Per decenni l’Europa ha costruito la propria difesa aerea prevalentemente pensando ad aerei, elicotteri, missili da crociera e missili balistici. La guerra ucraina sta dimostrando che il futuro sarà caratterizzato da una quantità enormemente superiore di oggetti volanti, estremamente diversi per costo, velocità, quota, firma radar e capacità di navigazione autonoma. Contro questa minaccia non è economicamente sostenibile affidarsi esclusivamente ai tradizionali sistemi missilistici, ma occorre una difesa aerea stratificata, capace di integrare sistemi di difesa aerea più sofisticati. Ma soprattutto occorre modificare la filosofia industriale. L’analisi di Antonio Teti, professore dell’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara
La guerra in Ucraina continua a essere uno straordinario, quanto drammatico, laboratorio di innovazione militare. Ogni soluzione tecnologica introdotta sul campo genera una contromisura, che a sua volta determina una nuova evoluzione dell’arma originaria, e ciò si traduce in una spirale accelerata di adattamento nella quale i cicli tecnologici, che un tempo richiedevano anni, vengono oggi compressi in pochi mesi. L’ultima manifestazione di questa dinamica porta un nome: Geran-5. Si tratta di un nuovo drone russo a propulsione jet che rappresenta qualcosa di più della semplice evoluzione della famiglia Geran/Shahed, poiché evidenzia il progressivo assottigliamento della distinzione tra drone d’attacco e missile da crociera e, soprattutto, mette in discussione uno dei paradigmi sui quali l’Ucraina aveva costruito negli ultimi anni parte della propria difesa contro gli attacchi russi: utilizzare sistemi relativamente economici per abbattere velivoli senza pilota altrettanto economici. Secondo le informazioni pubblicate dall’intelligence militare ucraina, il Geran-5 avrebbe un peso massimo al decollo nell’ordine degli 850 chilogrammi, una testata di circa 90 chilogrammi, un raggio operativo prossimo ai 950 chilometri e potrebbe raggiungere velocità di crociera comprese tra 450 e 600 chilometri orari. L’aspetto di particolare interesse è riconducibile all’apparato propulsivo che sarebbe assicurato da un turbojet Telefly di origine cinese. Tali numeri modificano radicalmente l’equazione dell’intercettazione, poiché il tradizionale Shahed/Geran si basa su una propulsione ad elica, ed in quanto tale risulta relativamente lento. Proprio questa caratteristica aveva consentito all’Ucraina di sviluppare una rete multilivello di contrasto composta non soltanto dai costosi sistemi missilistici antiaerei, ma anche da mitragliatrici, cannoni, guerra elettronica e soprattutto droni intercettori.
Il Geran-5 tenta di rovesciare le strategie sul campo di battaglia
La configurazione cilindrica e la propulsione jet del Geran-5 lo avvicinano concettualmente più a un cruise missile low-cost che al drone kamikaze diventato familiare sui cieli ucraini. Il risultato è una piattaforma che riduce drasticamente il tempo disponibile per l’individuazione, la classificazione e l’intercettazione del bersaglio. Non si tratta di un semplice dettaglio tecnico, ma di una trasformazione del modello di combattimento. Va latresì evidenziato che negli ultimi anni Kyiv aveva trovato nei droni intercettori una delle risposte più interessanti alla campagna russa condotta attraverso gli Shahed. Il principio era semplice: evitare, quando possibile, di utilizzare un missile antiaereo dal costo elevatissimo contro un bersaglio molto più economico. Abbattere sistematicamente droni da decine o centinaia di migliaia di dollari utilizzando missili che possono costare molte volte di più può produrre una vittoria tattica, ma parallelamente anche una sconfitta strategica. In altri termini, l’aggressore può cercare deliberatamente di saturare e consumare le riserve dell’avversario.
Con i nuovi Geran a reazione questa strategia assume una dimensione ancora più problematica. Secondo quanto riportato dal Kyiv Independent, l’efficacia ucraina contro i droni russi jet-powered risulterebbe significativamente inferiore rispetto a quella raggiunta contro le precedenti generazioni. Altre rilevazioni recenti indicano un tasso di intercettazione nell’ordine del 55-60%, contro valori superiori al 90% attribuiti alla difesa contro alcuni modelli precedenti. Il motivo è essenzialmente cinematico. Un intercettore progettato per raggiungere un drone che vola a 180-200 chilometri orari può trovarsi improvvisamente nell’impossibilità fisica di inseguire efficacemente un bersaglio che procede a più del doppio della velocità. Di conseguenza, il risultato invitabile è che anche il drone intercettore deve diventare jet-powered. Sulla base di quanto evidenziato, non sorprende che le aziende ucraine stiano già sviluppando intercettori a reazione. Secondo Janes, almeno due società ucraine stavano testando UAV intercettori jet già nel giugno scorso, e ciò rappresenta la dimostrazione plastica della velocità raggiunta dall’attuale competizione tecnologica.
Purtuttavia, concentrarsi esclusivamente sulle caratteristiche del Geran-5 rischia di far perdere di vista l’aspetto strategicamente più importante. La vera minaccia non è il singolo drone, ma la capacità di produrlo in massa. Secondo l’intelligence ucraina la produzione combinata dei Geran-4 e Geran-5 sarebbe dell’ordine delle 3.000 unità al mese. Tale produzione sarebbe concentrata soprattutto nell’area industriale di Alabuga, in Tatarstan, diventata uno dei nodi centrali dell’ecosistema russo dei droni d’attacco, ed è probabilmente che questo dato stia attirando maggiormente l’attenzione delle cancellerie occidentali. La Russia sta dimostrando una crescente capacità di trasformare rapidamente le lezioni provenienti dal campo di battaglia in produzione industriale, un elemento di rilevante importanza che si basa su un processo relativamente lineare: si introduce un sistema d’arma, si osservano le contromisure ucraine, si individuano le vulnerabilità, si modifica il progetto e si avvia una nuova produzione. Il ciclo “battlefield feedback–engineering–production–deployment”, di conseguenza, si è drasticamente accorciato. Non siamo più soltanto davanti alla tradizionale industria della difesa. Stiamo osservando una sorta di modello industriale bellico continuamente aggiornabile, molto più vicino alla logica dello sviluppo software che ai tradizionali programmi militari pluriennali.
Il fattore Cina
Esiste poi una ulteriore dimensione che merita particolare attenzione: la supply chain. Secondo l’analisi dei componenti pubblicata dall’intelligence militare ucraina, il Geran-5, come precedentemente evidenziato, utilizzerebbe un motore turbojet prodotto da un’azienda cinese, la Telefly. Questo elemento mostra un aspetto di fondamentale consistenza: quanto la moderna industria militare sia dipendente da ecosistemi tecnologici transnazionali. La questione non riguarda soltanto l’origine di un singolo componente, ma riguarda semiconduttori, microcomputer, modem, sistemi di navigazione, sensori, elettronica commerciale e motori. Il confine tra tecnologia civile e militare diventa sempre più sottile, e ciò rappresenta uno dei grandi problemi del controllo delle esportazioni nell’era dei droni: moltissimi componenti indispensabili alla costruzione di sistemi d’arma avanzati nascono all’interno di catene produttive commerciali e possono essere acquistati attraverso intermediari, società terze e triangolazioni internazionali. La guerra tecnologica contemporanea si combatte quindi anche nelle supply chain globali.
Esiste infine un’altra possibile conseguenza dell’introduzione massiccia dei Geran jet-powered, rappresentata dal fatto che l’obiettivo russo potrebbe non essere necessariamente quello di sostituire completamente i vecchi Shahed, ma di costruire pacchetti d’attacco eterogenei. Va evidenziato che i droni economici a elica, esche, Geran-4 e Geran-5 jet-powered, missili da crociera e missili balistici possono essere combinati nello stesso attacco, amplificando significativamente le conseguenze generate dall’operazione bellica condotta. in altri termini, l’esca obbliga il radar a classificare il bersaglio, il drone lento consuma intercettori economici, il drone jet riduce il tempo di reazione, il missile da crociera segue profili di volo complessi e il missile balistico impone l’impiego dei sistemi più sofisticati. La saturazione non è quindi soltanto quantitativa, ma soprattutto cognitiva, tecnologica ed economica. Il difensore deve capire in pochi secondi cosa sta arrivando e decidere quale sistema utilizzare per neutralizzarlo. Ed è esattamente in questo frangente che l’intelligenza artificiale, la sensor fusion e i sistemi automatizzati di command and control diventeranno sempre più determinanti.
Una lezione anche per l’Europa
Il Geran-5 contiene, in sintesi, una lezione che va ben oltre l’Ucraina. Per decenni l’Europa ha costruito la propria difesa aerea prevalentemente pensando ad aerei, elicotteri, missili da crociera e missili balistici. La guerra ucraina sta dimostrando che il futuro sarà caratterizzato da una quantità enormemente superiore di oggetti volanti, estremamente diversi per costo, velocità, quota, firma radar e capacità di navigazione autonoma. Contro questa minaccia non è economicamente sostenibile affidarsi esclusivamente ai tradizionali sistemi missilistici, ma occorre una difesa aerea stratificata, capace di integrare radar, sensori passivi, guerra elettronica, cannoni, laser, sistemi a energia diretta, intercettori UAV, missili a corto raggio e sistemi di difesa aerea più sofisticati. Ma soprattutto occorre modificare la filosofia industriale. La guerra in Ucraina sta dimostrando che la superiorità tecnologica non dipende soltanto dalla disponibilità dell’arma più sofisticata, ma dipende dalla capacità di innovare rapidamente, produrre migliaia di sistemi, modificarli sulla base dell’esperienza operativa e sostituirli altrettanto velocemente. In altre parole, la massa è tornata a essere tecnologia e il Geran-5 ne rappresenta uno degli esempi più interessanti. Non è ancora un missile da crociera nel senso tradizionale del termine, ma non è più neppure il drone lento ed economico che per anni ha caratterizzato gli attacchi Shahed. È qualcosa che si colloca nel mezzo, ed è proprio questo spazio intermedio – tra drone e missile, tra arma economica e sistema sofisticato, tra produzione commerciale e industria militare – che potrebbe diventare uno dei terreni decisivi della competizione militare dei prossimi anni. La vera domanda, pertanto, non è quanto sia pericoloso oggi il Geran-5, ma la domanda è cosa arriverà dopo. Perché la lezione più importante del conflitto ucraino è ormai evidente: ogni volta che viene sviluppata una difesa efficace, il ciclo dell’innovazione ricomincia.
















