Reggio Calabria diventa un piccolo laboratorio della politica nazionale: il candidato sostenuto da Vannacci si ferma all’8%, in un’elezione segnata dalla bassissima affluenza. Per il fondatore di YouTrend Lorenzo Pregliasco il dato va letto con cautela, ma segnala anche la distanza tra l’enorme attenzione mediatica attorno al generale e la capacità di trasformarla in consenso. E riapre il dossier sullo spazio disponibile a destra del centrodestra di governo
Reggio Calabria come piccolo laboratorio della politica nazionale. Le elezioni suppletive nel collegio calabrese, segnate da un’affluenza ferma attorno al 22%, consegnano un dato che va letto con cautela, ma che alimenta una domanda più ampia: quanto spazio c’è davvero per una destra alternativa a quella di governo? Al centro del caso c’è soprattutto il candidato sostenuto da Roberto Vannacci, fermo attorno all’8%. Un risultato che, secondo Lorenzo Pregliasco, sondaggista e fondatore di YouTrend, va interpretato alla luce della particolare natura della consultazione, ma che appare comunque al di sotto delle aspettative che si erano create attorno alla candidatura.
Il voto calabrese, dunque, è un piccolo tassello di un quadro nazionale ancora tutto da comporre. Da una parte un centrodestra che, in un collegio storicamente favorevole, riesce a mobilitare il proprio elettorato. Dall’altra il candidato di Vannacci, che intercetta attenzione mediatica e una componente di voto identitario, ma deve ancora dimostrare di saperla trasformare in una forza elettorale capace di allargarsi. E proprio qui si apre la partita più interessante in vista delle prossime Politiche.
Pregliasco, partiamo dal dato più evidente: come va letto il risultato delle suppletive di Reggio Calabria?
Bisogna innanzitutto ricordare che non ci sono ancora schede scrutinate e che ci siamo basati su quello che hanno riferito i comitati. Anche dal centrosinistra non è stato messo in discussione questo esito, dunque lo riteniamo ragionevolmente attendibile. È un collegio favorevole al centrodestra: qui aveva vinto il sì al referendum e Cannizzaro aveva stravinto. Le suppletive, però, sono elezioni sempre molto delicate perché quando va a votare il 22% degli aventi diritto vince chi riesce a mobilitare meglio il proprio elettorato. In questo caso il centrodestra è riuscito a farlo.
Dentro questo quadro c’è però il risultato del candidato sostenuto da Vannacci, attorno all’8%. Come legge questo risultato?
Nel contesto specifico, direi che si tratta di un risultato deludente. Considerando la bassa affluenza, la spinta mediatica che c’è stata su questo voto e il fatto che Vannacci sostenesse un ex forzista che nel collegio aveva raccolto migliaia di preferenze personali alle ultime Regionali, secondo me è un dato abbastanza deludente. Penso che Vannacci si aspettasse la doppia cifra e magari di arrivare vicino al secondo posto. Questo 8% mi sembra invece un risultato inferiore alle sue speranze.
Che cosa racconta questo dato della capacità di mobilitazione dell’area che fa riferimento a Vannacci?
Dice che, almeno in questo territorio, non riesce a mobilitare. Ma non significa che non sia una forza in grado di farlo quando l’affluenza si alza. È una distinzione importante. Il dato delle suppletive è condizionato dalla partecipazione e quindi non può essere automaticamente trasferito a un’elezione politica nazionale.
Eppure proprio il fatto che l’8% venga considerato un risultato deludente dice qualcosa sulle aspettative che si sono create intorno a Vannacci.
Sì, ed è forse uno degli elementi più interessanti. Il fatto stesso che un 8% venga considerato deludente significa che stiamo alzando tutti un po’ troppo le aspettative su Vannacci. C’è una grande attenzione attorno alla sua figura, ma attenzione mediatica e consenso elettorale non sono la stessa cosa.
Perché allora Vannacci continua ad avere una centralità così forte nel racconto politico?
Perché rappresenta l’elemento di novità. Il circo mediatico è sempre alla ricerca di qualcosa che scompagini il quadro e Vannacci lo fa. C’è la dinamica del possibile tradimento nei confronti della Lega, la costruzione di un’opposizione da destra a Meloni e, soprattutto, l’idea che uno scenario che sembrava più orientato verso il centrodestra in vista delle Politiche del 2027 possa tornare in discussione. È comprensibile quindi che Vannacci abbia tutta questa attenzione da parte del mondo mediatico.
Ma qui si crea anche un paradosso: più attenzione riceve, più può crescere.
È un gatto che si morde la coda. L’attenzione mediatica si può trasformare potenzialmente in consenso, perché alimenta il racconto di una crescita. Il dato calabrese è però soltanto un micro-tassello. Bisognerà vedere se Vannacci sarà in grado di trasformare questa esposizione in un radicamento elettorale più ampio.
Qual è, secondo lei, il principale limite che oggi gli impedisce di superare una certa soglia?
Finché mantiene una connotazione molto nostalgica e iper-identitaria sul fascismo, penso che difficilmente possa andare oltre una certa soglia. È un elemento che gli consente di avere un’identità molto riconoscibile, ma allo stesso tempo può limitarne l’espansione.
C’è però una peculiarità italiana rispetto alle altre grandi democrazie europee. Quale?
In Italia alcune istanze sovraniste e più radicali sono già state integrate nell’area di governo da molti anni, sostanzialmente dal 1994. È una differenza importante rispetto alla Germania e alla Francia. In quei Paesi il confine tra mainstream e outsider è collocato più al centro, mentre in Italia è più spostato a destra: abbiamo già un centrodestra di governo che incorpora una parte significativa di quelle istanze.
Quindi lo spazio per una forza ancora più a destra è strutturalmente più ristretto?
È uno degli elementi da tenere presente. Una parte della destra è già pienamente integrata nel governo e questa cosa, con modalità diverse, non è accaduta allo stesso modo nelle altre parti d’Europa. Per questo la sfida di Vannacci non è soltanto costruire un consenso: è trovare uno spazio politico che non sia già occupato.
Reggio Calabria può quindi essere considerata un piccolo test nazionale?
Può essere un piccolo tassello, ma bisogna evitare di attribuirgli un peso che non può avere. Le suppletive hanno caratteristiche molto particolari, soprattutto con un’affluenza del 22%. Però possono fornire indicazioni interessanti sulla capacità di mobilitazione e, in questo caso, il dato del candidato sostenuto da Vannacci ci dice che almeno in questo contesto non è riuscito a trasformare l’attenzione che lo circonda in una mobilitazione elettorale di dimensioni particolarmente ampie.
















