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Cosa si cela dietro il boom delle auto cinesi in Europa. Scrive Terzi

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La testimonianza di Dolkun Isa a Fenix riporta l’attenzione sulle persecuzioni degli uiguri. Ma la questione arriva anche in Europa, attraverso filiere che vanno dal cotone alla componentistica automobilistica. Mentre il Senato esamina le norme contro i prodotti realizzati con lavoro forzato, l’Ue deve capire come garantire concorrenza leale senza ignorare le condizioni in cui si produce

Dal palco di Fenix, quest’anno, un grido di aiuto e al tempo stesso di speranza è stato lanciato. Dolkun Isa, attivista e leader uiguro, ci ha raccontato la sua storia. Perseguitato dalle autorità di Pechino da quando era un giovane manifestante pro-democrazia dell’università della regione cinese dello Xinjiang, Dolkun oggi gira senza sosta il mondo per tenere accesi i riflettori sulle drammatiche condizioni in cui vive la minoranza etnica a cui appartiene. Persecuzioni, sfruttamento, negazione dell’identità, sono innumerevoli i rapporti dell’Onu, di organizzazioni e associazioni internazionali che descrivono le gravi violazioni dei diritti umani commesse dalla Cina sugli uiguri.

Vi è ampia documentazione a riguardo, con tanto di testimonianze, video, foto che attestano la presenza nello Xinjiang di veri e propri campi di concentramento – la madre di Dolkun è tristemente morta in uno di questi – e non solo, anche le deportazioni forzate degli uiguri altrove, nelle fabbriche di tutta la Cina. Qualche cinico potrebbe pensare che sia una questione che non ci riguarda. Invece, penetra i nostri mercati e le nostre case più quanto si possa immaginare. Nello Xinjiang viene raccolto il 20% del cotone usato in tutto il mondo, viene prodotto un quarto dell’intera fornitura mondiale di pomodori da industria, viene lavorato almeno il 9% dell’alluminio del pianeta. E per mano di chi accade tutto questo? Naturalmente degli uiguri schiavizzati da Pechino.

L’Australian strategic policy institute, in una dettagliata ricerca, ha stimato che, tra il 2017 e il 2019, oltre 80mila uiguri sono stati trasferiti fuori dallo Xinjiang e che ben 82 multinazionali, cinesi e non, direttamente o indirettamente, hanno tratto vantaggio da questi programmi di manodopera abusiva e sfruttamento. Tra queste, anche colossi come Byd o Saic Motor, le case automobilistiche del Dragone che – in questo momento – stanno letteralmente invadendo l’Europa. Basti pensare che Byd, nei primi sei mesi del 2026, ha registrato una crescita del +145,5% nelle immatricolazioni europee. Una tendenza che vale anche per gli altri gruppi cinesi; basti pensare che Leapmotor ha chiuso il semestre al +558,3%. Questi numeri record avvengono – e la Commissione europea ne ha già accertato da tempo l’esistenza – in circostanze tutt’altro che lecite: le enormi sovvenzioni statali di Pechino consentono una sovraproduzione senza freni e, pertanto, importazioni a prezzo irrisori. Va aggiunto a tutto questo la piaga degli Uiguri, la forte presenza di lavoro forzato nelle tante fabbriche cinesi che garantiscono, con puntualità, la componentistica a questi giganti.

Allora sorge spontanea una riflessione. Se nell’Ue chiediamo alle nostre imprese di competere rispettando standard sociali, ambientali e di sicurezza sempre più elevati, come possiamo al tempo stesso consentire che nel nostro mercato entrino prodotti il cui costo è sì vantaggioso, ma grazie allo sfruttamento, alle centrali energetiche tutt’altro che green e ai sussidi di Stato? È appena iniziato l’iter d’esame nella Quarta Commissione politiche dell’Ue del Senato sulla legge di delegazione europea 2026. Nel regolamento si chiede il divieto dei prodotti realizzati tramite lavoro forzato in qualsiasi fase della loro produzione, indipendentemente che siano prodotti in Europa o importati da Paesi terzi. È un principio sacrosanto da applicare con attenzione alle nostre catene di approvvigionamento globali. È una questione di concorrenza, ma anche d’etica. Non si possono sostenere dentro i propri confini diritti, salari equi e condizioni dignitose e di sicurezza per i lavoratori e, poi, acquistare in massa da chi, quelle politiche del lavoro, le ignora.


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