La guerra ibrida è già dentro la quotidianità europea e la Russia ha imparato ad adattare le proprie leve alle fragilità dei singoli Paesi. Teresa Coratella, associate director dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), avverte: cyberattacchi, disinformazione e sabotaggi sono solo alcuni degli strumenti di una strategia destinata a proseguire. E con le prossime elezioni alle porte, la vera vulnerabilità dell’Europa rischia di essere la sua stessa divisione
La guerra ibrida non è più una minaccia proiettata sul futuro, ma una dimensione ormai strutturale del confronto geopolitico. Cyberattacchi, sabotaggi, droni, pressione economica, strumentalizzazione dei flussi migratori e, soprattutto, disinformazione sono diventati strumenti ordinari attraverso cui gli attori ostili cercano di penetrare nelle società europee e condizionarne le scelte. Un terreno sul quale la Russia ha sviluppato negli anni un vero e proprio playbook, adattandolo alle caratteristiche dei singoli Paesi.
Per Teresa Coratella, associate director dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), l’Europa ha compiuto passi avanti nella costruzione degli strumenti necessari a fronteggiare queste minacce, ma continua a scontare deficit significativi: dall’assenza di un vero coordinamento sull’attribuzione degli attacchi alle diverse velocità con cui le capitali europee percepiscono e affrontano il problema. E mentre il conflitto in Ucraina prosegue, la vera sfida sarà evitare che le divisioni interne all’Europa diventino la principale leva della strategia russa.
Il ministro Tajani parla di una guerra ibrida “in corso” e di un rischio consistente di interferenze sul voto europeo. Quanto è concreta oggi la minaccia e quali sono i principali strumenti attraverso cui gli attori ostili cercano di condizionare le nostre democrazie?
La minaccia ibrida non è più una minaccia. Gli attacchi ibridi fanno ormai parte della nostra realtà e del contesto quotidiano in cui ci troviamo come europei, soprattutto da quando abbiamo iniziato a sostenere l’Ucraina contro l’invasione russa. Gli strumenti sono molti: attacchi informatici, droni, sabotaggi e attacchi alle infrastrutture critiche, fino alla strumentalizzazione della migrazione. La weaponization of migration è stata uno dei primi strumenti utilizzati dalla Russia attraverso la Bielorussia nei confronti della Polonia. Ma il più visibile e tangibile resta la disinformazione. Ed è proprio su questo fronte che, fortunatamente, l’Europa ha costruito un toolbox per mappare, gestire e reagire alle operazioni di influenza.
Dalla disinformazione agli attacchi cyber, passando per sabotaggi, pressione economica e manipolazione del dibattito pubblico: quanto è cambiato il concetto stesso di conflitto nell’era della guerra ibrida?
Il concetto di conflitto nel mondo contemporaneo è completamente ribaltato. È un conflitto invisibile, che non possiamo toccare e che ormai è penetrato in tutti gli aspetti della nostra società. Nel caso ucraino ci troviamo ancora in una situazione mista, tra conflitto tradizionale e conflitto ibrido. Noi, come Europa, siamo invece ormai completamente coinvolti in questa forma di confronto. Abbiamo sviluppato strumenti e strategie e cambiato posizione sul tema, ma rimangono ancora grandi deficit. Il primo riguarda l’attribuzione: non esiste ancora un sistema di coordinamento europeo pienamente efficace tra le capitali sull’attribuzione degli attacchi ibridi. È un punto molto grave che deve essere affrontato. Il secondo problema riguarda le diverse velocità con cui gli Stati membri comprendono e gestiscono la minaccia. Ci sono Paesi del Nord e dell’Est Europa molto più avanzati, anche per ragioni storiche e geografiche. Altri, come l’Italia, si trovano ancora in una situazione di maggiore difficoltà.
Il caso Vannacci ha mostrato quanto il rapporto tra politica italiana, social network, narrazioni identitarie e mondo russo possa diventare terreno di discussione sul tema dell’influenza straniera. Come distinguere una legittima circolazione di idee e consenso politico da una vera operazione di influenza?
Vannacci ha introdotto un nuovo modo di fare comunicazione e politica in Italia, partendo da provocazioni e utilizzando temi molto tradizionali, come le conseguenze negative del sostegno all’Ucraina o la necessità di tornare al gas russo, per poi passare a forme innovative di comunicazione, soprattutto attraverso i social media e l’intelligenza artificiale. Questo ha introdotto un nuovo elemento nel panorama comunicativo italiano, con una conseguenza molto importante: sono state progressivamente eliminate le barriere tra politica, social network e narrazioni identitarie.
La Russia è il principale attore indicato dai governi europei. Mosca sta davvero modificando le proprie modalità operative o siamo di fronte a una strategia ormai strutturale, destinata a proseguire anche oltre la guerra in Ucraina?
La Russia ha costruito negli anni un vero e proprio playbook per perseguire i propri obiettivi attraverso la guerra ibrida. Un playbook che ha però dovuto modificare, modellare e adattare in base agli Stati e ai soggetti inseriti nel proprio raggio d’azione. L’Italia è un caso esemplare. È un Paese molto complesso da decifrare dal punto di vista sociale, culturale, storico, politico ed economico. Tuttavia la Russia è riuscita a individuare le leve più efficaci da utilizzare nel nostro Paese. Penso ai forti legami commerciali costruiti tra Italia e Russia nei decenni precedenti all’invasione dell’Ucraina, ma anche a un legame culturale e sociale con la tradizione del Partito comunista, che ha avuto in Italia il più grande partito comunista dell’Occidente. Poi c’è la tradizionale paura italiana nei confronti dei conflitti. Siamo un Paese con una forte cultura pacifista, con sentimenti critici verso gli Stati Uniti e con un rapporto molto forte con il Vaticano. Tutti questi elementi sono stati utilizzati dalla Russia per entrare nel dibattito italiano e cercare di influenzarlo. Senza dimenticare la situazione economica: le difficoltà economiche rappresentano una leva perfetta per alimentare le paure degli italiani. Ed è proprio questo uno degli obiettivi della Russia, così come di altri attori.
La guerra ibrida sembra giocarsi sempre più nella “zona grigia”, al di sotto della soglia che farebbe scattare una risposta militare. Come si può stabilire quando un’azione ostile supera quella soglia e richiede una risposta collettiva della Nato o dell’Ue?
L’Europa e la Nato stanno facendo un grande esercizio per cercare di mantenere un equilibrio tra le diverse posizioni degli Stati membri e degli alleati. Da una parte ci sono i Paesi storicamente più esposti e sensibili alla minaccia russa, dall’altra Stati, soprattutto nel Sud Europa, che hanno avuto bisogno di più tempo per comprendere la portata della minaccia. È un esercizio molto difficile e sta già causando frizioni. Lo abbiamo visto anche nel dibattito sull’opportunità di ricorrere all’articolo 4 della Nato, che ha fatto emergere divisioni tra gli alleati. Ed è proprio su questo che dobbiamo stare attenti, perché la Russia sfrutterà soprattutto le nostre divisioni: quelle sull’escalation del conflitto e quelle sulle modalità con cui gestire gli attacchi ibridi contro i diversi Stati membri. Per ora la solidarietà prevale. È stata manifestata da Nord a Sud e attraverso schieramenti politici diversi. Tuttavia è un equilibrio ancora molto precario.
Guardando oltre l’emergenza ucraina, quale scenario dobbiamo aspettarci nei prossimi anni? La guerra ibrida è destinata a diventare la forma ordinaria del confronto tra potenze e quale ruolo dovrà assumere l’Europa in questo nuovo equilibrio?
La guerra ibrida può essere già definita una forma ordinaria di conflitto. Ci sono naturalmente delle eccezioni, come purtroppo dimostra il caso ucraino, ma la guerra ibrida è ormai parte della nostra dimensione quotidiana. Quale ruolo deve assumere l’Europa? Innanzitutto deve stabilire un’azione coordinata, soprattutto a livello politico. Esistono meccanismi di reazione, strumenti condivisi con la Nato e forme di collaborazione militare. Tutto questo lo abbiamo già dimostrato. Quello che manca ancora è un coordinamento politico a trecentosessanta gradi. Restano forti divisioni all’interno dell’Ue. L’Ungheria ha costituito a lungo un ostacolo verso una posizione unitaria sulla reazione alla Russia. Oggi dovremmo essere arrivati a un punto di maggiore dialogo e omogeneità, ma la velocità di reazione europea è ancora troppo lenta e presenta molte difficoltà.
Il prossimo ciclo elettorale europeo rischia di diventare un nuovo terreno di scontro sulla Russia e sulla sicurezza? Quanto può incidere sulle capacità dell’Ue di mantenere una posizione comune?
Il principale ostacolo è proprio quello che ci attende sul piano elettorale. Il prossimo ciclo sarà particolarmente rilevante e coinvolgerà alcuni dei principali Stati membri, tra cui Italia, Francia e Polonia. È inevitabile che la campagna elettorale finisca per influenzare il dibattito sulla sicurezza e sulla Russia. Lo vediamo già in Italia. Lo abbiamo visto nelle dichiarazioni di Salvini sulla minaccia russa e lo vediamo anche nel modo in cui Vannacci utilizza la comunicazione politica. La campagna elettorale, dunque, rischia di diventare il grande ostacolo a un’azione coordinata dell’Europa nella risposta alla minaccia russa.







