. A cominciare dalla condivisione dei progetti e della tecnologia
Le salve di cannone sono ormai finite. Stavolta l’Europa nei cannoni non mette fiori, ma munizioni vere. E con la possibilità di sparare ad alzo zero. A Bruxelles sono giorni di grande fermento, con le stanze della Commissione e del Parlamento trasformate in una specie di officina nella quale plasmare la nuova politica industriale a prova di Cina. D’altronde, a un mese e mezzo dalla scadenza del periodo di grazia concesso dall’Europa al Dragone per correggere la rotta del deficit commerciale che ha affossato la manifattura del Vecchio continente, è lecito immaginare che l’Unione e il suo governo stiano affilando le armi. Così si spiega la lunga sequenza di provvedimenti destinata ad arginare la concorrenza cinese, dopata dai sussidi di Stato e per questo poco leale e molto sleale.
Prima la generale estromissione dei produttori di pannelli solari cinesi dalle gare per la concessione degli incentivi alla transizione, poi le nuove regole più stringenti sugli appalti, privilegiando tutte quelle aziende che partecipano alle gare e con base in Europa. Ora è arrivato il turno degli investimenti. L’Unione europea, infatti, si prepara ad alzare le barriere anche a protezione del proprio tessuto industriale. Ben tre relatori del Parlamento europeo per il Net Zero Industry Act, vala a dire Christophe Grudler (Renew), Pierre Jouvet (S&D) e Anna Cavazzini (Verdi), hanno abbozzato una serie di emendamenti per inasprire significativamente i paletti agli investimenti esteri diretti nel mercato unico.
Più nel dettaglio, nei comparti in cui Pechino detiene una posizione di monopolio o forte dominanza globale, tra cui veicoli elettrici, pannelli solari, batterie e materie prime critiche, l’europarlamento intende abbassare la soglia di controllo sugli investimenti esteri da 100 a 50 milioni di euro. Di più. Per qualsiasi investitore proveniente da un Paese con una quota di mercato globale superiore al 40%, l’accesso al mercato europeo sarà subordinato al rispetto di sei rigide condizioni. Tra queste una partecipazione societaria limitata a un massimo del 49%, l’obbligo di investimento congiunto con un’entità partner dell’Ue.
E ancora la cessione di competenze e tecnologie alle aziende europee e almeno il 30% dei componenti manifatturieri che deve provenire da fornitori dell’Unione. I relatori hanno inoltre esteso le tutele ad altri settori chiave della transizione ecologica, tra cui energia eolica, elettrolizzatori e pompe di calore imponendo il rispetto di almeno tre delle condizioni sopra elencate. E a Pechino, che dicono? Il Dragone sembra lamentarsi del cambio di vento in Europa, ancor più impetuoso visto il risultato del voto tedesco in Sassonia, un chiaro segnale del malessere della classe operaia e industriale verso l’invasione cinese. Il Global Times, organo del partito comunista, si è chiesto: ma davvero l’Europa pensa di poter fare a meno della manifattura cinese? A Bruxelles dicono di sì.







