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Difesa europea, energia e conti pubblici. Quando il massimalismo offusca il raziocinio.

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Dalla difesa europea alla flessibilità di bilancio, passando per energia e sicurezza, le opposizioni faticano a formulare una proposta credibile. Tra slogan e ambiguità strategiche, il confronto politico rischia di smarrire il principio di realtà proprio mentre le sfide globali si aggravano. Il commento di Gianfranco Polillo

È una polemica sempre più stucchevole e inconcludente quella che agita il mondo politico italiano. Da un lato un governo che cerca di operare in un ambiente che più difficile non si può. Dall’altro un’opposizione incarognita che spara alla luna, nella speranza di risolvere così il problema della leadership. Della scelta su chi dovrà sfidare il centro destra nella prossima tornata elettorale. Può funzionare, così, un qualsivoglia sistema politico? Non è in discussione la radicalità delle singole posizioni, ma il loro aggancio con una realtà continuamente negata, come se i problemi dell’Italia, in un contesto internazionale difficile come l’attuale, si potessero risolvere con una semplice postura declamatoria.

Si prenda il caso più spinoso: quello delle continue provocazioni da parte della Russia: sconfinamento di mezzi militari (droni ed aerei da combattimento), attacchi cyber, accuse inconsistenti relative a presunte mire europee, minacce di ricorrere all’uso delle armi nucleari. L’ultimo discorso di Vladimir Putin, proprio in questi giorni, dal palco del Valdai Club. Che non si tratti di “voce dal sen fuggita” è nel tutto evidente. Il progressivo disimpegno americano dal teatro europeo espone il vecchio Continente ai ricatti delle altre potenze militari. Mantenere la stessa deterrenza richiede pertanto un aumento delle spese militari per compensare, all’interno della Nato, il progressivo venir meno dell’apporto americano. Che lo scorso anno era stato ancora pari a 980 miliardi di dollari: circa il 60% della spesa complessiva.

Di fronte ad un’equazione così semplice da risolvere Giuseppe Conte si arrampica sugli specchi. Al punto 17 del Nova (il programma votato dagli attivisti) urla: “No al piano Rearm Eu, sì a una politica estera comune, accompagnata da una difesa comune europea che garantisca significativi risparmi di spesa ed economie di scala”. Staremmo quindi con l’Europa, ma solo a patto che si abbandoni ogni proposito di compensare le spese dovute al venir meno della presenza americana nella Nato. Il che tradotto sul piano operativo può significare solo appeasement, cioè arrendevolezza contro i prepotenti. Siano essi i russi che invadono l’Ucraina, per poi negare, come ha fatto Putin, di aver colpito le strutture civili di quel martoriato Paese. O gli Houthi che bloccano lo stretto di Bab el-Mandeb, l’ingresso del Canale di Suez, ed attaccano le navi commerciali. O l’Iran, la testa del serpente, del terrorismo islamico.

In questa babele sorprende il balbettio di Elly Schlein del tutto silente di fronte all’iper attivismo del suo più diretto concorrente. Quasi ogni giorno un’intervista televisiva, report sui principali giornali ed una presenza sui social quasi ossessiva. Nessuno chiede alla segretaria del Pd di entrare in una polemica diretta, ma di avere il coraggio di una pubblica assunzione di responsabilità. E rendere evidenti le ragioni che la sostengono. Insomma un confronto civile sulle cose e non sulle persone. Per fugare i dubbi, specie dopo le nefandezze compiute dal governo giallorosso (i russi che sbarcano a Pratica di mare), che la sinistra tutta sia ormai diventata la quinta colonna di Vladimir Putin, chiamata ad operare nel ventre molle dell’Europa. E invece, nell’ultima direzione, solo un piccolo vagito della segretaria del Pd: “Troveremo una sintesi alta” (???).

Stessa musica sulle vicende della politica interna. Hai voglia a gridare “al lupo, al lupo”, denunciando le cose che non vanno. Se poi non indichi come catturarlo, con una strategia adeguata. Ma né Schlein, né Conte (degli altri inutile parlarne) sono stati finora in grado di presentare un programma credibile. Il ritardo è generale. Riguarda sia i destini del Paese, sia i possibili punti – cosa più facile – di un’intesa programmatica sul terreno politico. Dimenticando che l’eventuale alternativa al governo in carica, da che mondo è mondo, si è sempre costruita a partire dall’opposizione. Per ottenere nelle urne il consenso necessario per il richiesto cambiamento.

In queste condizioni Giorgia Meloni ha facile gioco nel sottolineare più che la lentezza, il relativo immobilismo di un’opposizione che, a differenza del passato, vorrebbe presentarsi unita. Ma poi non riesce ad avere un minimo di visione comune. E quindi uno straccio di progetto. Di fronte a queste lacune le presunte colpe del governo sono solo piccoli peccati veniali. Si pensi alle ultime polemiche relative alle richieste italiane per ottenere, in sede europea, una maggiore flessibilità dei conti. La risposta di Conte è stata inconcludente: “Meloni ha scritto la lettera, indirizzata a Ursula, con la stessa penna usata per firmare il Patto di stabilità”. E che doveva fare? Rimanere immobile, aspettando gli esiti di un possibile disastro?

La cosa più stupida è, infatti, quella di non tentare nemmeno di vedere le nubi che si addensano all’orizzonte. Finora, pur con molti sacrifici, la situazione sul fronte dei prezzi, alle pompe di benzina, ha retto. Ma per farlo, secondo le stima del Fondo monetario, nella sola primavera di quest’anno, le riserve strategiche di petrolio sono state intaccate, per aumentare del 35% la relativa offerta, con il fine di contenerne i prezzi. Ma se lo stato di guerra dovesse continuare, non avremo più risorse da mettere in campo. E allora la domanda non potrà che impennarsi sia per soddisfare i maggiori consumi invernali che per ricostituire le scorte, che mancano all’appello. Nel qual caso l’aumento dei prezzi tornerà ad essere un incubo ben più pressante. Ed ecco allora il vero motivo delle richieste convergenti dei vari Paesi europei sul tavolo della Commissione per ottenere una maggiore flessibilità dei propri bilanci. La garanzia necessaria, una sorta di assicurazione, se le cose dovesse volgere al peggio.


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