Una cosa è certa, non spetta a Bruxelles decidere quante e quali locazioni brevi possono esserci in una città o in un territorio, perché la politica della casa appartiene innanzitutto alla competenza degli Stati membri. Il commento di Riccardo Pedrizzi
La Commissione europea ha diffuso recentemente un ennesimo Regolamento, il cosiddetto Affordable Housing Act, per affrontare il problema del caro casa, definendo alcuni criteri in base ai quali è possibile attribuire a una certa area territoriale la condizione di stress abitativo, per cui anche un sindaco sarebbe legittimato ad adottare misure restrittive su locazioni e compravendite, che non abbiano come oggetto la prima casa. In sostanza, il regolamento darebbe copertura giuridica ad una serie di normative locali volte a limitare gli affitti brevi ed, eventualmente, lo stesso mercato delle seconde case.
Il regolamento Ue prevede che un’area sia considerata sotto stress abitativo se vengono rispettati tre paletti: un rapporto di almeno otto tra prezzi di compravendita e redditi; una crescita di questo rapporto negli ultimi dieci anni; la prospettiva che nei successivi tre anni questo rapporto non scenda. In particolare il regolamento fissa il rapporto di otto tra redditi e prezzi medi di compravendita come elemento determinante per verificare se un’area è sottoposta a stress abitativo eccessivo e, quindi, dovrà provvedere alle limitazioni. Otto anni di guadagni devono essere sufficienti a comprare un immobile.
Gli altri parametri da verificare sono: la crescita del rapporto tra redditi e prezzi medi nell’arco dei dieci ultimi anni e la possibilità che questa tendenza negativa si interrompa nei tre anni successivi. Un rapporto pari a dieci è, però, sufficiente da solo a far scattare le limitazioni dei Comuni agli affitti brevi. Inoltre nelle aree sotto stress abitativo sarà possibile restringere l’accesso alle locazioni turistiche, come in Italia già succede a Firenze o a Bologna o a Napoli. Non a caso gestiti tutti da Amministrazioni di sinistra. Ancora più grave è che, i Comuni potranno anche limitare l’utilizzo o la vendita degli immobili, in pratica violando la libertà ed il diritto naturale alla proprietà.
E lo ha ammesso lo stesso commissario all’Edilizia Dan Jorgensen dicendo: “Se ci sono città che non vogliono agire è una loro responsabilità. Se dovessi fare un commento politico, direi: se non affronti il problema, allora gli elettori ti volteranno le spalle nelle prossime elezioni”… “Se non ci sono abbastanza case è giusto che ce ne siano troppe vuote?” Contro questa impostazione statalistica e giacobina si è mobilitato tutto il centrodestra con il Ministro degli Esteri e Segretario di FI, Antonio Tajani, che ha ribadito che “la casa è sacra e la proprietà privata va difesa. Forza Italia respinge l’ideologia dei divieti che arriva dall’Europa”… nuovi vincoli sugli affitti brevi e più restrizioni sui proprietari non risolvono l’emergenza abitativa, al contrario rischiano di ridurre ancora l’offerta”…noi abbiamo scelto la strada indicata da Berlusconi, la strada liberale: costruire, recuperare e mettere più abitazioni sul mercato”… “La proprietà privata non è un furto. Ed un diritto da difendere”.
“La Commissione sbaglia a procedere con la presentazione dell’Affordable Housing Act”, spiegano Carlo Fidanza, capodelegazione di Fdi al Parlamento europeo. Antonella Sberna, vicepresidente del Parlamento e Denis Nesci, eurodeputato di Fdi-Ecr, “con l’attuale impostazione si comprime il diritto di proprietà, si invadono le competenze che spettano agli Stati membri, si mettono i territori uno contro l’altro. Infatti, il Regolamento misura la tensione abitativa in maniera univoca senza peraltro tenere in considerazione i redditi familiari, così che interi territori italiani risulteranno in emergenza, mentre altri no. Inoltre, la Commissione potrà cambiare le soglie con un atto delegato, senza che il parlamento europeo possa emandarle. Il rischio è ridurre ulteriormente l’offerta di immobili. Chiediamo quindi alla vicepresidente Ribera e al commissario Jorgensen di cambiare approccio e di aprire un confronto vero con il Parlamento”… “Nel momento in cui non ha tenuto presente quanto indicato nel Rapporto Casa dei deputati europei. Al contrario, il testo si concentra su affitti brevi e seconde case, prospettando anche restrizioni al diritto di proprietà privata. Si tratta di misure che rischiano solo di peggiorare le cose”. Sottolinea Forza Italia e Marco Falcone.
La Lega ha pubblicato una nota nella quale dice che il testo “sarebbe qualcosa di molto lontano da quanto indicato nel documento strategico presentato a dicembre. La posizione della Lega è chiara: non verrà mai adottato un provvedimento che violi o limiti il sacro diritto alla proprietà privata”. E poi molto puntualmente ed opportunamente, proprio in questi giorni, si è aggiunto anche il Ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, che, difendendo: “il ceto medio d’Europa”, ha criticato il provvedimento perché colpisce “la piccola proprietà immobiliare, in particolare quella degli italiani”, e “non sembra portare alcun beneficio evidente al turismo e ai turisti, e nemmeno ai residenti”, per questo “condivido lo sconcerto nel constatare che l’Unione europea non abbia fatto tesoro della fallimentare esperienza di Barcellona”, che ha introdotto forti limitazioni agli affitti turistici.
Naturalmente la sinistra nostrana, che da sempre ha sposato le “follie” di Bruxelles, ha accolto con soddisfazione questa ennesima “botta” ai proprietari di case italiani, avendo del tutto dimenticato la difesa dei diritti sociali e delle fasce più deboli della società. Infatti, come ha scritto giustamente su Il Sole 24 Ore Letizia Moratti: “Dietro un immobile dato in locazione breve non ci sono necessariamente grandi operatori o fenomeni speculativi. Molto spesso c’è una famiglia che ha investito i propri risparmi e che magari in tempi brevi vuole disporre dell’immobile per un figlio, una casa ereditata, un piccolo proprietario che integra il proprio reddito. E intorno a quel mercato lavorano migliaia di imprese e professionisti”.
Una cosa è certa, non spetta a Bruxelles decidere quante e quali locazioni brevi possono esserci in una città o in un territorio, perché la politica della casa appartiene innanzitutto alla competenza degli Stati membri. Lo ha riconosciuto lo stesso Parlamento europeo, richiamando espressamente il principio di sussidiarietà. La proposta della Commissione è, oltretutto, sbagliata perché estremamente lesiva del diritto di proprietà. Ed il paradosso è che sono gli stessi gnomi della Ue a riconoscerlo, affermando che le restrizioni alle locazioni brevi “non sono sufficienti a rispondere alle cause strutturali della scarsità di immobili nel lungo termine”.
Di altro ci sarebbe bisogno, se il problema è davvero la carenza di offerta: innanzitutto di allentare i vincoli alle nuove costruzioni-ristrutturazioni, affrontando così il problema alla radice. Senza dimenticare che un miglioramento dei tempi della giustizia civile potrebbe spingere tanti proprietari ad ampliare l’offerta sul mercato degli affitti. La ricetta l’abbiamo più volte presentata come Federproprietà ed è quella di affrontare il grave problema delle cosiddette case dormienti, cioè di quegli immobili che perdono valore e rimangono disabitati, generando anche costi per i proprietari, spesso perché lontani dai mercati del lavoro.
Il testo di questo Regolamento ora dovrà passare al Parlamento europeo e poi al Consiglio per poter arrivare all’approvazione finale. In questi vari passaggi bisognerà fare i conti con i nuovi assetti dei vari schieramenti politici ed, in particolare, con tutti i partiti di centro destra e conservatori che, al di là degli aspetti tecnici, considerano sostanzialmente il provvedimento un “diktat ideologico” difficilmente realizzabile e, soprattutto, dannoso, che rischia di produrre nuovi problemi ed ulteriori incertezze.
















