Tra piazze francesi, regionalismi spagnoli e incertezze italiane, emerge una crisi della rappresentanza che colpisce soprattutto la sinistra europea. Ma il campo largo può ancora beneficiare degli errori degli avversari, a patto di trasformare le ambizioni in una credibile agenda di governo. Il commento di Gianfranco Pasquino, socio dell’Accademia dei Lincei, professore emerito di Scienza politica, UniBo. In libreria con “Democrazie e no” (Utet)
Della Francia, so e sto con Tocqueville. Quando c’è un problema i francesi prennent la rue. Vanno in piazza, arrivano anche i prontissimi casseurs (i rompitori, sic) ed è un casino (senza accento sulla o). I corpi intermedi, associazioni, sindacati e simili, anche i partiti, che dovrebbero, per l’appunto, mediare, sono deboli. I gilets jaunes, gli studenti e altri non si sentono rappresentati e prendono la situazione in mano. N’importe quoi. Protagonizzano, da tempo specialità francese à la carte.
Della Spagna so che la rappresentanza politica è, tutto sommato, buona. Il re riequilibra con intelligenza e competenza. I meccanismi istituzionali funzionano ragionevolmente bene. Il governo guidato da Sanchez aveva una maggioranza scarna e precaria. Immigrazione e casa a prezzi decenti sono due sfide temibili. Nessuna sorpresa, dunque, piuttosto attesa per risultati elettorali, 29 novembre, non scontati. Alternancia? Quièn sabe? Non troppo sorprendentemente, saranno i partiti regionalisti a decidere. Dal suo esilio il catalano Puigdemont gongola, e, questo, forse, non da oggi, è il problema.
L’elemento comune è l’apparente debolezza della sinistra, da certificare con i duri dati elettorali. Quando non parlano di sé e non sceneggiano alcuni dirigenti della sinistra italiana guardano al di là delle Alpi. Vedono Marine Le Pen, che è una destra che in comune con la oramai certificata Giorgia Meloni ha ben poco, e la temono. Dovrebbero temere di più la sinistra francese che è passata dall’essere plurale allo spappolamento con più di un tocco personalistico. Poi, per fortuna, c’è il ballottaggio che contribuisce a far rinsavire, ma bisogna arrivarci in condizioni decenti.
Frequentando, che non vuol dire affollando, il campo largo, le opposizioni italiane sembrano, nonostante loro stesse, messe un po’ meglio. Potrebbero ringraziare con un salutino il non fascinoso Tajani e il presuntuoso Salvini che non abbassa la cresta, ma i voti di quel che resta della Lega. Troppi ideali da promuovere e pochi interessi da difendere, il campo rimane aperto, non abbastanza curato, luogo di incontri, ma non (ancora?) di accordi. Epperò, grazie alla sprovvedutezza istituzionale della cerchia Meloni, il premio di maggioranza è alla portata degli accampati. Chi è causa del suo mal pianga sé stessa. Ma chi non è causa del suo ben dovrebbe formulare priorità di impegni per l’economia italiana, crescita e innovazione, energia e Intelligenza più o meno artificiale, aumento dei salari, e per stare e contare nell’Unione europea. Vedo molte carenze e altrettanto furbizie e me ne dolgo.

















