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Tra Vannacci e Conte, lo spazio perduto dei moderati

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Da Meloni a Schlein, la politica italiana appare sempre più condizionata dalle sue ali radicali. Con il rischio di lasciare senza voce quel Paese che chiede riforme, crescita e stabilità. L’opinione di Salvatore Di Bartolo

La politica italiana vive una stagione di profonda radicalizzazione che rischia di svuotare il mondo moderato di rappresentanza democratica. Da mesi assistiamo a una trasformazione dei due principali poli, sempre più condizionati dalle rispettive ali più identitarie e radicali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un elettorato moderato, riformista ed europeista che si ritrova spettatore silenzioso di un confronto politico sempre più schiacciato sull’identità e sulla contrapposizione ideologica.

Nel centrodestra di governo, la tendenza all’inseguimento appare ormai evidente. Sui temi dell’identità e della sicurezza, la premier Giorgia Meloni e la sua maggioranza sembrano spesso rincorrere le parole d’ordine e le battaglie di Roberto Vannacci. La polemica sul limite alla presenza degli studenti stranieri nelle classi è un esempio emblematico di una politica che rischia di spostare il baricentro del dibattito verso questioni identitarie e divisive, invece di concentrarsi sulle grandi sfide economiche, sociali e istituzionali del Paese.

Dall’altra parte della barricata, il quadro non è più rassicurante. Il Partito Democratico di Elly Schlein appare sempre più condizionato dalla necessità di tenere insieme posizioni diverse e, soprattutto, dal rapporto con il Movimento 5 Stelle e con Alleanza Verdi e Sinistra. Le recenti divisioni e i veti incrociati sul ddl antisemitismo hanno mostrato ancora una volta quanto sia difficile, per il cosiddetto “campo largo”, costruire una sintesi politica capace di andare oltre le singole appartenenze e le rispettive rigidità ideologiche.

Un campo largo che, nei fatti, rischia così di diventare un campo stretto: stretto dentro un perimetro politico nel quale le componenti più radicali finiscono per dettare l’agenda e porre condizioni alle altre. Inseguire Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli significa, per il Pd, correre il rischio di sacrificare la propria identità alla ricerca di una compattezza costruita più sui veti che su una comune visione riformista.

Eppure, tra questi due blocchi esiste un’Italia diversa. Un’Italia che non si riconosce nella destra sovranista e identitaria, ma che guarda con altrettanto disagio a un’opposizione nella quale populismo e massimalismo sembrano troppo spesso avere un peso determinante.

È il mondo dell’impresa, del lavoro, del merito. È un mondo che crede nell’Europa, nella competitività, nelle riforme economiche e istituzionali, nella modernizzazione del Paese e in una concezione liberale e laica dello Stato. Un mondo che non chiede alla politica di parlare alla pancia degli italiani, ma di affrontare con serietà i problemi concreti e di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Questo mondo esiste, è più grande di quanto la sua attuale rappresentanza politica lasci intendere e non può continuare a essere considerato un territorio residuale, buono soltanto per essere conteso al momento delle elezioni.

Per questo è arrivato il momento di un appello chiaro, senza infingimenti, a tutte le forze moderate, riformiste, liberali, laiche ed europeiste: è necessario ritrovare una sintesi e unire le energie.

Non si tratta di costruire l’ennesimo cartello elettorale, né di immaginare un improbabile centro geometricamente equidistante dai due poli principali. Si tratta di riconoscere che esiste uno spazio politico e culturale fondato su alcuni principi semplici ma oggi troppo spesso dispersi: europeismo, libertà economica, responsabilità, merito, cultura di governo, riformismo, laicità dello Stato e capacità di affrontare i problemi senza trasformarli in guerre identitarie.

La sfida è ricostruire un nuovo baricentro. Un punto di equilibrio capace di sottrarre la politica italiana alla demagogia e alla logica dell’inseguimento permanente delle ali più radicali, restituendo spazio, rappresentanza e dignità a una cultura politica liberale, moderata e riformista, ancora maggioritaria nel Paese reale.


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