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Hormuz riapre, ma l’Iran continua a dettare il prezzo

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Il greggio sta tornando a passare per lo Stretto di Hormuz, ma a costi elevati per Stati Uniti e Paesi del Golfo, che pagano protezione e compensi agli armatori. Sebbene il blocco iraniano sia meno efficace, l’Iran mantiene la capacità di influenzare i prezzi energetici attraverso altri mezzi, come lo stretto di Bab al-Mandab o attacchi alle infrastrutture del Golfo. Washington ottiene un risultato tattico, ma la minaccia iraniana rimane

Il petrolio ha ricominciato ad attraversare lo Stretto di Hormuz. Non significa però che la rotta energetica più sensibile del Medio Oriente sia tornata alla normalità. Significa, piuttosto, che Stati Uniti e Paesi del Golfo stanno riuscendo a rendere il blocco iraniano meno efficace, pagando un prezzo elevato per farlo.

Prima della guerra, circa 19 milioni di barili di greggio lasciavano ogni giorno il Medio Oriente. Dopo la chiusura di Hormuz da parte dell’Iran, quei volumi si erano ridotti drasticamente. Il mese scorso, secondo i dati di Kpler, le esportazioni sono risalite in media a 16 milioni di barili al giorno. Sei milioni viaggiano attraverso oleodotti e porti sul Mar Rosso e sul Golfo di Oman, evitando Hormuz. Ma altri 10 milioni attraversano nuovamente lo Stretto.

È un cambiamento significativo. Washington ha ridotto la capacità di Teheran di trasformare Hormuz in un blocco quasi totale delle esportazioni energetiche del Golfo. Ma non ha ancora neutralizzato la leva iraniana.

Il petrolio passa perché il costo del passaggio è aumentato. Gli Stati Uniti offrono protezione aerea alle petroliere disposte ad attraversare lo Stretto, mentre Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, sempre più interessati a riportare il proprio greggio sui mercati internazionali, stanno offrendo agli operatori navali compensi che in alcuni casi raggiungono dieci volte i livelli precedenti alla guerra. A questi si aggiungono premi assicurativi più elevati e il rischio umano: circa due dozzine di membri degli equipaggi sono morti negli attacchi iraniani e americani nell’ultimo mese.

Hormuz, in altre parole, sta passando da blocco fisico a una sorta di tassa geopolitica sull’energia. Per esercitare pressione, l’Iran non deve necessariamente impedire a ogni petroliera di attraversare lo Stretto. Può essere sufficiente rendere quel viaggio abbastanza pericoloso e costoso da mantenere elevato il prezzo finale del petrolio.

È qui che il risultato operativo americano incontra il problema strategico. Proteggere le petroliere richiede caccia, sistemi missilistici e intercettori contro i droni. Sono risorse che, secondo gli analisti citati nell’input, difficilmente possono essere impiegate indefinitamente agli stessi livelli. Anche i Paesi del Golfo stanno comprando, di fatto, la disponibilità degli armatori ad assumersi il rischio.

L’aumento dei flussi, inoltre, non ha ancora prodotto una riduzione significativa del prezzo del petrolio. I maggiori costi di trasporto e assicurazione pesano sul mercato, mentre l’offerta rimane insufficiente rispetto alla domanda. Cina e altri Paesi stanno intanto consumando parte delle riserve che avevano contribuito a contenere i prezzi nelle prime fasi del conflitto.

Per Teheran la situazione resta comunque difficile. Le esportazioni iraniane di petrolio via mare sono state ridotte a zero dal blocco americano e la proposta iraniana del mese scorso — sette giorni di cessazione delle ostilità, riapertura di Hormuz e successivo avvio di negoziati complessivi sul programma nucleare — è stata interpretata da alcuni come il segnale della volontà della Repubblica islamica di trovare un’uscita dal conflitto. Donald Trump l’ha respinta.

La pressione sull’Iran, tuttavia, introduce un secondo rischio. Se Hormuz dovesse perdere progressivamente efficacia come strumento per mantenere alto il costo energetico della guerra, Teheran potrebbe cercare altre leve. Gli Houthi mantengono la capacità di esercitare pressione sullo stretto di Bab al-Mandab, mentre l’Iran potrebbe tornare a colpire direttamente le infrastrutture energetiche del Golfo.

È la logica della guerra di logoramento descritta da Hamidreza Azizi, senior Iran analyst dell’International Crisis Group: l’escalation rimane una delle principali leve iraniane sugli Stati Uniti.

Washington sta quindi ottenendo un risultato tattico importante: Hormuz non è più impermeabile come nelle prime fasi della guerra. Ma far passare il petrolio e rendere irrilevante la minaccia iraniana sono due obiettivi diversi. Il primo appare più vicino. Il secondo resta aperto. E se Teheran dovesse concludere che lo Stretto non basta più, la pressione potrebbe semplicemente spostarsi altrove.


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