Skip to main content

Cosa ci dicono i funerali di Ratko Mladic sulla nuova estrema destra europea

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

Come mai tanti leader della “nuova estrema destra” europea non sono andati ai funerali di Ratko Mladic? Tutto sommato l’ambasciatore russo a Belgrado ha avuto l’onestà di essere presente. “È il giudizio di Dio, non quello di un tribunale, quello che conta”, ha detto il patriarca serbo. Sarebbe interessante chiedergli quando lo conosceremo e forse ancor di più quando lo conosceranno le vittime del genocidio di Srebrenica

Sappiamo tutti che alla base del recente voto tedesco in realtà c’è il malessere di strati popolari che si sono sentiti abbandonati dalla politica. È la politica che non ha saputo conservare tanti lavori. Ma per arrivare al cuore di un uomo a volte non è sbagliato partire dal suo vestito: e allora come mai tanti leader della “nuova estrema destra” europea non sono andati ai funerali di Ratko Mladic? Tutto sommato l’ambasciatore russo a Belgrado ha avuto l’onestà di essere presente. “È il giudizio di Dio, non quello di un tribunale, quello che conta”, ha detto il patriarca serbo. Sarebbe interessante chiedergli quando lo conosceremo e forse ancor di più quando lo conosceranno le vittime del genocidio di Srebrenica. Forse a loro, che stanno di là, è già noto, a differenza di quanto accade al patriarca.

Questo termine, genocidio, lo possiamo usare grazie a chi lo ha condannato, quella giustizia internazionale contro la quale ci si accanisce soprattutto a Washington. Bisognerebbe chiedergli se loro, i mancati ospiti delle esequie belgradesi, avrebbero criticato Mladic perché non accettava che un musulmano potesse essere a capo del suo Paese. Se traendo le conclusioni che ha tratto per i signori dell’AfD avesse fatto male, vorrebbe dire che c’è un limite al suprematismo, dunque che riconoscono che c’è un suprematismo più suprematista del loro.

Sostenitore tanto id Mladic che dell’AfD, Putin ha scatenato la guerra all’ Ucraina perché sarebbe stata filo-nazista, ma plaude l’AfD, che filo nazista a molti lo appare più di certi ambienti ucraini; intende suggerire ai suoi amici di seguire la leadership serba sulla sua strada, ma senza arrivare fino in fondo? Un punto di mediazione Putin saprà trovarlo facilmente per tenere insieme tutte le armate putiniste, e non solo putiniste. Le gesta dell’Ice non sono un modello?

C’è però l’altra parte, quella che non condivide non solo Mladic, ma tutta la cultura supramatista, quella per cui ognuno dovrebbe stare a casa sua: basta viaggi, basta vacanze esotiche, basta gite in battello sul Nilo, basta escursioni nel deserto, ma anche basta a figli che se ne vanno a Parigi o a Londra per diporto, o che vanno a lavorare all’estero. Direi anche basta musiche straniere. Tutti da soli, tutti a casa propria, con le proprie tradizioni. Cos’è questa cravatta, che come dice il nome non è roba nostra, ma viene dalla Croazia, terra slava, terra di altri… E basta anche col caffè, infiltrazione arabo-ottomana, loro lo scovarono in Yemen e ce lo vendettero.

Chi non crede che questo ci faccia bene non ha solo il dovere di dirlo, ma deve anche dire perché non ritiene che questo ci faccia bene.

Non sono i numeri, non sono le storture legislative, non sono gli abusi o i crimini che si compiono ogni giorno contro i lavoratori stranieri (non solo loro ovviamente, ma anche loro). Non è questo che decide. Sia chi, preso dalla rabbia, pensa alle espulsioni, sia chi lo guarda con sgomento, entrambi dovrebbero essere chiamati a dire chi a Srebrenica è stato più umano. Mladic o una vittima?

Con tutti coloro che rispondessero che a Srebrenica Ratko Mladic ha sbagliato si potrebbe cominciare a discutere su come riordinare la nostra vita, quella che chiamiamo società, sebbene la società non esista più. Anche Zygmunt Bauman sembra superato, le nostre società non sono più liquide, ma polverizzate. Come granelli di polvere crediamo di muoverci in branco, ma quella nuvola esiste? O siamo un insieme di granelli isolati che insieme si muovono soltanto? Così ognuno si sente solo, abbandonato, senza tutele, senza difese, senza una società intorno. Ma l’istinto di proteggersi da questa malattia con l’immunità di gregge è umano. Questa percezione porta a pensare che un noi comunque esiste, o resiste: dunque difendiamoci, affidiamoci a un leader, non discutiamolo, così ci potremmo salvare.

Ma questo porta a rimuovere il vero problema, non a risolverlo: nulla ci lega veramente in un contesto dove ognuno è solo con la sua speranza di benessere e quindi con la sua competitività: cercare la salvezza in un’appartenenza che è soprattutto apparenza perché non c’è più la società è controproducente. Bisognerebbe ricreare la società, un vero collante tra di noi. Ecco che le periferie, non il centro, diventano il luogo dove andare per capire i dolori, le paure, le sofferenze. Solo da lì è possibile elaborare una o più risposte, con urgenza. Non basta parlare di integrazione, bisognerebbe ascoltare le esigenze per intraprendere la via di una ricostruzione. È andando ad ascoltare le domande che vengono dalle periferie che si potrebbe chiedere se pensano che sia un bene dire, come diceva la signora Thatcher, che la società non esiste. Se credano davvero che il mercato si autoregoli. Se è stata proficua l’idea di arricchire i ricchi per produrre quello sgocciolamento per allietare anche altre mense?

Ho fatto un sogno: senza etichette di partiti, un gruppo di teologi, antropologi, economisti, legislatori, riesuma i tristemente noti pullman elettorali e va a sentire, a chiedere, non a parlare. Va a sentire le solitudini, le cause di questo smarrimento, di questa sfiducia nel futuro. Se agli stessi interlocutori spiegassero tutto dal centro storico di Roma probabilmente sarebbe tutto inutile.


×

Iscriviti alla newsletter