Il 95% di Internet viaggia sott’acqua, e la Cina lo sa. Un nuovo studio rivela come Pechino stia costruendo capacità per sabotare i cavi sottomarini del Pacifico restando sotto la soglia della guerra aperta. Con effetti potenziali tutt’altro che minimi
Sotto la superficie dell’oceano corre l’infrastruttura da cui dipende gran parte delle comunicazioni globali, con oltre il 95% del traffico dati internazionale passa attraverso cavi sottomarini in fibra ottica. Fragili, spesso non protetti e difficili da sorvegliare, questi cavi sono anche uno dei punti più esposti della rivalità geopolitica tra Stati Uniti e Cina.
Il nuovo report del China Strategic Risks Institute, commissionato dalla U.S.-China Economic and Security Review Commission e pubblicato nel settembre 2026, accende i riflettori su una delle infrastrutture più critiche e meno visibili della sicurezza nazionale americana: i cavi sottomarini che collegano gli Stati Uniti all’Indo-Pacifico. Lo studio, firmato da Andrew Yeh, Zack Liao, Owen Au e Athena Tong, sostiene che Pechino stia sviluppando rapidamente capacità per colpire questa rete attraverso tattiche di “zona grigia”, formulazione impiegata in Cina per il fenomeno comunemente definito in Occidente come “guerra ibrida”.
Al centro dell’analisi c’è la nozione strategica cinese di “Controllo del Mare Profondo” (制深海权), un’ambizione che dal 2014 è entrata nella dottrina di sicurezza nazionale di Pechino e che nel 2024 Xi Jinping ha declinato in tre fasi: accesso, esplorazione e sviluppo degli abissi. Il rapporto evidenzia come questa strategia unisca in modo inestricabile obiettivi civili ed economici con finalità militari, attraverso la parola d’ordine della “fusione civile-militare” assurto a principio guida della Repubblica Popolare negli ultimi anni. Aziende apparentemente commerciali, come i produttori di cavi Hengtong Optic-Electric e Zhongtian Technology o l’integratore di sistemi Hmn Technologies, vengono descritte come nodi di una filiera capace di generare, in tempo di crisi, capacità offensive latenti.
Gli autori documentano lo sviluppo cinese di sommergibili con equipaggio come il Fendouzhe, veicoli autonomi e sistemi robotici sottomarini (inclusi dispositivi di taglio cavi progettati per operare a profondità superiori ai 4.000 metri e per restare “dormienti” in prossimità di infrastrutture nemiche) pronti a essere attivati in caso di crisi. Un dato che colpisce è quello che riguarda i brevetti, poiché i numerosi depositi recenti da parte di università e centri di ricerca cinesi rivelano robot capaci di percorrere i cavi armati, strapparne la corazza e manipolarne i componenti in fibra ottica. Tecnologie che, come si può facilmente intuire, potrebbero fornire capacità di sorveglianza o sabotaggio.
Il contributo più originale dello studio è la creazione di un “Gray Zone Vulnerability Index” (Gzvi), uno strumento che assegna un punteggio di rischio a ciascuno dei 32 cavi trans-Pacifico statunitensi, suddividendoli in segmenti di 20 km e valutandoli secondo fattori come traffico marittimo, profondità delle acque, vicinanza alle rivendicazioni marittime cinesi e nazionalità dei proprietari. Il risultato è netto: i cavi che collegano gli Stati Uniti a Taiwan, Giappone e Filippine (quella che in gergo viene definita la “first island chain”) risultano i più esposti. In cima alla classifica troviamo il sistema Trans-Pacific Express (Tpe), seguito da progetti ancora in costruzione come E2A, Tpu e Orca, di proprietà rispettivamente di Verizon, Google e Meta.
Il rapporto modella anche l’impatto pratico di eventuali interruzioni. Un singolo taglio di cavo potrebbe già saturare la capacità residua tra Taiwan e Stati Uniti, mentre uno scenario di conflitto su Taiwan, con la probabile disattivazione simultanea di più cavi maggiori, rischierebbe di saturare l’intera rete trans-Pacifico, costringendo i dati a percorsi alternativi molto più lunghi, con incrementi di latenza fino a 900 millisecondi. Le ripercussioni toccherebbero settori sensibili alla velocità di connessione, dal trading ad alta frequenza ai servizi cloud e e all’IA. Guam e le Hawaii emergono come punti particolarmente fragili, con scarse alternative di instradamento.
Il rapporto propone sedici raccomandazioni al Congresso americano, articolate su quattro assi: potenziare il monitoraggio (sensori acustici distribuiti, condivisione di intelligence con gli operatori, pattugliamenti congiunti con gli alleati); rafforzare la deterrenza legale (inasprimento delle sanzioni penali, protocolli condivisi per l’intercettazione di navi sospette); investire nella resilienza (nuove navi posacavi e di riparazione, scorte di apparecchiature critiche, “corsie verdi” per i permessi di riparazione); infine, centralizzare la governance federale della sicurezza dei cavi sottomarini sotto un’unica autorità, insieme a una strategia nazionale dedicata al dominio degli abissi.
















