“La potenzialità di consenso di Giorgia Meloni è il 60%”, ed è vero che “ci sono pezzi del Partito democratico che sono più in continuità con la Dc rispetto al centrodestra nel suo complesso”spiega Rotondi a Formiche.net. “Ma il centrodestra nel suo complesso è più in continuità del centrosinistra”. Intervista al presidente della Dc, alla vigilia dell’annuale convegno della “Dc con Rotondi” a Saint Vincent, che inizierà venerdì 2 ottobre e si concluderà domenica 4
Giorgia Meloni alla luce della sua leadership e della consistenza dell’opposizione ha un bacino potenziale del 60%. Mi auguro che resti al governo, per il bene dell’Italia e per il bene del progetto politico in cui credo. Lo dice a Formiche l’on. Gianfranco Rotondi, presidente della Dc e deputato di Fratelli d’Italia, alla vigilia dell’annuale convegno della “Dc con Rotondi” a Saint Vincent, in programma da venerdì 2 ottobre a domenica 4. Quest’anno il tema del convegno coinciderà col titolo del volume, in corso di pubblicazione “Il partito italiano. Dalla Dc a Berlusconi e Meloni”, che Rotondi ha scritto “non per vendere copie, ma per aprire una discussione”.
Che cosa è cambiato da Berlusconi a Meloni e cosa è rimasto integro, per esempio i valori della Democrazia cristiana?
Partiamo da una coincidenza telepatica. Occhiuto ed io abbiamo fatto la stessa cosa: abbiamo scritto un libro per provocare una discussione politica. Quindi il mio libro non ha come finalità di vendere copie, ma di provocare una discussione. Occhiuto lo ha fatto per provocare una discussione sulla riforma liberale di Forza Italia. Io vorrei provocare una discussione sul tema parallelo e opposto, il Partito italiano. Una delle intuizioni di Berlusconi è stato di proseguire il partito italiano che secondo gli storici era la Dc. Il più grande storico che non è di destra, Giovagnoli, ha scritto un libro chiamato il Partito italiano, che certamente non condividerà la seconda parte del titolo del mio libro “Il partito italiano. Dalla Dc da Berlusconi e Meloni”. Il filo rosso, o meglio dire bianco azzurro del mio libro è che Berlusconi e Meloni hanno preso il posto della Dc. Questa interpretazione storica dà l’orticaria alla sinistra democristiana che, con la complicità della destra, è riuscita a far passare il falso storico di una prosecuzione della Dc stessa nel Partito democratico. Ecco, la sfida culturale di Saint Vincent è tutta qui.
Quei valori declinati in questo modo, secondo la sua opinione, come sono stati messi a terra dal governo Berlusconi e oggi che cosa ritrova di quel portato nell’esperienza meloniana?
Ci sono delle coordinate comuni. Collocazione internazionale, radicamento nell’Occidente, amicizia con la Russia ma alleanza con l’America, europeismo non bigotto, libertà di impresa, solidarietà verso i ceti più deboli. Potrei andare avanti a lungo. Queste coordinate abbracciano e uniscono tutte le tre esperienze a cui si riferisce il titolo del libro La Democrazia Cristiana, Berlusconi, Meloni. Le coordinate sono le stesse nel centrosinistra, come le ho declinate io una dopo l’altra, ma adesso non si trovano univocamente. Posso ammettere che ci sono pezzi del Partito democratico che sono più in continuità con la Dc rispetto al centrodestra nel suo complesso. Ma il centrodestra nel suo complesso è più in continuità del centrosinistra nel suo comune.
Qual è l’errore che questo governo non dovrebbe commettere?
Direi che l’esperienza democristiana separa politica e governo. La Democrazia cristiana non è vissuta di consenso che veniva dal governo. Direi che la politica ha protetto i governi dalle fisiologiche cadute di consenso. Non dimentichiamo che la Dc ha imposto l’austerity negli anni 70, durante la crisi petrolifera, le vaccinazioni di massa al tempo del colera, persino i prelievi sui conti correnti. Ha fatto scelte impopolari, ma il grado di consenso non è stato mai eroso per chi produceva la politica, i partiti, le correnti, le iniziative.
Perché di nuovo a Saint Vincent?
Perché si riuniva la sinistra sociale in un luogo, poi la corrente del Golfo a Sorrento e il grande centro a Sirmione. Quella politica produceva consenso. Erano quelle che chiamavamo le cavallette democristiane che invadevano i campi e mangiavano tutto. In termini di consenso questo al centrodestra manca, diciamolo con schiettezza. C’è il buon governo di Giorgia Meloni, che è una fuoriclasse. Ma la parte politica, cioè l’armatura che dovrebbe proteggere il governo dai cali fisiologici, manca totalmente a cominciare dal mio partito perché io non sono abituato a parlare degli altri e ad assolvermi. Anche noi democristiani abbiamo dato un contributo molto al di sotto delle nostre potenzialità.
Come si può ovviare a questa criticità?
Ormai secondo me i partiti sono in crisi da tempo come macchina di consenso perché il consenso è stato affidato esclusivamente alla leadership. Quando la leadership coincide col governo è più facile avere un calo fisiologico derivante dalle fortune del governo, che non possono essere sempre stabili, anche perché condizionate da fattori esterni. La guerra la paghiamo anche in termini di consenso: per il lavoro che ha fatto Giorgia Meloni e per l’inadeguatezza delle opposizioni noi dovremmo stare al 60%. Il tema dovrebbe essere quale spazio dare agli elettori e alla classe dirigente di sinistra che vuol votare Meloni oggi e come avere il partito della Nazione: ribadisco che l’arco nazionale e la potenzialità di consenso di Giorgia Meloni è il 60%. Se questo non avviene perché fattori internazionali hanno taroccato e zavorrato l’attività del governo dobbiamo certificare che qui siamo nel campo della sfortuna, che è sempre un fattore importante.
Qual è la responsabilità del sistema politico?
Quella di aver dimenticato la capacità dei partiti di produrre consenso a prescindere dai governi.
Lei nell’estate del 2022 fu tra i primi a scommettere sulla proiezione di Giorgia Meloni. Una proiezione che fino ad oggi è durata ben quattro anni. Oggi, alla luce di questa esperienza governativa, alla luce degli dei difetti e dei pregi che ha messo in risalto in questa conversazione, quale previsione si sente di fare?
A me interessa più il progetto politico del governo: lavorerò certamente per un Meloni bis quindi per una vittoria alle elezioni, ma mi interessa di più il progetto politico cioè dare stabilità al campo alternativo alla sinistra grazie alla leadership di Giorgia Meloni. Questa leadership si distende in un arco temporale più lungo della legislatura. Gli elettori diranno se sarà collocata ancora al governo o all’opposizione. Mi auguro che resti al governo, per il bene dell’Italia e per il bene del progetto politico in cui credo.















