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La spia della porta accanto. Come funzionano gli “illegali” della Russia in Europa

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Dal caso dei “ghost” di Lubiana alle reti clandestine dello spionaggio russo in Europa: perché gli illegali del Cremlino sono più vicini di quanto pensiamo. L’analisi di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna — Esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva

Nel dicembre 2022, a Črnuče, quartiere residenziale alla periferia nord di Lubiana, a poco più di un’ora d’auto da Trieste, gli agenti della SOVA, il servizio di sicurezza e intelligence sloveno, hanno bussato alla porta di una famiglia che nessuno, nel vicinato, avrebbe mai associato allo spionaggio. Lui, Ludwig Gisch, si occupava di informatica e gestiva una piccola società di servizi web, la DSM & IT. Lei, Maria Rosa Mayer Muños, dirigeva una galleria d’arte, Art-An, che la portava spesso in giro per l’Europa tra fiere ed esposizioni. Due figli in età scolare iscritti a una scuola internazionale, passaporti argentini, una casa in cui si parlavano lo spagnolo e l’inglese. Una famiglia sudamericana trapiantata nel cuore dell’Europa, come tante altre che la libera circolazione ha portato a vivere lontano da casa.

Dietro quelle identità c’erano in realtà Artem Dultsev e Anna Dultseva, due ufficiali dell’SVR, il servizio di intelligence esterna della Federazione Russa, appartenenti alla categoria più riservata e preziosa del suo personale: gli “illegali”. L’operazione che li ha smascherati, condotta dagli sloveni con il sostegno di servizi alleati, è uno dei rari casi in cui questo mondo sommerso affiora in superficie, e merita di essere raccontata con attenzione, perché non descrive un’eccezione, ma un metodo.

Legali e illegali: due mestieri diversi

Per capire chi fossero i Dultsev occorre partire da una distinzione che il linguaggio comune tende a confondere. Un servizio d’intelligence che opera all’estero può utilizzare due tipi di copertura. La prima, la più diffusa, è quella ufficiale: l’ufficiale d’intelligence viene accreditato presso l’ambasciata, un consolato, una rappresentanza commerciale o un organismo internazionale, figura come diplomatico, addetto o funzionario, e lavora all’interno della “residentura”, la stazione locale del servizio. È il cosiddetto “legale”. Gode dell’immunità diplomatica, e se viene scoperto il peggio che gli possa capitare è l’espulsione come persona non grata. Ma proprio per questo è anche il più visibile: il controspionaggio del paese ospitante conosce gli organici delle ambasciate, sa chi entra e chi esce, osserva gli spostamenti, e dopo qualche tempo è in grado di distinguere con buona approssimazione il vero diplomatico dall’ufficiale sotto copertura.

L’illegale è l’esatto opposto. Non ha alcun legame formale con il paese per cui lavora, non mette mai piede nella sua ambasciata, non frequenta i suoi connazionali, spesso non parla nemmeno la propria lingua madre. Vive nel paese bersaglio con un’identità costruita, una professione vera, una famiglia, una rete di relazioni autentiche, e ci resta per anni, talvolta per decenni. Non ha immunità: se viene preso, risponde davanti alla giustizia ordinaria, e la sua sola speranza è che il paese che lo ha mandato decida di riscattarlo. In cambio di questo rischio, offre al suo servizio ciò che nessun diplomatico può offrire: l’invisibilità, la capacità di continuare a operare anche quando le ambasciate vengono svuotate, in tempo di crisi o di guerra, e l’accesso ad ambienti – aziende, università, circoli sociali, organizzazioni internazionali – nei quali un russo con passaporto diplomatico verrebbe guardato con sospetto.

Nella tradizione sovietica, e poi russa, questo lavoro è stato affidato a strutture dedicate: la Direzione S del Primo direttorato centrale del KGB, ereditata dall’SVR dopo il 1991, e un’analoga componente del GRU, l’intelligence militare. La selezione è severissima e l’addestramento dura anni. Riguarda le lingue, che devono essere parlate senza accento, la biografia di copertura, che va interiorizzata fino a diventare memoria, e le tecniche di comunicazione clandestina. È un investimento enorme, che si giustifica soltanto in una prospettiva di lungo periodo.

La fabbrica delle leggende

Il cuore del metodo è la “leggenda”, la biografia fittizia su cui si regge l’intera esistenza dell’agente. Per decenni la tecnica classica è stata quella di appropriarsi dell’identità di persone morte in tenera età, ottenendo copie autentiche dei loro certificati di nascita e costruendo su quei documenti una vita adulta mai vissuta. Più di recente Mosca ha mostrato una predilezione per l’America Latina, dove registri anagrafici meno digitalizzati, procedure di naturalizzazione accessibili e passaporti che aprono molte frontiere offrono condizioni ideali. Un’origine sudamericana, inoltre, spiega con naturalezza un accento straniero, l’assenza di parenti nelle vicinanze e una storia personale difficile da verificare per chi vive dall’altra parte dell’oceano.

I Dultsev seguono esattamente questo schema. Prima di arrivare in Slovenia avevano vissuto per diversi anni in Argentina, dove avevano consolidato identità e documenti; poi, intorno al 2017, si erano trasferiti a Lubiana. La scelta non era casuale. La Slovenia è un paese piccolo, meno presidiato delle grandi capitali europee, membro dell’Unione e dello Spazio Schengen, collocato a cavallo tra Europa centrale, Balcani e Italia: da lì si raggiunge in poche ore d’auto mezza Europa senza mostrare un documento a una frontiera. Le due attività imprenditoriali fornivano ciascuna un tassello della copertura operativa. La galleria d’arte giustificava viaggi frequenti e incontri con persone di ogni provenienza, oltre a movimenti di denaro difficili da tracciare in un mercato opaco come quello dell’arte; la società informatica offriva competenze e infrastrutture tecniche utili alle comunicazioni cifrate. Secondo quanto emerso, il ruolo della coppia era prevalentemente di supporto: fare da snodo logistico per altri operatori clandestini in Europa, gestire flussi di denaro, mantenere i collegamenti con il Centro di Mosca.

C’è poi l’aspetto più inquietante e più umano della vicenda. I due figli della coppia sono cresciuti convinti di essere argentini. In casa non si parlava mai russo, e i ragazzi non conoscevano la lingua del paese di cui erano cittadini senza saperlo. Hanno appreso la verità soltanto dopo l’arresto dei genitori, e la conferma ufficiale della loro identità russa, secondo quanto riferito dallo stesso Cremlino, è arrivata sull’aereo che li riportava a Mosca. Nel mestiere dell’illegale i figli non sono un incidente: sono parte della copertura. Una famiglia con bambini è la forma più rassicurante di normalità che esista, e nessuno immagina che la madre che accompagna i figli a scuola, il pomeriggio, trasmetta messaggi cifrati a Mosca.

Da Sorge a “Ghost Stories”: un secolo di vite prese in prestito

Il programma degli illegali non è un’invenzione recente. Affonda le radici nei primi anni del potere sovietico, quando i servizi di Lenin e poi di Stalin infiltravano agenti sotto falsa identità tra le comunità dell’emigrazione bianca e nelle capitali occidentali, e non si è mai interrotto, neppure con la fine dell’Unione Sovietica.

La figura spesso evocata come archetipo è quella di Richard Sorge, ufficiale dell’intelligence militare sovietica che negli anni Trenta lavorò a Tokyo come corrispondente di giornali tedeschi, guadagnandosi la fiducia dell’ambasciata del Terzo Reich. Fu lui ad avvertire Mosca, nell’autunno del 1941, che il Giappone non avrebbe attaccato l’URSS da est, informazione che contribuì a liberare le divisioni dell’Estremo Oriente per la difesa della capitale. A rigore Sorge non era un illegale in senso tecnico, perché operava con il suo vero nome e la sua vera nazionalità tedesca, ma ne incarnava già lo spirito: un’esistenza pubblica perfettamente credibile al servizio di una lealtà nascosta. Scoperto dalla polizia giapponese, fu impiccato nel novembre 1944.

Illegale a pieno titolo era invece William Fisher, nato in Inghilterra da genitori russi e passato alla storia con il nome di Rudolf Abel. A New York si presentava come Emil Goldfus, pittore e fotografo con lo studio a Brooklyn, e da lì coordinava una rete sovietica. Arrestato nel 1957 e condannato a trent’anni, fu scambiato il 10 febbraio 1962 sul ponte di Glienicke, tra Berlino Ovest e Potsdam, con Francis Gary Powers, il pilota dell’U-2 abbattuto sopra gli Urali. Negli stessi anni, a Londra, un altro illegale, Konon Molody, aveva costruito la sua copertura sull’identità di un canadese morto da bambino, Gordon Lonsdale, gestendo con profitto un’attività commerciale mentre dirigeva la rete che sottraeva segreti alla base navale di Portland.

Il precedente più vicino al caso sloveno, però, è l’operazione “Ghost Stories”, con cui l’FBI nel giugno 2010 arrestò dieci agenti russi che vivevano da anni negli Stati Uniti come cittadini qualunque, nelle periferie del New Jersey, di Boston, della Virginia, di New York. Il Bureau li seguiva da tempo e ne leggeva le comunicazioni. Tra loro c’erano Donald Heathfield e Tracey Foley, in realtà Andrej Bezrukov ed Elena Vavilova, che vivevano a Cambridge, nel Massachusetts, con due figli cresciuti nella convinzione di essere canadesi. Come i ragazzi di Lubiana, scoprirono la verità soltanto con l’arresto dei genitori; il più giovane, Alexander Vavilov, ha poi combattuto una lunga battaglia giudiziaria per vedersi riconoscere la cittadinanza canadese, vinta davanti alla Corte suprema del Canada nel 2019. Nella stessa retata finì anche Anna Chapman, che una volta rientrata in Russia sarebbe diventata un personaggio televisivo e un’icona patriottica. Pochi giorni dopo, a Vienna, i dieci furono scambiati con quattro russi detenuti in patria con l’accusa di aver lavorato per l’Occidente, tra cui Sergej Skripal.

Quando la finzione insegue la realtà

La doppia vita dell’illegale, sospesa tra quotidianità domestica e missione segreta, ha naturalmente affascinato la narrativa. L’esempio più riuscito è la serie The Americans, andata in onda su FX dal 2013 al 2018 e ideata da Joe Weisberg, che aveva lavorato alla CIA. Philip ed Elizabeth Jennings sono due ufficiali del KGB che negli anni Ottanta vivono in un sobborgo di Washington, gestiscono un’agenzia di viaggi e crescono due figli ignari. Nata sull’onda degli arresti del 2010, la serie mette in scena con precisione il dilemma più crudele di questo mestiere: il momento in cui i figli cominciano a fare domande, e i genitori devono scegliere tra la verità e la missione.

La vicenda di Abel è stata portata sul grande schermo da Steven Spielberg con Il ponte delle spie (2015), in cui Mark Rylance, premiato con l’Oscar, restituisce la dignità silenziosa di un professionista che non tradisce mai il proprio servizio, mentre Tom Hanks interpreta l’avvocato James Donovan, che ne curò la difesa e poi negoziò lo scambio. Su un registro assai diverso, Salt (2010), con Angelina Jolie, porta all’estremo il mito degli agenti dormienti addestrati fin dall’infanzia per infiltrarsi nelle istituzioni americane: un’iperbole hollywoodiana, costruita però su un’intuizione corretta, quella di un investimento che si misura in decenni. Infine la stessa Elena Vavilova, tornata in Russia, ha pubblicato nel 2019 un romanzo scritto con Andrej Bronnikov, La donna che sa mantenere i segreti, che rilegge in forma narrativa la sua esperienza: un’opera dalla evidente funzione celebrativa, ma con squarci interessanti sulla fatica psicologica di crescere i figli dentro una menzogna.

Lo scambio di Ankara e il messaggio di Mosca

Torniamo in Slovenia. Dopo oltre un anno e mezzo di detenzione, il 31 luglio 2024 i Dultsev si sono dichiarati colpevoli di spionaggio e falsificazione di documenti davanti al tribunale di Lubiana, ricevendo una condanna a un anno e sette mesi, già coperta dalla custodia cautelare, e l’espulsione. Il giorno dopo, il 1° agosto, all’aeroporto di Ankara si è svolto il più grande scambio di prigionieri tra Russia e Occidente dalla fine della Guerra fredda, con ventiquattro detenuti, più i due ragazzi, in un’operazione che ha coinvolto Stati Uniti, Germania, Polonia, Slovenia, Norvegia, Bielorussia e Russia. In cambio della liberazione del giornalista del Wall Street Journal Evan Gershkovich, dell’ex marine Paul Whelan, di Vladimir Kara-Murza e di altri oppositori, Mosca ha ottenuto la restituzione di Vadim Krasikov, il sicario dell’FSB condannato in Germania per l’omicidio di un esule ceceno a Berlino, e di un gruppo di agenti arrestati in Europa.

La composizione di quel gruppo è istruttiva. Oltre ai Dultsev c’erano Mikhail Mikushin, ufficiale del GRU arrestato in Norvegia nel 2022 mentre lavorava come ricercatore all’Università di Tromsø sotto l’identità del brasiliano José Assis Giammaria, e Pavel Rubtsov, giornalista noto in Spagna come Pablo González, arrestato in Polonia con l’accusa di lavorare per l’intelligence militare russa. Mosca ha speso il suo capitale negoziale più prezioso per riportare a casa i propri clandestini, e ha voluto che il mondo lo vedesse. Vladimir Putin in persona li ha accolti sulla pista di Vnukovo con il picchetto d’onore, e ha salutato i figli dei Dultsev in spagnolo, l’unica lingua che conoscevano. Il messaggio era rivolto soprattutto all’interno, a chi oggi vive sotto falso nome in qualche città europea: lo Stato non abbandona i suoi uomini.

Perché ce ne sono altri

Sarebbe un errore considerare il caso di Lubiana un episodio isolato. Negli stessi mesi altre vicende hanno rivelato la stessa architettura. Nella primavera del 2022 i servizi olandesi hanno respinto all’aeroporto di Amsterdam un uomo con passaporto brasiliano, Viktor Muller Ferreira, che aveva ottenuto un tirocinio alla Corte penale internazionale dell’Aja proprio mentre questa avviava le indagini sui crimini di guerra in Ucraina: si trattava in realtà di Sergej Čerkasov, ufficiale del GRU, rimandato in Brasile e lì condannato per uso di documenti falsi. Nel 2023 sono scomparsi nel nulla altri presunti illegali con identità latinoamericane, come l’uomo che a Rio de Janeiro gestiva un’attività di stampa 3D con il nome di Gerhard Daniel Campos Wittich, e la donna che ad Atene, con il nome di Maria Tsalla, conduceva un piccolo negozio, poi indicata come sua moglie. Secondo un’inchiesta del New York Times del 2025, il controspionaggio brasiliano avrebbe individuato diversi agenti russi che usavano il Brasile come una vera e propria fabbrica di identità.

E poi c’è l’Italia. Nell’agosto 2022 un’inchiesta congiunta di Bellingcat, The Insider, Der Spiegel e La Repubblica ha rivelato che Maria Adela Kuhfeldt Rivera, sedicente designer di gioielli di origine peruviana che per anni aveva animato la vita mondana di Napoli, era in realtà Olga Kolobova, ufficiale del GRU. Frequentava il Lions Club locale, di cui era diventata segretaria, e attraverso quella rete sociale era entrata in contatto con militari e funzionari del Comando alleato della NATO di Lago Patria. Aveva lasciato l’Italia all’improvviso nel 2018, poco dopo che le inchieste giornalistiche seguite al tentato avvelenamento di Skripal avevano cominciato a svelare i metodi con cui il GRU fabbricava i passaporti dei suoi agenti. Non è mai stata arrestata. Per anni ha vissuto in una delle città europee più frequentate da personale della NATO, invitando persone a cena, partecipando a serate di beneficenza, costruendo amicizie. Esattamente ciò che un illegale deve fare.

C’è infine una ragione strutturale per ritenere che il fenomeno sia destinato a crescere. Dopo l’invasione dell’Ucraina, i paesi europei hanno espulso centinaia di diplomatici russi, molti dei quali ritenuti ufficiali d’intelligence sotto copertura. Le residenture dell’SVR e del GRU nelle capitali europee ne sono uscite decimate, e la sorveglianza sui pochi rimasti è diventata asfissiante. È logico attendersi che Mosca abbia spostato una quota crescente del lavoro sulle reti clandestine: sugli illegali, da un lato, e su collaboratori reclutati localmente, dall’altro, spesso attraverso intermediari o canali online, come dimostrano i numerosi casi di sorveglianza e sabotaggio affidati a esecutori occasionali in tutta Europa. Quando una porta si chiude, un servizio d’intelligence cerca la finestra.

Il nostro vicino di casa

Da qui una conclusione che non vuole essere allarmistica, ma realistica. La probabilità che la famiglia di Lubiana fosse l’unica del suo genere in Europa è prossima allo zero. Gli illegali individuati sono quelli che hanno commesso un errore o che sono stati traditi da una fonte, e rappresentano per definizione soltanto una parte di quelli in servizio. Ce ne sono altri, con ogni probabilità anche in Italia, che per la presenza di comandi NATO, basi americane, industria della difesa, porti strategici e una numerosa comunità internazionale costituisce un obiettivo di primo piano. Potrebbero avere un’attività commerciale, una cattedra, una galleria, uno studio professionale; potrebbero essere genitori premurosi, colleghi simpatici, vicini di casa discreti e cordiali. Non c’è nulla, nei loro comportamenti quotidiani, che li distingua da noi. Ed è proprio questo il loro mestiere.

Ciò non significa coltivare il sospetto verso chiunque abbia un accento straniero, che sarebbe l’esito più sbagliato e, paradossalmente, il più gradito a chi conduce operazioni di influenza e destabilizzazione. Significa piuttosto prendere atto che la minaccia è reale e che richiede servizi di controspionaggio dotati di risorse adeguate, una cooperazione stretta tra partner europei e atlantici, come quella che ha reso possibile l’operazione slovena, e una consapevolezza diffusa soprattutto negli ambienti – amministrazioni, università, imprese della difesa e dell’alta tecnologia – in cui un clandestino ha interesse a costruire relazioni. La spia della porta accanto non è un personaggio da film. È una professione, esercitata con pazienza da chi ha tempo. E Mosca ha dimostrato di averne molto.


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