La visita di Stato del presidente cinese a Washington può produrre accordi su commercio, terre rare ed energia. Ma dietro la ricerca di stabilità resta una competizione strategica che nessuna delle due potenze sembra intenzionata a mettere in discussione
Donald Trump andrà personalmente ad accogliere Xi Jinping alla Joint Base Andrews quando il presidente cinese arriverà negli Stati Uniti mercoledì. È un gesto protocollare non banale per un presidente americano e introduce bene il tono che Washington vuole dare alla visita di Stato: solenne, personale e orientato alla ricerca di risultati. “Un summit”, dicono da DC. Seguiranno la cerimonia alla Casa Bianca, l’incontro bilaterale, la rivista militare nel Rose Garden e una cena di Stato alla quale parteciperanno alcuni dei nomi più importanti della tecnologia americana (leggasi, i giganti dell’AI, ma non solo). Venerdì ci sarà persino un tè privato delle due coppie presidenziali.
La coreografia, tuttavia, rischia di essere più ambiziosa della sostanza. Le aspettative per un accordo capace di modificare strutturalmente le relazioni tra Stati Uniti e Cina rimangono contenute. Più realisticamente, il vertice può servire a consolidare qualcosa di diverso: una tregua negoziata che permetta a Washington e Pechino di continuare a competere evitando, almeno temporaneamente, che la competizione economica e tecnologica torni fuori controllo. Tra l’altro, negli Usa c’è anche un interesse pragmatico: si vota per le MidTerm tra meno di due mesi, e il caos economico che una “non-tregua” potrebbe innescare non è accettabile per i Repubblicani in difficoltà elettorale.
Trump e Xi arrivano al tavolo con interessi parzialmente convergenti sulla stabilizzazione del rapporto, ma con priorità molto diverse su ciò che quella stabilizzazione dovrebbe produrre. Per Washington il dossier più urgente riguarda le terre rare – su cui nei prossimi giorni gli Usa firmeranno un accordo anche con l’Italia. La posizione dominante della Cina nella raffinazione e soprattutto nella produzione di magneti ha trasformato una dipendenza industriale in una concreta leva geopolitica. Secondo le stime più attendibili, Pechino controlla circa il 70% dell’estrazione mondiale delle terre rare e circa il 90% della produzione di magneti. Le restrizioni cinesi introdotte durante l’ultima escalation commerciale tra le due potenze hanno dimostrato quanto rapidamente quella leva possa ripercuotersi sulle industrie statunitensi, che significa occidentali.
Trump vuole quindi maggiori garanzie sul rispetto degli accordi relativi alle forniture cinesi e, contemporaneamente, più acquisti di prodotti americani. La questione delle commodities potrebbe allora diventare uno dei terreni più semplici sui quali costruire un risultato presentabile politicamente. Energia e agricoltura consentono infatti di trasformare un’intesa geopolitica astratta in numeri: maggiori esportazioni statunitensi, riduzione dello squilibrio commerciale e benefici immediatamente rivendicabili dall’amministrazione – anche in ottica MidTerm.
Pechino guarda invece soprattutto alla durata della tregua. Le valutazioni fornite ai propri clienti da una delle più importanti società di geopolitical risk del mondo dicono che la Cina punterebbe a estendere l’attuale tregua commerciale fino alla fine del mandato di Trump, mentre Washington preferirebbe per ora un’estensione molto più breve, nell’ordine di sei mesi.
La differenza dice molto più della durata formale dell’accordo. Per Xi, una tregua lunga significherebbe prevedibilità economica e politica mentre il sistema cinese entra nella fase che conduce al XXII Congresso del Partito comunista, previsto nel 2027: per questo intende sfruttare l’approccio transazionale trumpiano – che tralascia la dimensione più ideologica portata avanti dalle amministrazioni precedenti, sia repubblicane che soprattutto l’ultima democratica di Joe Biden. Per Trump, più che altro, mantenere una scadenza ravvicinata significa conservare pressione negoziale su Pechino (soprattutto sulle esportazioni di terre rare), e lasciare aperta la possibilità di ottenere condizioni migliori successivamente.
È quindi possibile che proprio sulla proroga non arrivi immediatamente l’accordo definitivo. L’attuale tregua non scade prima del 10 novembre e nessuna delle due parti ha particolare interesse a rinunciare alla propria leva negoziale con diverse settimane di anticipo.
Una tregua fatta di piccoli accordi
Più promettente appare il terreno tariffario. Washington e Pechino stanno discutendo la possibilità di ridurre i dazi su una fascia di prodotti considerati non strategici. Funzionari americani hanno confermato che un alleggerimento circoscritto è tra le possibilità, mentre restano fuori dal negoziato concessioni sostanziali sui controlli alle esportazioni tecnologiche statunitensi.
Il problema è stabilire cosa significhi realmente “non strategico” in un mondo segnato dal valore dei dati (che passano dagli EV agli elettrodomestici smart, fino ai componenti dei satelliti). Una cosa sono giocattoli, abbigliamento, calzature e beni di consumo; altra cosa sono gli input industriali che attraversano le catene produttive americane. Washington avrebbe interesse a ridurre il costo di alcuni componenti utilizzati dai propri produttori senza smantellare l’architettura di sicurezza economica costruita intorno alle tecnologie sensibili. Pechino, prevedibilmente, vorrebbe un perimetro di esenzioni più ampio.
È qui che emerge la logica del vertice: ridurre l’attrito dove il costo economico della competizione supera il vantaggio strategico, senza rinunciare agli strumenti utilizzati nei settori considerati essenziali per la sicurezza nazionale.
La stessa logica potrebbe applicarsi allora all’automotive. Trump ha aperto pubblicamente alla possibilità che gruppi automobilistici cinesi producano negli Stati Uniti impiegando lavoratori americani. Un ingresso diretto dei grandi produttori cinesi di veicoli elettrici resta però politicamente e strategicamente difficile. Esiste allora una soluzione più circoscritta: CATL ha sviluppato nuove batterie destinate anche ai pick-up americani e potrebbe concederne la tecnologia in licenza a produttori statunitensi, replicando modelli già utilizzati con Ford e Tesla. Sarebbe una forma di integrazione controllata: tecnologia cinese, produzione americana, senza necessariamente aprire il mercato statunitense ai veicoli elettrici assemblati dai grandi gruppi della Repubblica popolare – che stanno iniziando a dominare il mercato.
Un meccanismo simile potrebbe diventare un laboratorio per una relazione economica sempre più selettiva, nella quale Stati Uniti e Cina non cercano più né una piena integrazione né un completo decoupling, ma negoziano settore per settore quali dipendenze siano accettabili.
Dare energia alla stabilità
Anche l’energia offre spazio per un accordo. Una riduzione delle barriere cinesi sul gas naturale liquefatto americano consentirebbe a Trump di aumentare le esportazioni statunitensi e a Pechino di diversificare ulteriormente le proprie forniture – vittime di caos geopolitici vari, dalla guerra russa in Ucraina alla crisi generalizzata e continuativa nell’Indo-Mediterraneo (lato Hormuz, ma non solo). Inserita in un pacchetto più ampio comprendente anche prodotti agricoli, potrebbe fornire quella massa di acquisti cinesi necessaria alla Casa Bianca per presentare il vertice come un successo commerciale.
Più complicato sarà trasformare in risultati concreti i dossier strategici. Sull’intelligenza artificiale, nonostante il tema sia ufficialmente nell’agenda e Washington abbia manifestato disponibilità a discutere con Pechino alcuni “rischi condivisi”, è difficile immaginare molto più di dichiarazioni politiche e meccanismi di dialogo formali (la cui efficacia e implementazione pratica sarà tutta da dimostrare). La leadership nell’AI è ormai direttamente intrecciata alla competizione tecnologica, economica e militare tra le due potenze.
Non è casuale che alla cena di Stato siano attesi Jensen Huang, Sam Altman, Elon Musk, Sundar Pichai, Jeff Bezos, Michael Dell e Tim Cook. La presenza dell’élite tecnologica americana accanto ai due leader rende quasi fisicamente visibile ciò che è in gioco: il rapporto sino-americano non riguarda più soltanto dazi e bilance commerciali, ma il controllo delle tecnologie sulle quali verrà costruita una parte crescente del potere economico globale.
Anche sul fronte militare l’obiettivo realistico è più modesto: rafforzare i canali di comunicazione tra le due potenze per diminuire il rischio che un incidente, soprattutto nell’Indo-Pacifico, produca un’escalation non intenzionale. Taiwan rimane invece il limite politico più evidente della distensione. Pechino vuole frenare le vendite americane di armamenti all’isola e, soprattutto, evitare che eventuali concessioni ottenute durante la stagione dei summit vengano rapidamente seguite da nuove misure statunitensi. Ma su Taiwan Washington difficilmente potrà offrire a Xi garanzie comparabili a quelle negoziabili sul commercio.
Competere senza rompere
È quindi possibile che il risultato più importante dell’incontro Trump-Xi non sia un grande accordo: ciò che potrebbe esserci piuttosto è la conferma di un nuovo equilibrio nella relazione sino-americana: una competizione strutturale accompagnata da una crescente necessità di amministrarne le conseguenze.
Gli Stati Uniti non sembrano intenzionati a rinunciare ai controlli tecnologici, alla protezione dei settori strategici o al proprio ruolo nell’Indo-Pacifico. La Cina non appare disposta a sacrificare le proprie ambizioni tecnologiche, la leva costruita sulle catene di approvvigionamento o le proprie rivendicazioni su Taiwan. Entrambe, tuttavia, hanno interesse a evitare che ogni divergenza produca automaticamente una nuova escalation.
Per questo terre rare, LNG, agricoltura, batterie e beni di consumo possono assumere un’importanza superiore al loro peso individuale. Sono gli spazi nei quali le due potenze possono ancora costruire transazioni senza pretendere di risolvere il conflitto strategico che le divide.
La visita di Xi a Washington potrebbe dunque produrre meno di quanto suggerisce la sua spettacolare coreografia diplomatica, ma qualcosa di politicamente significativo: non una nuova stagione di cooperazione tra Stati Uniti e Cina, bensì un tentativo di stabilire le regole con cui continuare a competere.
















