Agli antipodi su quasi tutti i dossier, Vannacci e Conte si ritrovano sulla stessa linea quando si parla di guerra. Dai linguaggi ai precedenti e alle posizioni dei due partiti, l’analisi di una convergenza che conviene alla Russia
Una delle peculiarità delle lingue sta nel fatto che ciascuna di esse varia nello spazio, nei gruppi sociali e nelle situazioni comunicative, dando luogo a varietà diverse capaci di comunicare gli stessi contenuti. Lo stesso principio regge il marketing, riassunto nel motto “Non importa cosa vendi, ma come”. Basta adattare la confezione al pubblico di riferimento, e poco importa se lo stesso prodotto viene venduto anche a clienti che si identificano in categorie diametralmente opposte.
Futuro Nazionale del generale Roberto Vannacci e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte si collocano agli antipodi dello spettro politico. Mentre il primo sta apparentemente guadagnando consensi a vista d’occhio grazie al suo essere così-di-destra-che-più-destra-non-si-può, l’altro ambisce ad essere architetto e costruttore di un nuovo “campo progressista” (che è una cosa ben diversa, come sottolinea lo stesso Conte, dalla sinistra, anche se raccoglie al suo interno solo partiti di sinistra, dal Pd ad Avs. Non che ci si debba stupire, considerando che difficilmente un uomo che si è ritrovato quasi per caso nell’agone politico come figura di guida, almeno formale, di uno dei governi più di destra della storia della Repubblica possa rispecchiarsi in una visione “di sinistra”). Dalla gestione del fenomeno migratorio ai diritti civili e alle questioni etiche, dal welfare all’energia, e dalla sanità alla scuola, per la quasi totalità dei temi affrontati nel dibattito pubblico le due piattaforme politiche propongono soluzioni diametralmente opposte. Tranne che in un caso. Sul conflitto in Ucraina le posizioni dei due partiti arrivano ad essere tremendamente simili a livello sostanziale. Quello che cambia è come tali principi vengono comunicati.
Dio, patria, famiglia … e Cremlino
Nel caso di Futuro Nazionale, il registro dominante è quello del pragmatismo e dell’interesse nazionale. In più occasioni, l’ultima a settembre, Vannacci ha chiesto di interrompere l’invio di armi a Kyiv, sostenendo che le ingenti risorse spese dall’Italia avrebbero potuto essere stanziate per sanità, scuole, pensioni et similia, anziché in “cessi d’oro”, corruzione e prostitute, e che il nostro Paese dovrebbe riallacciare al più presto i rapporti commerciali con Mosca, soprattutto per quel che riguarda l’acquisto di combustibili fossili. Ovviamente, le dichiarazioni sono raramente accompagnate dalle dovute contestualizzazioni o da un’analisi approfondita dei dati. Alla retorica di questo presunto “realismo politico” se ne affianca un’altra, quella della glorificazione della Russia come ultimo baluardo della civiltà occidentale e dei suoi valori, che si contrappone a un Occidente globalizzato e globalista preda insalvabile di un profondo declino morale. Una visione ideologica su cui si installa il rifiuto di condannare l’aggressione del febbraio del 2022 contro l’Ucraina e l’accusa alla Nato di essere il principale responsabile di questo sviluppo, ricalcando in modo pedissequo il catechismo del Cremlino.
I legami con la Russia vanno però ben oltre l’aspetto generale del programma, e toccano da vicino gli esponenti di Futuro Nazionale. Se l’esperienza come attaché militare presso l’ambasciata italiana a Mosca non rappresenta in alcun modo una prova della collusione tra Vannacci e gli ambienti del Cremlino (nonostante le dichiarazioni rilasciate da John Foreman, allora suo omologo britannico nella capitale russa, possano offrire spunti di riflessione al riguardo), altri personaggi che orbitano nella galassia vannacciana vantano un legame piuttosto stretto con la patria degli Zar. Come ad esempio Eliseo Bertolasi, ex paracadutista di quella stessa Folgore guidata in passato da Vannacci divenuto poi reporter e analista geopolitico, che è stato insignito da Vladimir Putin in persona dell’Ordine dell’Amicizia (una delle onorificenze civili più alte concesse dalla Federazione Russa); o Antonio Imperatore, anche lui ex folgorino e oggi esponente del circolo “Amici della Russia Imperiale Terza Roma”, una cui delegazione è stata ricevuta dal console generale russo a Milano; o ancora Roberto Jonghi Lavarini, noto esponente degli ambienti neofascisti che può rivendicare una stretta vicinanza personale al filosofo russo Aleksandr Dugin, le cui teorie “godono” di fama internazionale e non hanno certo bisogno di essere esposte su queste pagine.
Si vis bellum, para pacem
Anche attorno al Movimento 5 Stelle orbitano personaggi simili. A gennaio di quest’anno, in occasione di una conferenza organizzata dalla deputata M5s Stefania Ascari sulla violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti in Venezuela, è stato chiamato a moderare Alberto Fazolo, noto anche come “Nemo”, nomignolo guadagnato in occasione del suo arruolamento come volontario nel 2015 all’interno delle milizie filorusse che combattevano la guerra nel Donbass. Fornendo così una cornice istituzionale a figure apertamente schierate con Mosca, con tutte le problematiche del caso.
In generale, però, la posizione del Movimento 5 Stelle si distanzia soltanto a parole da quella di Futuro Nazionale, cercando altrove i principi necessari per sostenere le stesse tesi. Le parole d’ordine sono quelle nobili del pacifismo, che sul piano concreto arrivano ad essere disfattismo nel migliore dei casi, se non peggio. “È finito il tempo di inviare le armi”, dice il leader del Movimento 5 Stelle in occasione dell’intervista rilasciata a David Parenzo all’Aria che Tira il 30 settembre, “l’Ucraina è già abbastanza armata”. Conte evidentemente ignora le difficoltà al fronte, ma soprattutto, sanzioni a parte, che nessuno ha mai ritenuto sufficienti da sole, non si pone il problema di esercitare una pressione concreta sulla Russia, limitandosi a ridurre gli aiuti a Kyiv. Che, sempre nelle parole del capo del M5s, serve ad “aiutare gli ucraini in modo ancora più operativo, portando ad una soluzione pacifica del conflitto”. Una convinzione che viene da lontano. Già il 6 settembre 2022, in piena campagna elettorale, Conte dichiarava a Telelombardia che “la pace va costruita, nessuno ci dica che Putin non la vuole”, senza specificare che la pace voluta da Putin era solo quella alle sue condizioni.
Un pacifismo che ha una caratteristica peculiare, quella di essere rigorosamente unidirezionale. Le richieste di “negoziato” e di “de-escalation” sono rivolte sempre e soltanto a Kyiv e alle cancellerie occidentali, mai a Mosca, che pure questa guerra l’ha scatenata (il che dovrebbe stupire, considerando il passato da giurista del leader). Allo stesso modo, Conte glissa su logiche come quella della deterrenza e del rapporto di forza al tavolo negoziale, dimenticando che una pace senza garanzie, con un interlocutore che ha già stracciato il Memorandum di Budapest e gli accordi di Minsk, è soltanto una pausa. E che una Russia premiata per l’uso della forza sarà più tentata di mettere alla prova la Nato, e quindi anche noi. Se poi ci si sofferma sulle parole scelte da Conte negli ultimi mesi, il sospetto di “parzialità” diventa ancora più concreto. A luglio, da un palco di Napoli, sostiene che “stanno costruendo una minaccia russa” per giustificare il riarmo. Il 2 agosto, ad Asiago, descrive un’Ucraina con “componenti di destra estrema”, un “mercato” in cui finirebbero le armi occidentali e un popolo che “diserta”. Denazificazione, armi rivendute, crollo del morale ucraino, minaccia inventata dall’Occidente. Esattamente le stesse parole d’ordine impiegate dalla macchina della propaganda russa.
D’altronde, non mancano i segnali della vicinanza di Conte e del M5s al regime putiniano, dalla partecipazione di esponenti pentastellati come Manlio Di Stefano al congresso di Russia Unita nel 2016 alle mozioni per la revoca delle sanzioni, dal contratto di governo gialloverde che prometteva di rivederle all’appoggio di Conte, al G7 del 2018, alla proposta di riammettere Mosca. Fino alla missione militare “Dalla Russia con amore”, accolta in Lombardia nel 2020 dal suo secondo governo, e al voto con cui al Parlamento europeo il M5s si è schierato insieme a Vannacci contro il rapporto sull’Ucraina che definiva l’invasione russa una guerra di aggressione non provocata e ingiustificata.
Tutte le strade portano a Mosca
Che si tratti di convinzione ideologica o di calcolo elettorale, l’effetto non cambia, ed è un vantaggio per Mosca a scapito dell’interesse nazionale (ironicamente, proprio quello che Vannacci dice di voler difendere). Futuro Nazionale e Movimento 5 Stelle parlano due varietà della stessa lingua, con registri adatti a pubblici che non si parlerebbero mai, e che proprio per questo non si accorgono di ricevere lo stesso messaggio. Un gioco delle parti che permette al Cremlino di disporre di una sponda trasversale nel nostro Paese, capace di condizionare il dibattito qualunque sia il colore del governo. Come confermato dalle ultime dichiarazioni rilasciate alla Tass dall’ambasciatore russo a Roma Aleksej Paramonov, che senza fare i nomi si è rivolto alle “forze costruttive italiane, di qualsiasi orientamento siano”. Di nuovo, cambiano confezione e target. Il prodotto, e chi ne trae vantaggio, resta lo stesso.
















