Le rassicurazioni del Cremlino sul fatto che la Russia non attaccherà l’Europa non bastano a dissipare i timori. Tra precedenti storici, guerra ibrida e valutazioni d’intelligence, la vera garanzia per gli europei resta la deterrenza: rendere qualsiasi aggressione troppo costosa per Mosca. L’analisi di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna — Esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva
In meno di due settimane, a settembre, il Cremlino ha ripetuto la stessa rassicurazione almeno quattro volte. Il 14 Vladimir Putin ha dichiarato che la Russia non minaccia i Paesi europei e non intende farlo, precisando subito dopo che l’invio di truppe europee in Ucraina significherebbe la guerra con la Russia. Il 16, a Ekaterinburg, Sergej Lavrov ha assicurato che Mosca non ha alcun interesse ad attaccare l’Europa, ma che, se fosse l’Europa ad attaccare, la guerra sarebbe “molto breve”. Il 18, davanti alla Commissione militare-industriale, Putin ha negato ogni intenzione aggressiva nello stesso discorso in cui indicava nel rafforzamento della triade nucleare la “priorità assoluta” del nuovo Programma statale di armamenti. Il 25, a San Pietroburgo, ha bollato come assurdità i timori europei e come provocazione le parole del ministro della Difesa estone Hanno Pevkur.
Chi considera queste parole sufficienti a chiudere il dibattito farebbe bene a riaprire l’archivio. Il 12 febbraio 2022 Lavrov negava che la Russia avesse intenzione di invadere l’Ucraina. Il 16 febbraio, in conferenza stampa dopo i colloqui con il Brasile, liquidava come “isteria” occidentale le notizie su un’invasione imminente, dicendosi più confuso che divertito. Il 17 annunciava che le truppe avevano concluso le esercitazioni e cominciavano a ripiegare. Il 24 febbraio, dodici giorni dopo la prima smentita, iniziava l’invasione su vasta scala. E quando nel novembre 2025, a Bishkek, Putin si è detto pronto a garantire per iscritto che la Russia non attaccherà l’Europa, è difficile non ricordare che un impegno scritto a rispettare l’integrità territoriale ucraina Mosca lo aveva già sottoscritto nel 1994, con il Memorandum di Budapest.
Il punto non è stabilire se il Cremlino menta sempre. Il punto è che, nella cultura strategica russa, la smentita non è un’informazione sulle intenzioni ma uno strumento operativo. Serve a guadagnare tempo, a dividere l’interlocutore, a trasferire su di lui l’onere della prova e la responsabilità dell’escalation. È una tecnica di controllo riflessivo: indurre l’avversario a prendere, apparentemente in piena autonomia, le decisioni che convengono a Mosca. Non a caso la struttura retorica è sempre la stessa: una rassicurazione, una minaccia e un’inversione della colpa, per cui sarebbero gli europei a preparare la guerra e ad agitare lo spauracchio russo per giustificare il sostegno a Kyiv.
Vincere senza combattere
Del resto, “non vogliamo attaccare l’Europa” può perfino essere vero in senso stretto. Mosca non desidera una guerra convenzionale contro la Nato che sa di non poter vincere: desidera ottenerne i risultati senza combatterla. Agenzie di intelligence e centri studi, dal Belfer Center a Carnegie Europe, dall’Ifri all’Istituto Affari Internazionali, convergono nel descrivere una confrontazione permanente condotta nella zona grigia, sotto la soglia dell’Articolo 5: sabotaggi di cavi sottomarini, reti energetiche e nodi logistici, attacchi cibernetici, droni, strumentalizzazione dei flussi migratori, manipolazione dell’informazione. L’elenco degli episodi si allunga, dal tentato attacco con droni sventato all’aeroporto di Lipsia ai razzi di segnalazione lanciati da una fregata russa verso un elicottero militare danese nel Baltico.
La logica è quella del logoramento. La guerra ibrida sfrutta le asimmetrie delle democrazie: governi che dipendono dal consenso, istituzioni che decidono all’unanimità, ordinamenti che esigono prove inoppugnabili prima di reagire. Ogni sabotaggio non attribuito impone una tassa sulla sicurezza, drena risorse, alimenta insicurezza e frustrazione, e spinge una parte dell’opinione pubblica a prendersela con le sanzioni o con Kyiv anziché con l’aggressore. Gli obiettivi sono tre: prosciugare il sostegno all’Ucraina rendendolo politicamente insostenibile; polarizzare la politica interna europea, amplificando e talvolta finanziando forze radicali e isolazioniste; dimostrare che l’Alleanza non sa difendere i propri membri da attacchi non convenzionali. Lo scenario ottimale per il Cremlino è una Nato svuotata dall’interno, un disimpegno americano, un’Europa frammentata e finlandizzata, costretta a revocare le sanzioni e a riconoscere a Mosca una sfera d’influenza sullo spazio post-sovietico: una nuova Yalta che restituirebbe al regime risorse, tecnologie e legittimazione interna.
Una questione di opportunità, non di intenzioni
Le valutazioni d’intelligence più recenti aiutano a capire dove passa il confine tra guerra ibrida e guerra aperta. Il servizio d’intelligence della Difesa danese, nella valutazione diffusa il 25 settembre, individua un rischio basso ma crescente che la Russia conduca nei prossimi mesi un attacco militare limitato contro un Paese Nato, e prevede un’intensificazione degli attacchi ibridi con un alto rischio di vittime. Soprattutto, chiarisce la condizione: Mosca attaccherebbe solo se ritenesse che l’Alleanza non risponderà collettivamente, in particolare se giudicasse che gli Stati Uniti non possono o non vogliono sostenere gli alleati europei. Valutazioni americane riferite ad agosto descrivono scenari analoghi, dal cyberattacco alla piccola incursione, pensati per mettere alla prova l’Articolo 5 senza superare la soglia della risposta alleata. Il direttore del BIS ceco, Michal Koudelka, ha avvertito che l’aumento dell’attività dei droni potrebbe preludere a un’incursione circoscritta lungo il fianco orientale.
Il dato più istruttivo viene però da Tallinn. A febbraio l’intelligence estera estone ha escluso un attacco militare russo contro la Nato nel 2026, attribuendo il risultato proprio ai passi compiuti dall’Europa per costringere il Cremlino a calcolare con estrema cautela i propri rischi. La deterrenza, dunque, funziona. Ed è questa la chiave per stimare le probabilità di successo di Mosca. Un attacco convenzionale su vasta scala resta improbabile nel breve periodo, ma potrebbe diventare una minaccia credibile verso il 2028-2030, se il conflitto ucraino si congelasse a condizioni favorevoli alla Russia e la ricostituzione degli arsenali procedesse. Sul terreno ibrido, invece, Mosca sta già ottenendo successi tattici. La Russia soffre di gravi debolezze economiche e demografiche: la sua scommessa non è sulla propria forza, ma sulla nostra stanchezza.
Togliere a Mosca il vantaggio dell’ambiguità
Se questo è il quadro, le contromisure devono rendere la zona grigia costosa e trasparente. La prima leva è l’attribuzione rapida: condivisione dell’intelligence in tempo reale tra alleati e pacchetti di risposta predeliberati, sanzionatori e cibernetici, che scattino senza dover ricostruire ogni volta l’unanimità politica. Finché ogni sabotaggio apre un dibattito, l’ambiguità resta un’arma russa. La seconda è la protezione attiva delle infrastrutture critiche, con stress test, ridondanze e sorveglianza marittima congiunta non solo nel Baltico ma anche nel Mediterraneo, dove l’esposizione italiana è evidente. La terza è la resilienza cognitiva: trasparenza dei finanziamenti politici, smantellamento delle reti di influenza occulte, uso tempestivo della desecretazione. Nel febbraio 2022 l’unica contromisura davvero efficace contro le smentite di Lavrov fu la scelta di Washington e Londra di rendere pubblica l’intelligence sui preparativi russi: il pre-bunking tolse al Cremlino il pretesto e la sorpresa politica, anche se non l’iniziativa militare.
La quarta leva è industriale: una base produttiva della difesa europea capace di garantire forniture stabili, sganciate dai cicli elettorali, e un pilastro europeo della Nato in grado di reggere anche se l’impegno americano dovesse oscillare, che è esattamente la variabile su cui scommette Mosca. La quinta è la preparazione civile: piani di emergenza aggiornati, scorte strategiche e una cultura della sicurezza che faccia comprendere ai cittadini che la pace non è una condizione gratuita e permanente, ma un bene collettivo da difendere.
La lezione del febbraio 2022 è semplice. Chi aveva ragione non leggeva le dichiarazioni, ma le capacità, gli schieramenti e le priorità di spesa. Oggi quelle priorità parlano di un programma di armamenti centrato sulla triade nucleare, di un’economia di guerra che ricostruisce gli arsenali, di una campagna di sabotaggi che si estende. Mosca continuerà a ripetere che non vuole attaccare l’Europa. Sta all’Europa fare in modo che non possa. La sola garanzia scritta che conti davvero non è quella offerta dal Cremlino, ma quella che gli europei scrivono da sé, con la deterrenza, la coesione e la volontà politica di non stancarsi prima dell’avversario.
















