Il francese “Compostela” (2026) di Yann Samuell, è l’ultimo omaggio del cinema di fiction (dopo Luis Buñuel e Checco Zalone) al secolare Cammino di Compostela, antico percorso dei pellegrini cristiani. Ma, negli ultimi decenni, il “Cammino” ha assunto anche un valore laico, come viaggio culturale e turistico. Per Samuell è, soprattutto, un autentico viaggio di formazione: per una docente in crisi e un adolescente a rischio prigione. Bravi attori, avvolgenti immagini aeree. Seria cifra psicologica con, forse, eccessive virate turistiche. La recensione di Eusebio Ciccotti
“A mia madre” è la dedica che il regista Yann Samuell allega in esergo ai titoli di coda di Compostelle. Camminare per salvarsi (2025), tratto da un racconto di Bernard Ollivier (basato su esperienze di recupero di adolescenti problematici). Inoltre, sempre in coda al film, l’autore ci informa come in Francia “ogni anno 3.000 minori finiscano in prigione. Il 70% commette un nuovo reato entro i due anni dal rilascio”. E che esistono centri pronti a offrire diverse soluzioni di reinserimento psico-sociale del “minore deviato”.
Come quello di una associazione (ora entriamo nel film) con educatori adulti esperti, guidati da Paul, che adotta, tra le varie terapie psicologiche, il “viaggio di rottura”. Ossia il distacco da un contesto sociale degradato anche attraverso un percorso fisico, a piedi, di due mesi, a contatto con la natura, altri luoghi, altri incontri: un pellegrinaggio laico lungo il secolare “Cammino di Compostella” di matrice cristiana.
Lo schiaffo della prof
Capita che la docente Fred (una camaleontica Alexandra Lamy: depressa, entusiasta, arrabbiata, romantica), in un momento di nervosismo, abbia allungato uno schiaffo a una studentessa, guadagnandosi la sospensione dalla docenza. La sua amica Nadège, per farla uscire da una minacciosa depressione (Fred ha un rapporto difficile con la figlia adolescente: la ragazza non le parla; suo marito ha un’altra donna), le propone del volontariato in una associazione in cui lavora: proprio quella guidata da Paul. Le viene affidato, nella funzione di angelo custode, il difficile Adam, minorenne, dopo l’ennesimo reato. La giudice, nell’ultima udienza, ha offerto al ragazzo l’estrema chance: il permesso di aderire al “viaggio di rottura” offerto dall’associazione: augurandogli di farne buon uso: altrimenti la prigione sarà inevitabile.
La sceneggiatura deve ovviamente attivare i meccanismi dell’iniziale antipatia/contrasto/avversione, tra la prof – che sta maturando il suo pentimento; che ha preso sul serio l’impegno di “guida” nei riguardi di Adam (elettrico, Julien Le Barre), il ribelle ragazzo, refrattario alle norme, pericoloso nella sua insubordinazione, pronto ad accendersi con iniziative imprevedibili (incluso il furto: ruberà un coltello da una bancarella, in un villaggio).
Se ti attacca un patou
Il viaggio alterna momenti umoristici, poetici, drammatici. Adam, per esempio, si mette a correre su per le colline verdi dei Pirenei gridando alla bellezza della natura, divincolandosi dalla sorveglianza di Fred e dal percorso; seminando Fred (che lo raggiunge, poi, a fatica). Mentre ora sono stesi sull’erba a riprendere fiato, Adam, non soddisfatto dalla bravata, chiama a sé un patou (cane da guardia del bestiame, tipico dei Pirenei), che li sta puntando da lontano, convinto sia pacifico: questo inizia la corsa abbaiando e attaccandoli. Tacchi sul sedere, i due riparano, col fiatone, in una capanna, chiudendo la porta di legno due secondi prima che il cagnaccio ci metta il dentro il muso azzannando qualche parte del loro morbido corpo. Il mattino dopo, appare un burbero e imponente allevatore, che prima li libera dal feroce cane, e poi li invita in casa, a colazione. E Adam, cui piace “rappare”, scopre come l’uomo abbia una vasta e insospettata cultura musicale underground! Diventano amici. Il giorno dopo l’uomo insegna ad Adam come dare il mangime alle sue mucche.
Un altro incontro formativo per Adam sarà con Estella, una serena e sorridente adolescente, con una gamba di acciaio (“quella vera l’ho persa in un incidente”). Ma Adam continua a disobbedire a Fred. Le sue ripetute fughe e “sparizioni”, mentre attraversano campi, villaggi e cittadine, lungo il Cammino, portano a un momento di estrema tensione tra i due. Fred, veramente scocciata, gli lancia un ultimatum, sul ponte di una cittadina: “Sono stanca. Non mi segui? Me ne vado per conto mio. Tu finirai male”.
Il coltello sul tavolo
Poi si ritrovano, in un’altra “stazione”, in un albergue di un altro villaggio. Si guardano a muso storto. Adesso sono seduti al tavolo della cucina, spazio comune per i pellegrini. Adam pone il coltello (rubato) al centro del tavolo e lo fa ruotare velocemente, come la lancetta di una bussola impazzita: manico e lama. Adam: “Obbligo o verità!”. A turno, a seconda di come si fermi la punta della lama, indicando uno dei due, prendono la parola. Si confessano a vicenda. Adam tirerà fuori la sua rabbia repressa. “Nessuno mi crede. Nessuno si accorge di me”. Non si sente amato. Non ha mai accettato che suo padre non lo cercasse. Fred parla dei suoi fallimenti come moglie e madre. Ora i due sono più vicini. Quasi madre e figlio. Adam sta maturando.
Al termine del viaggio, all’arrivo a Compostela, eccoli ridenti e felici nella piazza davanti alla Cattedrale di San Giacomo. Immersi dentro una folla colorata e allegra di pellegrini. Di ogni età. Tutti festeggianti la fine del cammino (qui la camera, “scesa” dal cielo e dalle colline, è a mano, addosso agli attori e alle comparse). Adam: “Mi sta venendo quasi la voglia di pregare” / Fred: “Neanche Dio ci crederebbe!”. Ridono.
L’aggressione e la reazione
È sera. Adam ha incontrato di nuovo Estella, si abbracciano. Si è unito al suo gruppo. Vanno a festeggiare per le vie della cittadina. Fred, vuole riflettere, e passeggia da sola per i vicoli. Forse sta pensando a sua figlia, che se ne è andata a studiare in Canada. Improvvisamente, viene aggredita da uno scippatore, intenzionato a strapparle lo zainetto. Finisce in terra, cerca di difendersi. Adam con i suoi amici, in quel momento, passa per quel vicolo. Egli interviene e picchia selvaggiamente il ladro, lo sta quasi massacrando: ha tirato fuori tutta la sua rabbia ancora repressa. Viene fermato dai suoi amici e da Fred che si è rialzata da terra.
Davanti alla giudice, cui per la prima volta Adam si rivolge con parole appropriate e tono educato (“Onorevole giudice…”), riconosce che “ho sbagliato” e che è pronto “a pagare”. I presenti, Paul e Fred, intervengono, non richiesti, dichiarando alla giudice come egli abbia difeso Fred colpita a terra. Viene intimato loro di tacere. La giudice ha ascoltato, ha osservato. Le basta. Ora pensa. Titoli di coda. Lo spettatore lascia la sua poltrona, completando il film nella sua testa.
Tutti a Compostela: dal Medioevo a oggi
Il “Cammino di Compostela”, noto pellegrinaggio religioso, molto frequentato sin dall’alto Medioevo (vi si recò anche San Francesco) fino al Rinascimento, poi dimenticato dopo la Rivoluzione francese, sostituito nell’Ottocento e Novecento dall’interesse per i luoghi mariani delle apparizioni – Lourdes, La Salette, Fatima, Parigi -, è tornato in auge solo a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, anche grazie alle visite dei pontefici, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Da Buñuel a Samuell
Nel cinema se ne parla, ad esempio, nel finale del dissacrante La via lattea (1969) di Luis Buñuel: due mendicanti di oggi, intenti ad andarci solo per racimolare denari, non vi arriveranno mai, distolti da una prostituta (“Che ci è andata a fare, non ci sono pellegrini, sono dovuta venire qui” dice la donna, che “lavora” sulla strada provinciale, accanto alla sua automobile, alle porte della cittadina). O nel più recente, Buen camino (2025), di Checco Zalone, in cui un improbabile ricco e ignorante uomo di mezza età, grazie al percorso, si spoglia del suo pressappochismo narcisistico e ritrova sua figlia nel proprio cuore.
Più filosofico, torniamo a noi, pur intrecciando umorismo e momenti di tensione, orientato a gettare prima il sale e poi, solo alla fine – quasi un premio sceso dal cielo anche per i non credenti -, un fresco balsamo sulle ferite ancora aperte della vita dei due protagonisti, ci appare l’elaborato racconto di Samuell. Travaglio interiore, solitudine, amicizia, liti, fatica fisica, pazienza, confessioni, riappacificamenti: una galassia di sentimenti – spiazzante metafora della vita – non semplice da ricreare su un set. Un meccanismo semplice ma non prevedibile, chiuso da uno degli happy end più naturale e anti-meccanico degli ultimi decenni.
Viaggio di formazione
Oggi, molti praticano il “Cammino” non per spirito di preghiera, ma attratti da motivi turistici e culturali. Samuell – felice di approvare esteticamente tutti i voli radenti in planata e poi chiusi in rapidi CLL della camera-drone di Vincent Gallot: sfrontato cameraman turistico -, per evitare equivoci, inserisce nel plot un motivo narrativo profondo, inatteso e, se volete, dal delicato aroma di suspense. È il motorino d’avviamento della sua drammaturgia: quello, appunto, del cambiamento, della rinascita di un adolescente. A essere severi è un prevedibile motivo-esca situazionista, finalizzato a elettrizzare l’empatia della sala, ma funziona. Infatti, tutti noi speriamo, prima o poi, nel “recupero” di Adam, nel suo inserimento in un tessuto sociale sano da cui rischiava di rimanere tagliato fuori per tutta la vita. Che avverrà. Nel sottofinale, lavora come aiuto-fisioterapista delle gambe: ora è al servizio del “cammino” altrui.
Insomma, per Adam è stato un autentico viaggio di formazione psicologico e pedagogico, targato terzo millennio. “Viaggio”, del resto, anche per la matura docente Fred: forse per lei dovremmo definirlo “corso di Lifelong Learning”.
















