La stretta di DeSantis su Cair porta sul terreno interno americano il confronto con la Fratellanza musulmana. Sullo sfondo, la strategia di Trump e la convergenza con gli Emirati, mentre i tribunali sono chiamati a pronunciarsi sui limiti delle misure statali
La decisione di Ron DeSantis di inserire l’organizzazione Cair e la Fratellanza musulmana nelle liste antiterrorismo della Florida porta sul terreno statunitense una battaglia che l’amministrazione di Donald Trump sta conducendo anche in Medio Oriente. Una convergenza particolarmente evidente con gli Emirati Arabi Uniti, ma nella quale occorre distinguere le sanzioni federali contro specifiche organizzazioni estere dai provvedimenti statali contro associazioni attive negli Stati Uniti.
Il fronte aperto in Florida
La partita contro la Fratellanza musulmana non si gioca più soltanto tra Washington e le capitali mediorientali. Passa anche dalle amministrazioni statali, dalle università, dai finanziamenti pubblici e, inevitabilmente, dai tribunali americani. Il 29 settembre il governatore della Florida, Ron DeSantis, e il suo Cabinet hanno approvato nuove designazioni antiterrorismo che coinvolgono il Council on American-Islamic Relations, noto come CAIR, la Fratellanza musulmana e Antifa, nell’ambito di un elenco più ampio di organizzazioni. Le misure entreranno in vigore il 5 novembre, salvo interventi giudiziari.
Il passaggio rappresenta un salto di qualità nella controversia tra il governo della Florida e Cair, associazione che si presenta come impegnata nella difesa dei diritti civili dei musulmani americani. Le autorità statali sostengono invece che i suoi precedenti e i suoi presunti collegamenti giustifichino l’applicazione degli strumenti di contrasto al terrorismo. Cair respinge le accuse e, insieme alla propria articolazione della Florida, ha contestato il provvedimento davanti alla giustizia federale.
Non è il primo tentativo di DeSantis. Nel dicembre 2025 il governatore aveva già utilizzato un ordine esecutivo per attribuire a CAIR una qualificazione terroristica. Quella strada era stata fermata da un’ingiunzione giudiziaria. L’amministrazione statale ha quindi cercato una base legislativa diversa: la legge HB 1471, entrata in vigore il primo luglio 2026, che istituisce una procedura statale per identificare organizzazioni considerate terroristiche. Il voto di settembre si inserisce in questo nuovo quadro.
La posta in gioco non è semplicemente reputazionale. Il nuovo regime interviene sui rapporti con le istituzioni pubbliche, sull’accesso alle risorse statali e sulle attività educative riconducibili ai soggetti designati. Ma sarebbe prematuro descrivere la decisione come una chiusura già realizzata delle organizzazioni coinvolte: la decorrenza è futura e il contenzioso è aperto. Il 3 ottobre l’American Civil Liberties Union ha reso noto che Cair e Cair-Florida avevano chiesto un intervento urgente del tribunale per bloccare gli effetti delle designazioni.
La Florida diventa così un laboratorio politico e giuridico. La domanda sottostante è fino a che punto un governo statale possa utilizzare la legislazione antiterrorismo contro un’organizzazione americana che rivendica una funzione di rappresentanza e tutela dei diritti civili. È su questo confine, tra sicurezza e garanzie costituzionali, che si misurerà la tenuta del provvedimento.
La strategia della Casa Bianca
L’iniziativa di DeSantis si colloca in un contesto più ampio: il cambiamento di passo dell’amministrazione di Donald Trump nei confronti di alcune articolazioni della Fratellanza musulmana. Il punto di partenza formale è l’ordine esecutivo del 24 novembre 2025, che ha avviato la procedura per valutare la designazione di specifici rami del movimento come organizzazioni terroristiche straniere o soggetti sottoposti a sanzioni antiterrorismo. Il testo indicava espressamente le articolazioni in Libano, Giordania ed Egitto.
L’ordine conteneva anche un’indicazione politica significativa: gli Stati Uniti avrebbero cooperato con i partner regionali per eliminare le capacità operative dei rami designati, privarli delle risorse e neutralizzare le minacce alla sicurezza americana. Non soltanto, dunque, una classificazione amministrativa, ma un programma di pressione coordinata sulle strutture e sui finanziamenti delle organizzazioni interessate.
Il 13 gennaio 2026 Washington ha dato seguito a quella impostazione. Il Dipartimento di Stato ha designato il ramo libanese della Fratellanza musulmana sia come Foreign Terrorist Organization, FTO, sia come Specially Designated Global Terrorist, SDGT. Anche il suo leader, Muhammad Fawzi Taqqosh, è stato inserito nella categoria SDGT. Il Dipartimento del Tesoro ha invece designato le articolazioni egiziana e giordana come SDGT, accusandole di fornire sostegno materiale a Hamas.
La distinzione non è un tecnicismo secondario. Le tre organizzazioni sono state colpite con strumenti giuridici differenti: per il ramo libanese è intervenuta anche la designazione FTO, che rende penalmente perseguibile il sostegno materiale all’organizzazione; per quelli egiziano e giordano Washington ha applicato il regime delle sanzioni SDGT. Riunire tutto sotto una sola formula impedirebbe di comprendere la portata concreta delle decisioni.
A marzo il perimetro è stato ulteriormente ampliato al Sudan. Il 9 marzo il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato la designazione della Fratellanza musulmana sudanese come SDGT e l’intenzione di inserirla tra le FTO, con effetto dal 16 marzo. La designazione come organizzazione terroristica straniera è stata poi pubblicata nel Federal Register.
Nella motivazione americana, il dossier sudanese introduce un elemento ulteriore: il rapporto con l’Iran. Il Dipartimento di Stato ha accusato il movimento e la sua componente armata, la brigata al-Baraa Bin Malik, di violenze contro i civili e ha indicato che numerosi combattenti avevano ricevuto addestramento e altro sostegno dai Guardiani della rivoluzione iraniani. Si tratta delle valutazioni ufficiali di Washington, che legano il contrasto alla Fratellanza alla più ampia pressione sulle reti sostenute da Teheran.
Emerge una strategia progressiva, costruita per articolazioni nazionali e condotte contestate, non una designazione indistinta dell’intera Fratellanza musulmana mondiale. È un passaggio essenziale anche per leggere il caso americano: le decisioni federali citate riguardano specifiche organizzazioni estere e non equivalgono, automaticamente, a una designazione federale di CAIR.
La convergenza con il Golfo
Il raccordo con i partner del Golfo è particolarmente netto nel rapporto con gli Emirati Arabi Uniti. Il 13 gennaio il ministero degli Esteri emiratino ha accolto favorevolmente le designazioni americane contro le articolazioni della Fratellanza in Libano, Giordania ed Egitto. Il 9 marzo Abu Dhabi ha espresso lo stesso sostegno per il provvedimento relativo al Sudan, descrivendolo come parte di un impegno sistematico dell’amministrazione Trump contro la violenza e le attività destabilizzanti del movimento.
Queste dichiarazioni documentano una convergenza esplicita. Gli Emirati non si limitano a prendere atto delle misure: le collocano in una lettura condivisa della sicurezza regionale, nella quale il contrasto alle reti della Fratellanza costituisce uno strumento di stabilizzazione. Nel comunicato sul Sudan, Abu Dhabi ha insistito sulla necessità di privare il movimento delle risorse che gli consentirebbero di praticare, sostenere o giustificare estremismo e terrorismo.
La svolta americana incontra una linea perseguita da anni da alcuni governi della regione. Tra il 2013 e il 2014 Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti avevano classificato la Fratellanza come organizzazione terroristica. Le decisioni di Trump avvicinano quindi Washington, almeno rispetto alle articolazioni designate, all’impostazione di questi interlocutori.
Parlare genericamente di un allineamento con “il Golfo”, tuttavia, rischia di appiattire differenze importanti. La convergenza documentata dalle dichiarazioni ufficiali qui considerate è soprattutto quella con Abu Dhabi; la precedente scelta saudita costituisce un altro punto di contatto. Non ne discende automaticamente una posizione identica di tutti gli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo.
Il dato politicamente rilevante è un altro: nell’ordine esecutivo di Trump la cooperazione con i partner regionali è parte integrante della politica americana. Le successive dichiarazioni emiratine mostrano che questa impostazione trova un interlocutore pronto a sostenerla. Non provano, invece, che il provvedimento della Florida sia stato concordato con governi stranieri. La convergenza strategica va distinta dall’esistenza di un coordinamento operativo, che le fonti citate non documentano.
Cair e il nodo giudiziario
È quando questa impostazione viene applicata a un’associazione americana che la questione si fa più controversa. Le autorità della Florida richiamano, tra gli elementi a sostegno delle accuse contro Cair, la sua inclusione come “unindicted co-conspirator” nel procedimento Holy Land Foundation, relativo al finanziamento del terrorismo. Il documento di partenza riferisce che DeSantis ha utilizzato questo precedente per sostenere la necessità di interrompere i circuiti finanziari collegati ai movimenti indicati dallo Stato.
Quel riferimento deve però essere riportato correttamente: “unindicted” significa non incriminato in quel procedimento. Non può quindi essere presentato, da solo, come una condanna penale di Cair. Nel dibattito politico rappresenta uno degli argomenti delle autorità statali; nella ricostruzione giornalistica deve rimanere distinto da un accertamento giudiziario di responsabilità dell’organizzazione.
Cair e Cair-Florida contestano alla radice la qualificazione terroristica e sostengono che le misure colpiscano attività protette dalla Costituzione. I ricorsi richiamano il Primo emendamento e le garanzie del giusto procedimento previste dal Quattordicesimo. L’Aclu, che partecipa alla difesa delle organizzazioni, denuncia inoltre che il nuovo sistema consente a funzionari dell’esecutivo di imporre conseguenze molto pesanti senza le garanzie proprie di un processo penale. Sono le argomentazioni dei ricorrenti, sulle quali dovrà pronunciarsi il tribunale.
Qui si trova la differenza fondamentale rispetto alla campagna federale di Trump. Washington ha adottato designazioni contro organizzazioni straniere attraverso gli strumenti federali di sicurezza nazionale e di sanzione finanziaria. La Florida sta impiegando una propria legge contro soggetti che operano negli Stati Uniti, aprendo una controversia sulla libertà di associazione, sull’espressione politica e sui limiti dei poteri statali. Le due iniziative appartengono a un clima politico convergente, ma non hanno la stessa natura giuridica.
Nemmeno è corretto trasformare la controversia in una contrapposizione tra le istituzioni americane e la comunità musulmana nel suo complesso. I provvedimenti riguardano organizzazioni nominate e condotte contestate; Cair rivendica invece il proprio ruolo di tutela dei diritti civili. Mantenere separate appartenenza religiosa, attività associativa e accuse di sostegno al terrorismo è indispensabile per comprendere la vicenda senza adottare automaticamente la narrativa di una delle parti.
La partita politica americana
La vicenda della Florida mostra come la pressione sulla Fratellanza possa svilupparsi su livelli diversi. Sul piano federale, l’amministrazione Trump procede con designazioni selettive, sanzioni e cooperazione con partner regionali. Sul piano statale, DeSantis tenta di impedire che organizzazioni da lui considerate legate a reti estremiste abbiano accesso a finanziamenti e rapporti con istituzioni pubbliche. Sul piano giudiziario, le associazioni interessate chiedono di verificare la compatibilità di questi strumenti con le garanzie costituzionali.
L’effetto politico è portare all’interno degli Stati Uniti una controversia che per anni ha riguardato soprattutto gli equilibri mediorientali. La convergenza con gli Emirati e il punto di contatto con la linea saudita rafforzano la dimensione internazionale della scelta di Trump. Il caso CAIR, tuttavia, impone alla stessa area politica di confrontarsi con un terreno differente: non soltanto la minaccia attribuita a un’organizzazione estera, ma i diritti e le responsabilità di soggetti inseriti nella società americana.
Per questo il 5 novembre sarà un passaggio da osservare, non un esito già scritto. Se non interverranno i giudici, le nuove designazioni della Florida entreranno in vigore; Cair e Cair-Florida hanno però chiesto una tutela urgente proprio per impedirlo. La capacità dell’amministrazione statale di sostenere giuridicamente le proprie accuse diventa così il banco di prova della sua politica.
La linea di Washington è ormai definita nei suoi atti: colpire specifiche articolazioni della Fratellanza, sottrarre loro risorse e cooperare con i partner regionali. La Florida cerca di tradurre una pressione politicamente affine in strumenti interni. Tra questi due livelli si apre la questione decisiva: come contrastare reti ritenute pericolose senza confondere una valutazione politica, una designazione amministrativa e una responsabilità penale accertata. È lì che la battaglia sulla Fratellanza, dal Medio Oriente all’America, incontra il suo limite più concreto: la verifica dei tribunali.
















