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Con Roche cresce il fronte delle aziende farmaceutiche in rotta con Berlino

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Roche congela i nuovi investimenti in Germania, allungando la lista delle aziende critiche verso le politiche farmaceutiche di Berlino. In un’intervista al Sole il Ceo di Boehringer, Shashank Deshpande, richiama anche le potenzialità italiane nel migliorare l’accesso all’innovazione, confermando la solida presenza nel paese ed esprimendo fiducia nella possibilità di riformare la governance del settore

Anche Roche si aggiunge alle aziende farmaceutiche che stanno riconsiderando i propri investimenti in Germania. In un’intervista pubblicata il 19 ottobre dal quotidiano Die Welt, Daniel Steiners, responsabile delle attività tedesche del gruppo svizzero, ha annunciato la sospensione temporanea di tutte le future decisioni di investimento nel Paese. Una scelta che non riguarda i progetti già approvati, tra cui l’ampliamento del sito bavarese di Penzberg, per oltre 600 milioni di euro, ma che rappresenta un ulteriore segnale delle difficoltà nei rapporti tra industria farmaceutica e governo tedesco.

Al centro delle critiche vi sono le politiche di contenimento della spesa farmaceutica, con cui Berlino punta a ridurre la pressione finanziaria sul sistema di assicurazione sanitaria obbligatoria. Secondo Steiners, anziché intervenire sulle criticità strutturali del sistema, il governo starebbe privilegiando risparmi di breve periodo, trasferendo nuovi oneri sulle imprese e compromettendo la fiducia necessaria a programmare investimenti.

Non solo Roche

Il caso Roche non è isolato. Già a giugno Boehringer Ingelheim aveva annunciato la cancellazione di investimenti programmati in Germania per circa 900 milioni di euro nel periodo 2027-2030, mentre Eli Lilly aveva ridimensionato i propri progetti, dimezzando la quota iniziale prevista, pari a 2,3 miliardi. Il suo amministratore delegato, Dave Ricks, è tornato a criticare le scelte del governo in un’intervista del 2 ottobre all’Handelsblatt, sostenendo che le misure correttive prospettate hanno “tradito la sua fiducia”. Anche Pfizer, attraverso una lettera dell’amministratore delegato Albert Bourla al cancelliere Friedrich Merz, ha annunciato a inizio estate una revisione delle priorità relative ai futuri investimenti nel Paese.

L’indagine statunitense

Alle tensioni tra governo tedesco e industria farmaceutica si aggiunge anche quella con Washington. La Germania, d’altronde, è stata anche il primo Paese europeo a finire direttamente nel mirino dell’amministrazione Trump per le proprie politiche di prezzo dei farmaci. Lo scorso 18 giugno, lo United States trade representative (Ustr) ha avviato un’indagine commerciale ai sensi della Section 301 del Trade act del 1974, per accertare se il sistema tedesco di determinazione dei prezzi dei medicinali innovativi penalizzi le aziende americane. Secondo Washington, i prezzi contenuti e gli sconti imposti alle imprese finirebbero per trasferire sui pazienti statunitensi una quota sproporzionata dei costi globali di ricerca e sviluppo. Nel mirino, proprio le nuove misure di contenimento della spesa farmaceutica previste da Berlino.

Come ricostruito da Politico, Washington punta a ottenere da Berlino un accordo che preveda una maggiore spesa per i medicinali innovativi, sul modello di quanto negoziato con il Regno Unito. In caso contrario, le eventuali ritorsioni commerciali potrebbero colpire anche altri settori, a partire dall’automotive, che nel 2025 ha rappresentato per la Germania oltre 28 miliardi di euro di esportazioni verso gli Stati Uniti.

Dalla Germania all’Italia, il nodo dei prezzi e dell’accesso

A richiamare l’attenzione sulla questione anche nello Stivale, in un’intervista pubblicata oggi dal Sole 24 Ore, Shashank Deshpande, Ceo di Boehringer Ingelheim, ha invitato a prestare attenzione alle conseguenze delle politiche europee di prezzo e rimborso sugli investimenti farmaceutici. In particolare, ha avvertito che il ricorso all’Mfn, rischia di “ridurre l’incentivo a lanciare farmaci innovativi”. L’Ad della casa farmaceutica tedesca ha evidenziato le difficoltà italiane sul fronte dell’accesso alle cure, ricordando come un medicinale sviluppato anche grazie alla ricerca italiana possa arrivare prima ai pazienti cinesi che a quelli italiani. Un ritardo riconducibile, secondo il manager, alla complessità delle procedure regolatorie e di rimborso, che in Italia richiedono mediamente oltre 400 giorni dopo l’approvazione europea, contro i 56 della Germania, “mentre in altre regioni del mondo si moltiplicano i percorsi di approvazione accelerata”. Tuttavia Deshpande ha sottolineato di apprezzare il fatto che “il governo italiano riconosca l’importanza di un approccio olistico alla salute”, e si è detto fiducioso rispetto alla possibilità per il Paese di “riuscire a ridisegnare il proprio quadro di governance, eliminando meccanismi che risultano dannosi non solo per il settore farmaceutico, ma soprattutto per i pazienti”. “La nostra presenza in Italia è solida, e non abbiamo alcuna intenzione di modificarla”, ha aggiunto.


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