La Nato è pronta, ma resta da capire per quanto tempo e con quale intensità, tra scorte di munizioni, abilitatori americani e coesione politica. Sul no first use, poi, l’ambiguità resta. Intervista ad Andrea Gill, docente di Studi Strategici presso l’Università di St Andrews
“La mia Theory of Victory è semplice”. Così il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato in Europa, ha presentato al Warsaw Security Forum lo schema con cui la Nato intende rispondere a un’eventuale aggressione russa. Lo schema prevede tre fasi: bloccare l’attacco iniziale, logorarne la spinta e infine spezzare le forze nemiche, negando a Mosca la possibilità di conquistare e mantenere territorio alleato. Ma è davvero così semplice? Quanto c’è di nuovo in questa impostazione, l’Alleanza ha le capacità per sostenerla e quale peso avrebbero l’assenza degli Stati Uniti o la tenuta politica dei 32 alleati? Per trovare una risposta a queste domande, Formiche.net si è rivolta ad Andrea Gilli, docente di Studi Strategici presso l’Università di St Andrews, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.
La Theory of Victory esposta da Grynkewich sembra scostarsi ulteriormente dalla logica del “tripwire”, a favore di una vera e propria deterrence by denial, volta a difendere il territorio nella sua integrità. È la scelta giusta?
Va ricordato che la deterrence by denial è sempre stata la teoria della deterrenza della Nato, più che una sua theory of victory, più o meno da quando è stata abbandonata la Massive Retaliation di Eisenhower. Il tripwire rispondeva a un’esigenza precisa, quella di evitare un rischio di escalation senza esporre troppe truppe al fuoco avversario, e avere comunque un meccanismo che funzionasse. Se si guardano la Nato Command Structure e la Nato Force Structure, non cambia nulla. Grynkewich non dice che bisognerebbe fare di più. Espone, in modo più o meno chiaro, qualcosa che c’era già. La vera domanda è se questa sia una theory of victory o semplicemente un approccio operativo. Una theory of victory dovrebbe spiegare anche come l’avversario modifica le proprie percezioni e le proprie azioni in base a ciò che facciamo noi. Nel discorso di Grynkewich questo elemento manca.
Ad oggi l’Alleanza dispone delle capacità necessarie (potenza di fuoco, ISR, difesa aerea, attacco a lungo raggio, scorte di munizioni) per tradurre in pratica la struttura indicata dalla Theory of Victory? E le avrebbe anche senza gli Stati Uniti, in particolare negli abilitatori su cui oggi l’Europa dipende da Washington, (intelligence satellitare, rifornimento in volo, Sead, ecc.)?
Grynkewich sostiene, in sostanza, che la Nato è pronta. Resta da verificare se disponga davvero di tutte le capacità necessarie, per esempio in termini di scorte di munizioni o di guerra elettronica. Probabilmente oggi questa theory of victory è applicabile. Bisogna però capire per quanto tempo e con quale intensità, visti questi limiti. Sul piano convenzionale e su quello nucleare l’Alleanza è certamente forte, ma lo è grazie al ruolo degli Stati Uniti. Senza Washington sarebbe molto difficile, proprio per gli abilitatori che citi. A cambiare non sarebbe necessariamente l’esito finale, ma il livello di attrito da sopportare.
Considerando le prossime tornate elettorali, da cui potrebbero uscire vincitrici forze politiche poco favorevoli alla coesione dell’Alleanza, il fatto che 32 nazioni si uniscano per organizzare questo sistema di difesa, che Grynkewich presenta come un punto di forza, non potrebbe rivelarsi piuttosto un punto di debolezza?
La Nato funziona per consenso e, con tutte le critiche che possiamo e vogliamo fare alla Nato, è comunque un framework politico-diplomatico che alla fine ha funzionato, nel senso che si riesce a trovare l’accordo tra queste 32 nazioni che si impegnano. È ovvio che dei cambi di governo possono portare a dei cambiamenti, però ci sono anche 32 alleati. È ovvio che alcuni Paesi pesano più di altri, però il meccanismo è pensato in maniera funzionale. Altro discorso è se tanti Paesi si tirano indietro. Però, se guardiamo alle alternanze di governo che ci sono state in vari Paesi nel corso degli anni, il dissenso spesso è stato su alcune politiche, alcuni atteggiamenti, alcune posizioni. Sul lato militare non c’è nessun Paese che non voglia contribuire alla sicurezza collettiva, almeno finora, e questo ci fa realisticamente pensare che potrebbe continuare ad essere così anche in futuro.
Il Saceur sottolinea la “reattività” di questo approccio, specificando che all’eventuale invasore viene lasciato l’onere dell’escalation. Ma così non gli si lascia anche l’iniziativa, e l’opportunità di trovare un modo per aggirare il sistema difensivo o di manipolarlo a proprio vantaggio? (Sia in modo convenzionale, con uno scenario alla “fronte occidentale 1940”, sia sfruttando operazioni “sotto soglia”).
Il problema di fondo delle risposte militari, come osserva il Saceur, è che non si vuole essere costretti a rispondere in modo sempre più duro, perché questo può provocare un’ulteriore reazione. Serve quindi un approccio che lasci l’avversario con il cerino in mano, costretto a scegliere se incassare il colpo o rilanciare. Grynkewich lo considera un punto di forza perché lascia all’altro il burden of escalation, e la cosa ha senso. D’altro canto, è vero come suggerisci tu che si lascia anche l’iniziativa. Ma la questione non è soltanto relativa a questa theory of victory, ma alla natura stessa della Nato. Essendo un’alleanza difensiva, non vuole, e non può, adottare una postura intrinsecamente più aggressiva che riduca la gamma di scelte dell’avversario. È oggettivamente una criticità, ed è legata alle 32 nazioni di cui parlavamo. Una postura più aggressiva avrebbe forse più senso sul piano militare, ma non sarebbe sostenibile politicamente. Si tratta di un trade-off tra efficacia e consenso, che la Nato risolve in modo non perfetto ma quantomeno accettabile. O almeno, io la vedo così.
Tra l’altro in questa formulazione si può leggere tra le righe una rinuncia al first use nucleare, il beneficio politico c’è, ma il beneficio strategico quanto è pesante?
È giusto sollevare la questione, ma Grynkewich non ne parla, perché il suo discorso resta principalmente sul piano convenzionale. Bisognerebbe guardare alla questione del NC3 americano e capire fino a che punto l’impiego di armi nucleari passi dal Saceur e dal Nuclear Planning Group. Resta quindi una questione aperta di ambiguità, anche sul no first use, e la risposta si trova probabilmente in un documento classificato che la Nato non pubblicherà. Su due piedi direi che la rinuncia non c’è stata, soprattutto con Trump. Il no first use è stato un dibattito più legato agli anni di Obama.
















