Dal Public Forum Wto di Ginevra, la fotografia di una governance globale degli scambi sotto pressione tra dazi, interdipendenze e rivalità geopolitiche. L’analisi di Carmine Soprano, economista del Gruppo dei 20
Vittima del proprio successo. Questa la sentenza sull’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc, o Wto nell’acronimo inglese), emessa dalla sua stessa Direttrice generale a metà settembre in occasione del rituale Public Forum. Come ogni anno, l’appuntamento raduna a Ginevra diplomatici, accademici, funzionari ed esperti vari – tutte e tutti a vario titolo interessati allo stato dell’arte degli scambi nel mondo. Se non fosse che, da qualche tempo a questa parte, il commercio internazionale non gode esattamente di buona salute (eufemismo). E la militarizzazione di tariffe, materie critiche e forniture varie pare diventata uno sport popolare a certe latitudini. Vediamo allora con ordine, e brevissimo riassunto delle puntate precedenti.
L’Omc nasce ufficialmente nel 1995, a partire da un accordo – il Gatt – siglato decenni prima. Correva il dicembre 1947 quando 23 Paesi decisero di lasciarsi alle spalle il protezionismo anni ’30 (con annessa crescente rivalità tra potenze, poi sfociata in confronto militare) a favore di principi e meccanismi condivisi. Al posto di dazi indiscriminati e restrizioni, ecco reciprocità (per favorire l’apertura dei mercati), clausola della “nazione più favorita” (per facilitare i negoziati e limitare le discriminazioni), trasparenza e risoluzione delle controversie. Nasceva un’architettura internazionale del commercio fondata sulle regole che, in quasi 80 anni, ha prodotto non pochi risultati.
Innanzitutto i dazi sono crollati (o meglio, lo erano fino a poco tempo fa). A gennaio 2025, vigilia dell’insediamento del Trump atto II, la tariffa media applicata in giro per il mondo viaggiava intorno al 3%, contro circa il 10% del 1945. A seguire, il commercio tra i membri Gatt/Wto è esploso: +140% nel periodo 1980-2016, secondo alcune stime. Sono aumentati poi i redditi reali, grazie ai prodotti a buon mercato ora importati da Paesi terzi. E da metà anni 90 il combinato disposto di globalizzazione, integrazione e digitalizzazione ha accompagnato una riduzione della povertà globale senza precedenti (in Cina in primis, ma anche India, Vietnam, Indonesia ed altri). Senza contare il dividendo di pace frutto di commerci più stretti: l’Unione Europea, evoluzione della Ceca, ergo della condivisione di carbone ed acciaio – ne è forse la prova più evidente. Non a caso anche la membership dell’organizzazione è cresciuta a dismisura: i 23 firmatari Gatt sono diventati 166 membri Wto, corrispondenti al 98% del commercio mondiale. Un successo, appunto.
Ma se l’apertura ai mercati internazionali tendenzialmente porta benefici (la Corea del Nord è una controprova istruttiva), non è detto che questi siano equamente distribuiti. I 44 Paesi meno sviluppati al mondo -32 in Africa- rappresentano oggi ancora meno dell’1% del commercio globale, secondo le stime della stessa OMC. E in alcune economie avanzate la liberalizzazione degli scambi negli ultimi decenni ha coinciso, anche per effetto della concorrenza dall’estero, con chiusura di fabbriche, perdita di posti di lavoro e aumento delle disuguaglianze. L’operaio trumpiano dell’Ohio è il ritratto plastico di questa vicenda. L’Italia pero’ non scherza, con circa 700 mila occupati in meno nel manifatturiero negli ultimi 20 anni secondo l’Istat. Da qui la crescente diffidenza verso la liberalizzazione degli scambi, negli USA come in Europa. L’Eurobarometro 2024 indicava che, in quasi la metà dei 27 Stati Membri Ue, almeno il 40% degli intervistati dichiarava di non ricevere benefici diretti dal commercio internazionale (50% in Italia).
Il resto è storia politica recente, dai dazi di Trump alla guerra commerciale con la Cina. E alcuni nuovi sviluppi hanno ulteriormente acuito la crisi dell’OMC. Da un lato la difficoltà dei negoziati multilaterali, visto il numero dei Paesi ora coinvolti e la crescente eterogeneità delle loro economie. Poi l’uso diffuso dei sussidi pubblici, utili o necessari se circoscritti o strategici, ma fonte di concorrenza sleale quando diventano strutturali (citofonare di nuvoo Pechino). A seguire le nuove facce del commercio, dai servizi al digitale fino all’intelligenza artificiale – il tutto scambiato su catene globali del valore che aumentano le interdipendenze e quindi le vulnerabilità. Dulcis in fundo le tensioni geopolitiche, figlie di un mondo multipolare in cui le forniture sono spesso militarizzate – da Hormuz alle terre rare, passando per il gas russo e i semiconduttori, il catalogo è vasto (ne abbiamo parlato qui con Francesco Salustri e Nicola Rotolo).
Il World Trade Report 2026 dell’Omc, presentato come di rito al Public Forum di Ginevra, prende atto di tutto questo e lo spiattella ai Paesi membri. Ricordando che il 72% degli scambi globali continua a seguire le regole dell’organizzazione, ma anche che il suo organo di risoluzione delle controversie è paralizzato dal 2019 (non c’e’ consenso politico sulla nomina di nuovi giudici). Restano alcuni successi multilaterali recenti (un accordo sulle sovvenzioni alla pesca adottato in sede Omc nel 2022), le iniziative plurilaterali (come i grandi accordi regionali, caldamente incoraggiati durante il Forum), e il rinnovato impulso ai trattati commerciali bilaterali (tra cui quelli recenti UE con India, Mercosur, Indonesia ed Australia). Eppure, ci ricorda sempre il rapporto, un mondo frammentato o senza Omc sarebbe un luogo meno prospero per tutti (-5 e -7% sul Pil mondiale, rispettivamente). Una governance multilaterale del commercio internazionale rivitalizzata e ben funzionante potrebbe portare invece fino a 3 punti di prodotto lordo globale in più (il Pil non è tutto, ma conta).
















