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Nella mente di Xi. Ecco come Pechino entra alla Casa Bianca

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Capire come Pechino si appresti ad affrontare questo passaggio chiave significa entrare direttamente nella mente del leader cinese e decifrare la strategia con cui la seconda superpotenza mondiale sfida gli Stati Uniti

La visita di Stato del leader cinese, Xi Jinping, a Washington e il vertice con Donald Trump arrivano in un momento di svolta per gli equilibri globali, dominati da una competizione spietata che ha nel cuore pulsante della competizione tecnologica – e in particolare quella sull’intelligenza artificiale – il suo terreno d’elezione. Se a livello ufficiale l’attenzione è catalizzata dal confronto diplomatico e dal futuro della sicurezza internazionale, sotto la superficie si muove una partita profonda, fatta di visioni opposte, debolezze sistemiche e calcoli di sopravvivenza politica. Capire come Pechino si appresti ad affrontare questo passaggio chiave significa entrare direttamente nella mente del leader cinese e decifrare la strategia con cui la seconda superpotenza mondiale sfida gli Stati Uniti.

La prima grande cesura rispetto a Washington risiede nella filosofia stessa con cui i due giganti concepiscono, appunto, l’AI. Mentre gli Stati Uniti corrono a testa bassa per primeggiare nello sviluppo della super-intelligenza — guidati dal dogma che chi arriva primo vince tutto —, la Cina è ossessionata dal controllo statale e dall’adozione pervasiva. A Pechino non interessa assecondare le ansie occidentali sulla perdita di posti di lavoro impiegatizi o sui catastrofici scenari alla Terminator: l’incubo principale del Partito Comunista è che l’AI possa trasformarsi in un’arma di ribellione interna. Non a caso, il capo dell’intelligence cinese Chen Yixin ha recentemente ammonito sui rischi di una “guerra cognitiva” e di campagne d’opinione capaci di minacciare la sicurezza politica, istituzionale e ideologica dello Stato.

Questo approccio iper-centralizzato trova una conferma plastica nel 15° Piano Quinquennale, dove la parola “AI” compare cinquantadue volte (cinque volte in più rispetto a pochi anni fa) e la potenza di calcolo si guadagna un intero capitolo dedicato. L’obiettivo cinese è scolpito nella pietra: integrare l’intelligenza artificiale nel 90% dell’economia entro il 2030, un traguardo programmatico che gli Stati Uniti non hanno mai formalizzato.

Eppure, questa aggressività strategica non deve trarre in inganno: gran parte della riflessione di Pechino nasce da una posizione di profonda e inconfessata debolezza interna. Xi Jinping atterra a Washington mentre il Paese fa i conti con un quadro sociale ed economico altamente complesso. La popolazione cinese è in calo da quattro anni e vive una fase di drammatico invecchiamento, con una fascia di over 60 che da sola sfiora l’intera popolazione degli Stati Uniti, una dinamica che spiega l’ossessione nazionale per la robotica. A ciò si aggiunge una disoccupazione giovanile inchiodata al 19% — il doppio di quella americana —, un bacino potenziale di frustrazione che, armato di strumenti digitali avanzati, rappresenta un pericolo diretto per la tenuta del regime.

Il quadro è ulteriormente appesantito da un divario abissale tra le scintillanti megalopoli e le aree periferiche, da una crisi immobiliare che dura ormai da cinque anni erodendo i risparmi delle famiglie, e da un’economia che soffre di un’asimmetria cronica: la Cina produce ed esporta a pieno ritmo auto e tecnologie economiche in tutto il mondo, ma la domanda interna resta debole. A completare il quadro delle vulnerabilità c’è il Tallone d’Achille dei semiconduttori: nonostante i massicci sussidi statali, i campioni nazionali come Huawei restano indietro rispetto alla tecnologia di Nvidia, rendendo impossibile competere alla pari sull’hardware più avanzato.

Nonostante queste faglie interne, la Cina si presenta al tavolo con Donald Trump forte di vantaggi strutturali non trascurabili nella filiera fisica dell’intelligenza artificiale. L’energia, che negli Stati Uniti rappresenta il vero collo di bottiglia per lo sviluppo dei data center, in Cina abbonda: secondo BloombergNEF, nei prossimi cinque anni Pechino aggiungerà una capacità di generazione elettrica pari a quasi sei volte quella americana. Sul fronte delle materie prime, il dominio è quasi assoluto: su venti minerali critici tracciati dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, la Cina ne controlla la stragrande maggioranza e ha già utilizzato il blocco delle esportazioni come leva per rallentare la corsa occidentale. Inoltre, nel 2024 oltre la metà dei robot industriali installati nel mondo è finita in fabbriche cinesi, saldando l’AI al lavoro manifatturiero. Sul piano software, i modelli open-source cinesi sono diventati lo standard globale ed economico per gli sviluppatori di mezzo pianeta.

È su questo scenario di tensioni e interdipendenze che si innesta il vertice bilaterale, gravato da una logica tipica della Guerra Fredda. Xi Jinping si muove sul filo di un rasoio: teme l’accerchiamento tecnologico e i blocchi sui chip imposti da Washington, ma allo stesso tempo paventa un’apertura incontrollata che faccia saltare i filtri del Partito. Proprio per evitare che incidenti tecnici o cyberattacchi a infrastrutture critiche possano degenerare in una crisi militare aperta, l’amministrazione Trump ha avanzato la proposta di istituire un “telefono rosso” per l’AI — un meccanismo di notifica bilaterale modellato sulla storica linea diretta stabilita dopo la crisi di Cuba.

Mentre i dettagli pratici di questo canale d’emergenza restano da definire, il vertice tra Trump e Xi dimostra che, al di là della retorica muscolare, la priorità assoluta è evitare che la corsa alle macchine intelligenti si trasformi in un punto di non ritorno. Pechino entra alla Casa Bianca consapevole delle proprie fragilità, ma decisa a strappare un riconoscimento di potenza che fissi le regole del mondo digitale dei prossimi decenni.


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