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Quando criticare il Parlamento diventa qualunquismo. Il commento di Pasquino

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La critica di questi parlamenti e delle leggi elettorali che ne stanno a fondamento è legittima, ma deve risalire alla fonte. Sbagliato, molto, è, invece, sostenere che la critica ai parlamenti sia populismo. Soprattutto nel caso italiano, da più di un secolo questo diffuso antiparlamentarismo è asse portante del qualunquismo. Il commento di Gianfranco Pasquino, socio dell’Accademia dei Lincei, professore emerito di Scienza politica, UniBo. In libreria con “Democrazie e no” (Utet)

Sabato 17 ottobre 2026, ore 21 circa. Trasmissione televisiva “L’Elefante”, Rai Tre, condotta da Peter Gomez. Ospiti in studio Tiziana Ferrario, Alessandro Campi, Mario Sechi et al. Il conduttore imposta sardonico il discorso sullo scandalo dell’assenteismo dei parlamentari. Soltanto diciotto deputati presenti su 400 alla presentazione del ministro dell’Economia Giorgetti del Documento Economico Finanziario. Dell’assenteismo (giustamente) stigmatizzato dal ministro viene chiesta ragione a Campi che, pur non essendo un esperto in materia, abbozza una spiegazione generale della perdita di potere dei parlamenti. Viene interrotto da Gomez che dà la parola a Ferrario la quale avanza la proposta dirompente di pagare i parlamentari à la carte, ovvero soltanto in base alle loro presenze, non dice calcolate come. Peraltro, le assenze già comportano trattenute. In un sussulto, Gomez le fa notare che l’indennità, tutela dell’indipendenza (e non solo, aggiungo io) dei parlamentari, è sancita nella Costituzione italiana (art. 69), e di nuovo, mi permetto di aggiungere, esiste in tutti i parlamenti democratici da almeno un secolo. Da parte sua, Sechi si unisce alla critica accodandosi senza aggiungere elementi. Ma, prosegue il conduttore, questo comportamento assenteista dei parlamentari alimenta il populismo delle destre in Europa e fuori. Consenso rattristato in studio (e, immagino, fra i divani del nostro stivale) esteso anche al tramonto dei parlamenti democratici. Che, naturalmente, vero o no, ha molte altre migliori spiegazioni.

C’è, però, tutta una altra storia che deve essere raccontata. Premetto che il ministro Giorgetti merita rispetto personale, per il ruolo che svolge e, nello specifico, per l’importanza del documento che presentava, che richiedeva ascolto anche se non seguito da nessuna votazione. Detto e sottolineato questo, la mattina successiva tutti i deputati hanno potuto leggere il testo stampato nei resoconti parlamentari. Più in generale, spesso la presenza in aula non è strettamente necessaria in quanto al parlamentare è possibile e, per lo più, sufficiente, ascoltare discorsi e seguire dibattiti nel suo ufficio, alla radio interna, anche nei casi più importanti dalla benemerita Radio Radicale, e addirittura, vederli grazie alla televisione a circuito interno. Se c’è improvvisa necessità di votare tutti i parlamentari hanno tempo e modo di raggiungere l’aula dai loro uffici.

Pur sgradevole, quel che pare assenteismo è, dunque, spesso convincentemente comprensibile e giustificabile spiegabile. Rimane criticabile in particolare da coloro che hanno le conoscenze e gli strumenti essenziali per valutare i comportamenti dei parlamentari, e perché. Sono i parlamentari nominati e cooptati che rispondono ai capi dei partiti e delle correnti quelli che, irrilevanti, rendono il Parlamento stesso irrilevante. La critica di questi parlamenti e delle leggi elettorali che ne stanno a fondamento è legittima, ma deve risalire alla fonte. Sbagliato, molto, è, invece, sostenere che la critica ai parlamenti sia, come ha sostenuto Gomez, con l’approvazione di Ferrario, ma con timida, pur udibile, presa di distanza, da parte di Campi, populismo. No, soprattutto nel caso italiano, da più di un secolo questo diffuso antiparlamentarismo è asse(/asso) portante del qualunquismo. Così va definito e denunciato a cominciare dalle trasmissioni televisive che poi lamentano l’astensionismo.


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