Skip to main content

Premierato, referendum e veti incrociati. Il libro di Calderisi sulle riforme che non passano mai

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

Alla Fondazione Luigi Einaudi, la presentazione del libro di Peppino Calderisi riaccende il dibattito sulle riforme istituzionali. Con gli interventi della ministra Maria Elisabetta Alberti Casellati, di Alessandro Sterpa, Andrea Cangini e Giuseppe Benedetto, emerge l’idea di una “Costituente felice” per superare quarant’anni di referendum, bicamerali e accordi bipartisan falliti

Quarant’anni di riforme costituzionali fallite, tre referendum, commissioni bicamerali, accordi bipartisan naufragati e una domanda che torna, legislatura dopo legislatura: perché in Italia cambiano i governi ma non riescono a cambiare le regole del governo? Alla Fondazione Luigi Einaudi, mentre si presenta il libro di Peppino Calderisi “Storia di una riforma mai nata” (un tributo più o meno volontario al titolo del diario di Oriana Fallaci, cui la fondazione dedica una mostra nelle sale di via della Conciliazione), la risposta prende una piega inattesa. Forse il problema non è soltanto la riforma che non passa. È il meccanismo politico che, ogni volta, la rende impossibile.

La formula più spiazzante arriva dal costituzionalista Alessandro Sterpa: una “Costituente felice”. Felice perché non nasce da una crisi di regime, da una Costituzione delegittimata o da una Repubblica al collasso. Nasce, al contrario, dalla possibilità di mettere mano alle regole quando il sistema è ancora abbastanza solido da poterlo fare senza considerare ogni modifica una minaccia esistenziale. “Si può fare la Costituente pure da felici”, dice Sterpa. Ed è forse questa la provocazione più interessante di una serata che, partendo dalla storia delle riforme mai nate, finisce per interrogare il futuro della Repubblica.

Il libro di Calderisi diventa così molto più di una cronologia di occasioni perdute. È il racconto di un “eterno ritorno”, per usare l’espressione scelta dalla ministra per le Riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati. Calderisi, che la ministra conosce dal 1994, ricostruisce una vicenda nella quale “ciò che è stato può ciclicamente ripresentarsi in forme simili”. “Stessi problemi, stessi motivi e argomenti possono ritornare con forme nuove ma al contempo ripetitive”. Il presente, osserva Casellati, rischia di apparire nuovo soltanto perché “ha smarrito la memoria del passato”.

Per Andrea Cangini segretario della fondazione Einaudi, il risultato è un “libro amaro”, perché raccoglie “tutti i passaggi che da quarant’anni hanno caratterizzato le riforme mancate di questo Paese”. Una sequenza che diventa quasi la radiografia di una “nazione incompiuta”: “La riforma non è mai nata come logica conseguenza di una nazione incompiuta”. E, dentro questa incompiutezza, “c’è stato un partito o un leader che si è sottratto all’esigenza riformatrice”. Una “condanna del Paese”.

La storia italiana delle riforme, del resto, è una galleria di appuntamenti mancati: dalla Commissione Bozzi alla Bicamerale D’Alema, dai referendum elettorali ai tentativi di dialogo tra Berlusconi e Veltroni, fino alla riforma Renzi bocciata dal referendum del 2016. Cambiano gli attori, ma la partita torna sempre allo stesso punto. E il tema più sensibile rimane quello dell’investitura del capo del governo e della stabilità dell’esecutivo.

Secondo Casellati, proprio lì si attiva una sorta di “cordone costituzionale”. Ricompaiono le formule dell’”uomo solo al comando”, dello “sfregio alla Costituzione”, dell’”attentato alla democrazia”, della “capocrazia”. Ma il problema nasce quando “gli slogan prendono il posto dei ragionamenti e delle riflessioni misurate sui profili giuridici”. La lunga storia delle riforme fallite dovrebbe invece suggerire “prudenza verso queste profezie apocalittiche” e imporre “di recuperare la coerenza della memoria”.

Calderisi non risparmia nessuno. “Nel libro ci sono anche tantissime responsabilità del centrodestra”. Ma individua nella “mancata legittimazione reciproca” il macigno che continua a pesare sulla Repubblica. Sono falliti i referendum, sono falliti i tentativi bipartisan: “Bicamerale D’Alema, Berlusconi-Veltroni”. E così il “patriottismo costituzionale” rischia di trasformarsi, nella sua lettura, “in conservatorismo e poi in feticismo costituzionale”.

Da qui la questione della democrazia di investitura. Calderisi richiama ciò che sosteneva Leopoldo Elia: “Gli elettori si devono esprimere su chi governa il Paese, non solo sui deputati”. Perché “ci deve essere un rapporto fra consenso, potere e responsabilità”. È il nodo che attraversa anche la discussione sul premierato: non soltanto una tecnica istituzionale, ma il rapporto tra il voto degli elettori e la possibilità concreta di individuare chi dovrà governare.

Sterpa introduce allora l’altra formula della serata, ripresa dall’intervento del ministro: il “protocollo di sicurezza della Repubblica”. Il meccanismo di reazione che si attiva inesorabilmente quando una riforma prova a modificare l’assetto istituzionale del Paese.

D’altra parte, mala tempora currunt. Sono i tempi di una politica “sotto stress”, una democrazia “schiacciata sull’istante e sui social”. E allora anche l’articolo 138, pensato dai costituenti come procedura per modificare la Carta, diventa nell’interpretazione di Sterpa una sorta di “ghigliottina” quando il confronto sulla riforma approda al referendum.

La Costituente “felice” prova a spezzare proprio questo circuito. Non una rifondazione nata dalla crisi, ma la possibilità di “costruire qualcosa che non delegittima ciò che hanno fatto i costituenti”. Una strada per rompere l’eterno ritorno: non riformare perché il sistema è crollato, ma perché è ancora abbastanza solido da potersi permettere di discutere del proprio futuro.

Giuseppe Benedetto, presidente della fondazione, spinge il ragionamento ancora oltre: “C’è un’Italia seria, che abbiamo visto nonostante l’esito refernedario”. E sostiene che “alla nuova Costituente ci arriveremo, perché non c’è altro da fare. In questo Paese, sennò, riforme non ne passeranno”. Ma la sua riflessione investe anche il modello politico: “Io voglio essere libero di dire né di qua né di là. Da cittadino europeo”. Abbastanza esplicito, il posizionamento critico verso la legge elettorale che invece favorisce il bipolarismo.

Calderisi, alla fine, consegna la chiave più semplice e forse più difficile: “Avversario, non nemico”. È forse questo il punto cieco della lunga storia delle riforme italiane. Non la mancanza di proposte, né la scarsità di commissioni, bicamerali o referendum. Ma l’incapacità di riconoscere all’altra parte una piena legittimità politica. Finché l’avversario viene trattato come un pericolo per la Repubblica, ogni riforma diventa una prova di forza. E l’Italia torna al punto di partenza: ancora una volta, davanti al libro di una riforma che non è mai nata.


×

Iscriviti alla newsletter