Tre furgoni, una telefonata, cinque arresti accanto alla base dei bombardieri americani. Le retrovie non esistono più, e la lezione riguarda da vicino anche l’Italia. La ricostruzione di Raffaele Volpi
C’è un dettaglio, nelle cronache di queste ore, che mi ha colpito più di ogni altro. Non la mappa della base, non le immagini del robot degli artificieri che gira attorno ai furgoni aperti, e nemmeno le dichiarazioni dei leader. È la telefonata. Poco prima dell’una di notte di domenica, a Whelford, un villaggio di poche case nel Gloucestershire che confina con la pista di Raf Fairford, qualcuno ha visto tre furgoni bianchi muoversi verso la base e ha chiamato la polizia. Un gesto semplice, quasi banale. Da lì è partito tutto: la dichiarazione di incidente grave, ottantacinque abitazioni evacuate, gli artificieri dell’esercito, il cordone di quattrocento metri, l’antiterrorismo britannico alla guida dell’inchiesta. Cinque uomini sono stati arrestati, prima per reati legati agli esplosivi e poi per sospetta preparazione di un atto terroristico.
Penso a quelle famiglie, svegliate dalla polizia all’alba e trasferite in un centro sportivo di Cirencester in attesa che gli artificieri finissero il loro lavoro. Uno di loro ha raccontato ai giornalisti di vivere a Whelford da trent’anni: per gente così la base è sempre stata parte del paesaggio, con i suoi rumori, le sue piste e gli appassionati con il teleobiettivo lungo la recinzione. Ecco il primo punto, prima ancora di quello strategico: la guerra ibrida non colpisce i generali, colpisce la vita ordinaria delle persone che abitano accanto ai luoghi dove si decide la sicurezza di tutti. E sono proprio quelle persone, spesso, la prima linea di difesa.
Fairford non è una base qualsiasi. È l’unico aeroporto europeo dell’aeronautica statunitense attrezzato per i bombardieri pesanti, e da marzo è la piattaforma da cui sono decollati i B-52 e i B-1B impiegati nelle operazioni contro l’Iran. Londra, dopo un’iniziale esitazione, aveva concesso l’uso della base per raid definiti difensivi. A luglio i Pasdaran l’avevano indicata pubblicamente come obiettivo legittimo, e Teheran aveva poi esteso la minaccia a tutte le installazioni europee coinvolte. Nei mesi scorsi il Regno Unito ha subito una serie di attacchi contro sinagoghe e centri ebraici rivendicati da una sigla filo-iraniana poco conosciuta, dietro la quale il governo britannico ritiene di intravedere la mano delle Guardie della Rivoluzione. Non sorprende quindi che la pista principale degli investigatori sia quella di un’azione ordinata o finanziata da Teheran.
Detto questo, la prudenza è d’obbligo, e lo dico per esperienza. Chi ha avuto la responsabilità del controllo parlamentare sui servizi sa quanto le prime ore di un’indagine siano piene di ipotesi che il giorno dopo cadono. Gli inquirenti britannici tengono aperte anche altre strade, e fanno bene: l’Europa ha conosciuto in questi anni una raffica di sabotaggi e attacchi ibridi attribuiti ai servizi russi, e il Regno Unito, primo sostenitore della resistenza ucraina, è da tempo nel mirino di Mosca. Nulla è stato comunicato sulla nazionalità degli arrestati né sul contenuto dei furgoni. Per legge possono essere trattenuti fino a quattordici giorni senza accusa formale, e sarà quello il tempo della verità giudiziaria.
Poi c’è Donald Trump. Il presidente americano ha definito l’arresto “fantastico”, ha detto che i cinque “volevano fare grossi danni” e che l’intelligence americana li teneva d’occhio da molto tempo. Può darsi che sia così, e sarebbe una buona notizia, perché confermerebbe che la cooperazione fra le due sponde dell’Atlantico funziona dove conta, cioè a monte. Ma conosciamo lo stile: Trump racconta i fatti prima che i fatti siano accertati, e li racconta a modo suo. Colpisce il contrasto con la sobrietà britannica. Il ministro della Difesa Wes Streeting ha confermato di aver lavorato a stretto contatto con Washington e di essere rimasto in contatto con il Pentagono per tutta la giornata, ma sui “grossi danni” evocati dalla Casa Bianca non si è sbilanciato: non si commenta un’operazione in corso. È la differenza fra chi governa la sicurezza e chi la usa come palcoscenico.
E c’è un paradosso che vale la pena di osservare. Nelle stesse ore in cui esultava per gli arresti, Trump riapriva il canale dei negoziati indiretti con Teheran attraverso i mediatori del Qatar, con Witkoff e Kushner di nuovo al lavoro, su una proposta iraniana che lega la riapertura dello Stretto di Hormuz alla fine del blocco navale, allo sblocco di beni congelati e a un cessate il fuoco su tutti i fronti. Non è necessariamente una contraddizione. È anzi la fotografia esatta di questa fase: si tratta e ci si colpisce nello stesso momento, e chi vuole pesare al tavolo cerca di dimostrare che può arrivare ovunque, anche a un chilometro da un villaggio inglese. Proprio per questo gli alleati europei non possono permettersi di abbassare la guardia nel momento in cui a Washington si torna a parlare di accordo.
La prima lezione di Fairford è che la dottrina della retrovia sicura è finita. Per decenni abbiamo pensato alle basi in Europa come a nodi logistici lontani dal fronte, protetti dalla distanza e dalla deterrenza. Un avversario che non può colpire un bombardiere in volo prova a colpirlo a terra, con mezzi poveri e manovalanza reclutata sul posto o entrata legalmente nel Paese con un visto di lavoro o di studio. È la grammatica della guerra ibrida: costo minimo, visibilità massima, effetto politico sproporzionato. Persino un attentato sventato produce un risultato, se riesce a insinuare nell’opinione pubblica il dubbio che ospitare quelle forze sia un prezzo troppo alto.
La seconda lezione riguarda chi ha fermato quei furgoni. Non un sistema d’arma sofisticato, ma un cittadino attento e una catena di risposta, polizia locale, antiterrorismo, genieri, comando americano, che ha funzionato nell’arco di poche ore. Da sottosegretario alla Difesa ho imparato che la sicurezza di un’installazione militare non si esaurisce dentro la recinzione. Si costruisce fuori, nel rapporto con il sindaco, con i carabinieri della stazione, con le famiglie che vivono accanto alla pista e che devono sentirsi parte di un sistema, non ostaggi di un rischio che non hanno scelto. Si costruisce con un’intelligence capace di leggere le reti di reclutamento prima che si muovano, e con la capacità di distinguere il dissenso legittimo, che attorno a Fairford esiste da anni, da chi lo usa come copertura.
La terza lezione riguarda noi. L’Italia ospita alcune delle più importanti installazioni americane e alleate del continente, da Aviano a Sigonella, da Vicenza a Napoli, e basi nazionali di valore strategico come Ghedi, a pochi chilometri da casa mia, nella provincia di Brescia. Il ragionamento che vale per il Gloucestershire vale per il Friuli, per la Sicilia e per la Bassa bresciana. Il nostro sistema ha anticorpi solidi e lo ha dimostrato più volte, spesso lontano dai riflettori, grazie a donne e uomini dei servizi e delle forze dell’ordine che non finiscono mai sui giornali. Ma la protezione delle basi non può restare confinata al perimetro militare o alla cornice degli accordi bilaterali con Washington. Serve una regia nazionale che tenga insieme Difesa, Interno e comparto intelligence, servono strumenti normativi capaci di intervenire prima sulle attività svolte per conto di potenze straniere, come Londra ha fatto con il National Security Act, e serve un lavoro serio con le comunità locali, perché la prima segnalazione, come a Whelford, arriva quasi sempre da lì.
C’è infine un punto politico, e lo dico con franchezza. Ogni volta che accade un episodio come questo, qualcuno ne ricava che ospitare le basi alleate significhi importare il rischio, e che la soluzione sia allontanarsi. È esattamente la conclusione che l’avversario spera di suggerire. La risposta giusta è l’opposta: la sicurezza euro-atlantica è indivisibile, e la solidarietà con Londra e Washington oggi è un investimento sulla nostra sicurezza di domani. Fairford ci ricorda che il fronte può arrivare fino alla recinzione di casa. Ci ricorda anche che, quando lo Stato funziona e i cittadini si fidano dello Stato, è proprio lì che il fronte si ferma. A quella persona di Whelford che ha preso il telefono in piena notte dobbiamo tutti qualcosa.







